Niscemi, l’emergenza non ammette polemica
Pioggia, paura, preoccupazione: si sveglia così ogni mattina – da ormai qualche giorno – la cittadina di Niscemi, in bilico sul filo di uno squarcio lungo quattro chilometri. Una frana, ancora attiva, che non ha lasciato (e non lascerà) scampo a una comunità che ora si ritrova a dover ricalcolare da zero la propria vita. La parola d’ordine, che arriva anche dal governo è solo una: agire. E farlo in fretta. Con la messa in sicurezza, con ricollocazioni, con supporto e, per ultimo e di certo non meno importante, con l’aiuto economico.
Niscemi, tra aiuti, fondi e polemiche
C’è il fondo destinato a ogni nucleo familiare colpito, la sospensione del pagamento delle rate di mutuo e di ogni altra obbligazione – annunciato dal ministro Nello Musumeci – e il “tutto pronto” dall’Europa per altri fondi in dirittura d’arrivo. Di certo non basta tutto questo per rimettere in piedi una città ormai carente anche di certezze mentre l’attesa diventa sempre più pressante. Allo stesso tempo, tuttavia, una certezza c’è: a Niscemi serve tutto tranne la polemica. Polemica che al momento invece fa rialzare anche chi, a qualche scranno, era rimasto a lungo sopito. Perché alla ricerca dei “colpevoli” si unisce la proposta di utilizzare i fondi destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto per il risanamento ambientale e la messa in sicurezza del territorio.
Una richiesta che arriva con forza dall’opposizione, rilanciata da Pd, Avs M5S e tutte le forze di minoranza che accusano il governo di voler investire risorse pubbliche in un’opera ritenuta non prioritaria, mentre il dissesto idrogeologico continua a colpire duramente vaste aree del Paese. Al centro del dibattito ci sono anche i fondi bloccati dalla Corte dei conti e inizialmente previsti per l’infrastruttura sullo Stretto, che secondo l’opposizione dovrebbero essere utilizzati per affrontare l’emergenza climatica. Eppure, ribadisce il ministro per la Protezione civile Musumeci, non si tratta di una contrapposizione tra opere, ma di interventi entrambi necessari. Il ponte, sostiene, è un’infrastruttura strategica tanto quanto quelle idriche, e il governo Meloni intende portare avanti il progetto fino in fondo.
Progetti diversi, momenti diversi. Eppure c’è un altro dato che fa discutere: nessuno dei 46 progetti finanziati dal Pnrr in Sicilia per il contrasto al dissesto idrogeologico riguarda il territorio di Niscemi. Dei quasi 100 milioni di euro stanziati, nessuna risorsa è stata finora destinata a quell’area, rimasta fuori dalle richieste di finanziamento presentate negli ultimi anni. Le recriminazioni, ora, rimangono nel passato. Se qualcosa in più – o anche solo qualcosa – poteva essere fatto, la mancanza è ora evidente. Se qualcuno deliberatamente (o meno) ha lasciato indietro le carenze strutturali e le denunce verrà individuato nel lungo percorso della giustizia. Ma i “se” vanno al futuro.
Il mantra dell’unità
Nel presente c’è solo un mantra, che dovrebbe essere l’unità. E non la rivendicazione di presunte mancanze di rappresentanza istituzionale o di insistere, come ormai accade all’ordine del giorno, sulla richiesta che sia la premier Meloni a riferire in Aula al posto del ministro competente. È un refrain che arriva puntualmente dalle opposizioni, ma che in una situazione di questa portata appare non una priorità. Che invece dovrebbe essere una: lavorare insieme, superando le divisioni, in uno spirito di responsabilità e di unità bipartisan.
Perché su Niscemi grava anche un dato, fornito dal capo del Dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. L’attuale movimento franoso, ha spiegato, coinvolge circa 350 milioni di metri cubi di materiale. Un volume che supera di gran lunga quello del Vajont: nel disastro del 1963 furono circa 263 milioni i metri cubi di roccia movimentati. Un confronto che rende evidente come, anche quella di Niscemi, è da considerare una tragedia nella storia del nostro Paese.
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