Riciclo al 75% ma l’ombra della guerra sul sistema Conai
Italia leader europea con filiere che marciano a regime record ma...
Nella Giornata Mondiale del Riciclo, l’Italia espone con la sua “medaglia verde”, secondo i dati Conai. dietro l’angolo, l’ombra della guerra. Nel 2026 il tasso di riciclo degli imballaggi sfiorerà l’80% (con una stima prudenziale al 75% per l’immesso al consumo), superando con quattro anni di anticipo i target Ue previsti per il 2030. Un successo trainato da 11 milioni di tonnellate di rifiuti recuperati, ma che oggi appare tragicamente fragile. A minacciare l’economia circolare non più la pigrizia domestica, ma i venti di guerra che spirano dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso del 75%: differenziare costa troppo?
Il dato comunicato dal presidente del Consorzio, Ignazio Capuano, parla chiaro: l’Italia è leader europea. Le singole filiere viaggiano a regimi record: la carta è all’85%, il vetro all’80% e l’acciaio sfiora il 78%. Tuttavia, il 2026 è l’anno dell’incertezza. La crisi geopolitica in Iran ha fatto schizzare il petrolio oltre i 115 dollari, trascinando con sé i costi energetici dei processi industriali di trasformazione.
Riciclare plastica o fondere alluminio sono attività energivore. Con il gas che ha ripreso la corsa sopra i 45 euro/MWh, il “vantaggio ecologico” sta perdendo la sfida contro il “vantaggio economico” della materia vergine.
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Incombe la minaccia estera: plastica vergine vs riciclato
Il vero “nemico” del riciclo italiano è dietro l’angolo della crisi energetica. Mentre i costi di gestione degli impianti italiani lievitano, il mercato è inondato da polimeri vergini extra-Ue (Cina e Sud-est asiatico) prodotti con energia a basso costo e standard ambientali ridotti.
I prezzi delle Materie Prime Seconde in Italia sono sotto pressione: il pet riciclato ha visto una contrazione dei ricavi del 15% nell’ultimo trimestre, poiché le aziende preferiscono acquistare plastica nuova, meno cara di quella rigenerata. “Siamo in un paradosso – spiegano -. Abbiamo i magazzini pieni di materiale selezionato dai cittadini, ma mancano i mercati di sbocco a causa della concorrenza sleale favorita dallo shock energetico”.
La risposta del sistema non si è fatta attendere, ma peserà sulle tasche delle imprese e, a cascata, dei consumatori. Recentissima, la conferma della rimodulazione del Contributo Ambientale Conai. Dal prossimo primo luglio, il contributo per gli imballaggi in plastica subirà un aumento netto per garantire la tenuta del sistema.
Si parla di rincari che porteranno le fasce più critiche a superare i 600 euro a tonnellata. È, di fatto, una “tassa di guerra” necessaria per coprire i costi di raccolta dei Comuni, che il sistema consortile non riesce più a bilanciare con la vendita dei materiali riciclati.
Logistica in affanno
A peggiorare il quadro, la logistica. La crisi in Iran ha reso il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz – dove transita il 20% del greggio globale – un rischio assicurativo insostenibile. I noli marittimi per l’export di carta e plastica verso l’Asia sono aumentati del 40% in tre settimane, bloccando di fatto le rotte commerciali del riciclo e costringendo gli operatori italiani a stoccare tonnellate di materiale che non può essere smaltito né venduto.
In definitiva, il primato italiano del 75% rischia di diventare una vittoria di Pirro. Se il cittadino differenzia, il sistema industriale arranca: con il gas a 45 €/MWh e il petrolio a 115 dollari, riciclare costa oggi più che estrarre materia vergine. L’aumento del CAC dal 1° luglio è l’ammissione di un sistema in apnea, schiacciato tra l’efficienza della raccolta e l’insostenibilità dei mercati esteri.
Senza uno scudo energetico per le filiere del riciclo, la guerra in Iran trasformerà i nostri imballaggi da risorsa strategica a magazzino invendibile del sistema Conai, soffocando l’economia circolare sotto il peso dei noli marittimi e della concorrenza asiatica.
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