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Esteri

Non solo Groenlandia: l’altra isola che tentò l’America

Il precedente che nessuno ricorda: la Sicilia come primo esperimento di espansione americana in Europa.

di Andrea Fiore -


Non solo Groenlandia. Prima che Donald Trump trasformasse l’idea di comprare territori in un meme geopolitico, c’è stato un momento – breve, confuso, quasi rimosso – in cui gli Stati Uniti sfiorarono davvero l’annessione di un pezzo d’Europa. Non un’isola di ghiaccio, ma un crocevia di popoli, traffici e guerre: la Sicilia del dopoguerra. Un’ipotesi che oggi sembra fantapolitica, ma che tra il 1943 e il 1950 prese forma, alimentata da famestrategia militare e un’America che non aveva ancora deciso se voleva essere impero o solo garante dell’ordine mondiale.

Tutto comincia con lo sbarco alleato del ’43. La Sicilia è il primo territorio europeo liberato dagli americani, e l’impatto è immediato: jeepsigarettedollari, e soprattutto la sensazione che gli Stati Uniti non siano solo un esercito, ma un modello. L’Italia è lontana, Roma è debole, il governo Badoglio è un fantasma. L’isola, devastata dalla guerra, guarda a chi porta pane e infrastrutture, non a chi promette riforme future.

Il referendum che cambiò tutto (e niente)

Nel frattempo, il Movimento Indipendentista Siciliano – nella realtà un fenomeno marginale – in questa traiettoria alternativa trova terreno fertile. Non chiede più solo autonomia: chiede protezione americana. E gli americani ascoltano. Per Washington, la Sicilia è un punto strategico perfetto: un avamposto nel Mediterraneo, una base naturale contro l’URSS, un ponte verso il Medio Oriente. La domanda non è più “perché farlo?”, ma “perché no?”.

Tra il ’46 e il ’48, mentre l’Italia discute il referendum istituzionale, gli Stati Uniti sondano l’ipotesi di un’amministrazione speciale dell’isola. Arrivano aiutiinvestimentiingegnerifunzionari. Le basi militari si espandono. La popolazione vede strade ricostruiteospedali funzionantistipendi veri. E quando nel 1948 si vota un referendum locale – restare italianidiventare indipendenti o diventare territorio associato degli Stati Uniti – la terza opzione vince. È il momento in cui la storia sembra davvero cambiare direzione.

Ma non lo farà.

Sicilia americana: perché l’annessione svanì

Perché tra il 1950 e il 1955, l’idea dell’annessione evapora. Non con un colpo di scena, ma con una serie di freni silenziosiRoma capisce che perdere la Sicilia significa perdere il Mediterraneo. La Democrazia Cristiana si muove con abilità chirurgica: fondipressionipromesseWashington, impegnata in Corea e nella ricostruzione europea, decide che non può permettersi un territorio mediterraneo da amministrare come Porto Rico. La Chiesa teme di perdere influenza. La mafia, repressa dall’FBI, si riorganizza e spinge per un ritorno all’Italia, dove le crepe istituzionalisono più favorevoli ai suoi affari. E i siciliani stessi, dopo l’entusiasmo iniziale, si dividono: l’America è ricca, ma non è casa.

Così, senza un annuncio, senza un trattato, senza un momento preciso da segnare sui libri, la storia torna sui binari che conosciamo. Le basi americane restano, gli investimenti diminuiscono, l’Italia riassorbe l’isola nel suo destino irrisolto.

Rimane però la traccia di ciò che sarebbe potuto essere: un Mediterraneo con un pezzo di America dentro, un’Italia diversa, una Sicilia trasformata in ponte tra due mondi. Una storia che non è mai accaduta, ma che – come tutte le storie mancate – dice molto su quelle che invece abbiamo vissuto.

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