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Data center: l’ultima frontiera è lo spazio

La tentazione del cosmo, Big Tech punta alla stelle per risolvere il problema dell'energia

di Giovanni Vasso -


Parafrasando quel vecchio film dell’orrore, quando non ci sarà più posto sulla Terra faranno i data center nello spazio. O magari sulla Luna. Uno scenario, più che da horror, da fantascienza. In teoria, nella pratica (forse) no. Perché Elon Musk, annunciando la fusione di SpaceX e xAi, in vista del fantomatico sbarco in Borsa di un colosso hitech il cui valore è stimato in qualcosa come 1.250 miliardi di dollari, ha parlato apertamente della possibilità di costruire data center nello spazio. Lì per lì, la tentazione sarebbe quella di derubricare le parole di Musk a una sparata cosmica. Buona per ingolosire gli investitori, per trovare qualcuno pronto a scommettere miliardi su un progetto ambizioso, avveniristico e che, qualora dovesse trovare realizzazione, metterebbe chiunque in una posizione strategica di forza e vantaggio. Insomma, qualcosa di non dissimile dai progetti di alberghi sottomarini o di hotel lunari che da anni continuano a convincere gli investitori del Nasdaq a scucire qualche dollaro.

Quanto c’è di sensato nell’idea dei data center nello spazio

In realtà, la proposta di Musk è sensata. E più che esagerata appare già come un compromesso rispetto ad altri progetti presentati, almeno come idee, dagli altri competitor della Silicon Valley. La galassia X sogna di costruire data center orbitanti, alimentati a energia solare (che nello spazio si incassa praticamente sempre, sottraendosi al ciclo giorno-notte), in grado di spostare dalla Terra al cosmo il busillis. Google, a novembre scorso, aveva lanciato un’altra idea. Simile ma ancora più estrema. Il progetto Suncatcher.

Il progetto di Google

In pratica, Mountain View a novembre scorso ha presentato l’idea di allestire un mega centro dati finalizzato a immagazzinare il materiale per l’addestramento dell’Ai. Che sarebbe imperniato su una flotta di satelliti. Ottantuno, per la precisione. Disposti a distanza ravvicinata, tra i 100 e i duecento metri l’uno dall’altro, coprendo complessivamente un diametro di due chilometri a un’altitudine di 650 km. Il guaio, per Google, è che si tratta di un progetto. Ancorato su carta. Che punta a funzionare con l’energia solare ma che costa, tanto. Sia in termini di materiale da spedire in orbita (se tutto andrà bene, i costi di spedizione saranno di 200 dollari al kg non prima degli anni ’30) che per ciò che riguarda il funzionamento. Occorrerebbe una connessione capace di inviare in cielo pochi terabyte al secondo, cosa che (almeno a livello commerciale) ancora non ci sarebbe.

Ue e Cina col naso all’insù

Ma gli studi sui data center in orbita rilevano anche altre potenziali criticità. A cominciare dalla manutenzione. Come intervenire, fisicamente, in caso di problemi se la struttura è in orbita? Ci sono le questioni legate alla dissipazione del calore e alle radiazioni che i satelliti potrebbero assorbire. Insomma c’è tutto quello che fa dalla conquista dello Spazio una frontiera tutta da esplorare. Intanto, però, pure gli europei si muovono. E puntano (anche loro) alla via orbitale. L’Esa ha avviato missioni ad hoc. Pure la Cina lo ha fatto, puntano a creare delle autentiche costellazioni di calcolo in orbita. A Pechino, però, si punta pure su un’altra soluzione.

In fondo al mar…

Costruire i data center in fondo al mare. Al Dragone non mancano le tecnologie e, anzi, un progetto in tal senso è già avviato. Si tratta dell’Undersea Data Center di Lin-gang Special Area di Shangai. Un investimento da 195 milioni di euro totalmente alimentato dall’energia eolica. Ma che risolve, in nuce, il problema del surriscaldamento. Che, mediamente, assorbe circa il 51% dei consumi delle strutture che stoccano ed elaborano dati. Una soluzione che potrebbe risolvere il grande problema annesso alla transizione digitale. Quello, cioè, dell’energia da trovare per farli funzionare questi benedetti data center. Che resta il vero nodo gordiano di tutta la partita.

Il nodo (vero) dell’energia

Così come ha sottolineato Saad al-Kaabi, che di mestiere fa il ministro dell’Energia di uno Stato fornitore come il Qatar, secondo cui da qui al 2030 non ci sarà più alcun plus di produzione del gas. In pratica, si trivellerà per consumare. Un guaio. Un’analisi sostanzialmente condivisa da un altro gigante energetico come Shell. Che, peraltro, ha già lanciato sul mercato nuovi prodotti pensati appositamente per i centri di stoccaggio dei dati e per lenire sovraccarichi, riscaldamenti eccessivi e altri problemi di funzionamento. Secondo gli analisti di Shell, la produzione globale di energia dovrebbe salire (almeno) del 3% per placare un po’ la fame dei data center. E chissà se basterà. E fino a quando. Forse fino a che non arriveremo, davvero, a portarli nello spazio.  


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