L’allarme maranza e l’educazione familiare
Il fenomeno dei cosiddetti maranza non è una costruzione mediatica né un’etichetta folkloristica buona per i talk show. Né tantomento un’arma di distrazione di massa. È una vera emergenza sociale e di sicurezza pubblica che si manifesta ormai tutti i giorni nelle stazioni, nei centri storici, nei luoghi della movida e sui mezzi pubblici. Aggressioni gratuite, rapine, intimidazioni di gruppo, spesso compiute da minorenni armati di coltelli.
Fingere che tutto ciò sia solo “disagio” e buttarla in caciara – come fanno le opposizioni, che arrivano addirittura a difendere questi poveri delinquentelli significa abbandonare cittadini e territori a una spirale di violenza quotidiana. Il governo Meloni ha il merito di affrontare il problema senza ipocrisie. I dati parlano chiaro: la gran parte degli atti violenti commessi da questi gruppi avviene con armi da taglio, non con armi da fuoco. Da qui la scelta di intervenire sul porto e sulla disponibilità di coltelli, vietandone la vendita, anche online, e il possesso ai minori e in contesti sensibili e introducendo aggravanti nel caso di persone travisate o di gruppi che si muovono con finalità intimidatorie.
Una misura di buon senso, prima ancora che repressiva, che punta a prevenire prima che a piangere vittime. Questo perché – lo ripetiamo – la sicurezza non è di destra, è un bene comune. Chi continua a evocare fantomatiche derive autoritarie dimentica che la sicurezza è appunto un (sacrosanto) diritto
collettivo, soprattutto per le fasce più deboli: anziani, donne, ragazzi che vogliono semplicemente
prendere un treno o uscire la sera senza la paura di essere aggrediti e derubati. Il punto più contestato
delle misure allo studio da parte del governo, quello delle sanzioni ai genitori dei minori che delinquono,
è in realtà il più onesto.
Nessuno parla di colpe ereditarie o di punizioni esemplari. Si riconosce, invece, un dato di realtà: la mancata educazione familiare è spesso una concausa della violenza minorile. Responsabilizzare i genitori significa richiamare il ruolo fondamentale della famiglia come primo presidio educativo. Non è criminalizzazione della povertà e del disagio sociale, ma assunzione di responsabilità. La buona educazione non è questione di ceto economico o di curriculum di studi. La premier Giorgia Meloni lo ha
detto con chiarezza: queste misure servono a interrompere un meccanismo di impunità che ha prodotto zone franche e giovani convinti che tutto sia permesso.
Accanto alla prevenzione sociale, che resta necessaria, servono regole chiare e sanzioni di reale deterrenza. Perché senza sicurezza non c’è integrazione, non c’è libertà, non c’è coesione. E continuare a negarlo, per calcolo ideologico, è il vero atto di irresponsabilità.
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