SI parte con il referendum sulla giustizia, urne aperte oggi e domani
Dopo mesi di una campagna dura e contraddistinta da accese polemiche e forti contrapposizioni, è arrivato il momento della verità. Le urne saranno aperte oggi fino alle 23 e domani fino alle 15 per il referendum che deciderà le sorti della riforma della giustizia. Un voto con il quale gli elettori avranno l’ultima parola sulle nuove norme costituzionali, già approvate a livello parlamentare con due passaggi alla Camera e altrettanti al Senato, che riorganizzano l’ordinamento giudiziario. Una riforma che riguarda tutti i cittadini, nessuno escluso, essendo la giustizia amministrata in nome del popolo. Questo significa che ogni sentenza, ogni provvedimento di qualsiasi magistrato, ogni decisione assunta in qualsivoglia aula di tribunale, riguardano in qualche modo tutti noi.
Perché è importante andare a votare
La giustizia fa il proprio corso non solamente in funzione delle parti direttamente in causa in un procedimento, come vittime e imputati, ma a favore di ogni singolo italiano, del popolo, come recita la Costituzione. Un motivo in più – rispetto alla ben nota importanza di partecipare alla vita politica e istituzionale del Paese quando siamo chiamati alle urne – per esprimersi su questa riforma in particolare andando a votare. Oltretutto attraverso un istituto, quale quello referendario è, che rappresenta l’essenza della democrazia. Tanto più che, essendo confermativo e non abrogativo, per la validità del referendum sulla riforma della giustizia di oggi non occorre superare alcun quorum. Un’ulteriore ragione per esprimersi, evitando che siano altri – tanti o pochi – a decidere per tutti noi.
Il quesito
Il quesito, al netto di come comparirà sulla scheda, è decisamente semplice. Bisogna votare Sì se si vuole sostenere la riforma e No se si intende lasciare tutto com’è attualmente. Il cuore del provvedimento riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, distinguendo tra magistratura giudicante e inquirente. Ovvero, tra chi svolge la funzione di giudice e chi quella di pubblico ministero. L’obiettivo è quello di creare una reale equidistanza di chi è chiamato a giudicare da accusa e difesa, le due parti in causa nei processi, che devono essere poste sul medesimo piano. La separazione delle carriere si inserisce, dunque, in un contesto che sancisce la terzietà del giudice in base al principio del “giusto processo”, entrato a far parte della Costituzione nel 1999, durante il primo governo guidato da Massimo D’Alema. Come diretta conseguenza della distinzione delle carriere dei magistrati, la riforma sdoppia il Csm, prevedendone uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
Cosa può cambiare il referendum sulla giustizia di oggi
A cambiare sono anche le modalità di accesso all’organo di autogoverno della magistratura con l’introduzione del sorteggio. L’obiettivo è quello di limitare l’influenza politica sui componenti laici, attualmente eletti dal Parlamento, e quella delle correnti della magistratura sui membri togati che allo stato si eleggono tra loro. Infine, la riforma introduce un’Alta Corte chiamata a esercitare la funzione disciplinare adesso in capo al Csm. Anche per entrare a far parte di questo nuovo organismo è previsto il sorteggio, un meccanismo equo e in grado di prevenire condizionamenti di sorta. Nulla invece cambia per quanto riguarda l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, rimanendo tali principi scritti in Costituzione perfettamente così come lo sono oggi, parola per parola. La riforma quindi, attualizza la Costituzione, aggiornandola attraverso le modalità previste dalla stessa Carta. A conferma che cambiarla si può e farlo non rappresenta certamente un attacco a questa o quella istituzione.
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