Il poliziotto del caso Rogoredo
C’è ancora la presunzione d’innocenza, ma quello che è emerso dalle indagini della Procura della Repubblica di Milano e da quelle interne della polizia è davvero inquietante. Il fermo di Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha ucciso nel boschetto di Rogoredo il pusher Abderrahim Mansouri e le ricostruzioni che hanno portato al provvedimento impongono un severo giudizio su quella che oggi si riconosce sia una vera mela marcia.
Un corpo come la polizia di Stato deve sempre essere difeso e così anche questa volta ma sulle eccezioni malvagie la scure deve essere decisa. Se il colpevole è un poliziotto la responsabilità dev’essere aggravata. È un fermo per omicidio, che sembra doloso e i dettagli destano stupore ed orrore. Le analisi della polizia scientifica hanno evidenziato che sulla riproduzione della Beretta trovata accanto a Mansouri erano presenti diverse tracce biologiche di Cinturrino (e non del 28enne) e più di una testimonianza dimostra come ci sia stata una colossale messinscena e ci è molto grave.
L’accusa di omicidio volontario si arricchisce di particolari infami, che sembrano coinvolgere anche altri poliziotti, che hanno cambiato versione e iniziato a raccontare la verità e che sono accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso. “Era persona significativamente aggressiva e violenta – hanno riferito gli agenti coinvolti – abituato a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello”.
Le prime ammissioni cominciano a provenire dallo stesso Cinturrino: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto”. Al contrario, il pusher non era neanche in possesso di un’arma. Sarebbe stato lo stesso assistente capo del commissariato di Mecenate a mandare un giovane collega a recuperare una borsa contenente la pistola, poi piazzata accanto al corpo del pusher. L’omicidio è stato raccontato da un tossicodipendente afghano che assiste alla scena e la racconta al pm Giovanni Tarzia e agli agenti della squadra Mobile che indagano sui colleghi: Mansouri aveva in una mano un telefono, nell’altra una pietra.
Quando ha visto Cinturrino ha alzato il braccio come per lanciarla. In quel momento l’agente ha estratto l’arma e ha sparato, lui ha cercato di scappare e «una volta attinto è caduto frontalmente». Un poliziotto assassino quindi. Un “delinquente”, così definito dal Capo della Polizia Vittorio Pisani che ha dichiarato alla stampa: ”Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato”.
Quindi la sanzione più grave e definitiva e, quello che più conta, istantanea. A dire la verità, nell’immediatezza del fatto, le cose non stavano così e da più parti si era sentita una levata di scudi a difesa del poliziotto oggi nell’occhio del ciclone. È comprensibile che ci sia una sorta di pregiudizio ideologico a favore o contro le forze dell’ordine quando commettono fatti gravi come l’uccisione di un uomo e chi scrive per primo è sempre dalla parte della polizia.
Ovviamente bisogna poi vedere in concreto cosa possa essere successo perché in qualsiasi corpo le mele marce ci sono e devono essere punite più duramente se indossano una divisa.
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