Tra il troppo Stato e la libertà senza regole c’è l’educazione civile del pensiero liberale
Michele Gelardi cura una rubrica storica del nostro quotidiano, “Liberalmente corretto”. Una sintesi che ben rende l’idea dell’approccio del nostro collaboratore al pensiero liberale e alla sua declinazione in tutti i comparti della vita democratica del nostro Paese, dalle istituzioni fino al mercato passando ovviamente per la giustizia. Ecco perché è con piacere che vogliamo invitarvi alla lettura del suo nuovo libro, “Diritto e Libertà – Società. Mercato. Stato” (Youcanprint, 2026).
Scorrevole e a fuoco come sempre, lo stile di Gelardi ci accompagna lungo una riflessione pienamente e compiutamente politica che ci pone una delle domande più antiche e insieme più urgenti della convivenza civile: quanta autorità è necessaria perché una società resti umana, e quanta libertà occorre perché non diventi una gabbia? L’assunto da cui muove l’autore è chiaro e forte: l’uomo è creatura imperfetta, esposta, mortale; proprio per questo ha bisogno degli altri, di istituzioni, di consuetudini, di un ordine che lo protegga senza soffocarlo.
È qui che il volume trova il suo baricentro e mostra tutta la sua convincente verve: nella critica della “presunzione fatale” di chi immagina di poter rifondare la vita collettiva dall’alto, secondo schemi astratti (tanto, troppo Stato, tante, troppe leggi e tanta, troppa burocrazia), come se la società fosse un congegno da progettare a tavolino e non un organismo vivente, in continuo movimento e animato da continue contraddizioni.
Stiamo di certo parlando della più pura tradizione liberale e antitotalitaria, ma qui viene ripresa in una riflessione che chiama in causa e fa sue filosofia politica, memoria storica e polemica (nel senso nobile del termine) civile. I totalitarismi del Novecento sono richiamati come monito permanente contro ogni tentazione di rinchiudere l’incompiutezza democratica in un improvvido sistema definitivo. Ogni volta che il potere pretende di incarnare la verità ultima dell’ordine, il confine con la tirannide si assottiglia (d’altronde c’è chi in modo provocatorio definisce la democrazia una dittatura della maggioranza).
Il libro insiste su questo punto con vi-gore: troppo Stato non significa soltanto più amministrazione, più tasse, più burocrazia; significa soprattutto la progressiva colonizzazione dell’esperienza umana da parte di un’autorità che si ritiene fonte esclusiva del diritto, del bene e perfino del senso.
Da qui la critica implacabile al positivismo giuridico e all’identificazione tra diritto e legge. Gelardi ricorda che prima del comando vi è il tessuto delle relazioni, prima della norma scritta vi sono pratiche, usi, accordi, riconoscimenti reciproci. La lingua, il mercato, persino il web diventano esempi di ordini nati non dalla pianificazione ma dalla cooperazione spontanea. Quando invece tutto viene assorbito nella sfera della decisione pubblica, il cittadino cessa di essere soggetto di libertà e diventa destinatario di concessioni revocabili. È una diagnosi che individua una patologia tipicamente italiana: la proliferazione normativa come surrogato dell’azione politica, l’ipertrofia burocratica come segno di sfiducia nella responsabilità sociale.
Ma qui viene il bello. Se è vero, infatti, che uno Stato onnipresente comprime la creatività, protegge le rendite, rallenta l’innovazione e controlla i cittadini, è altrettanto vero che la libertà non coincide mai con la pura assenza di vincoli. Una società non può reggersi sull’iniziativa individuale perché vive anche di limiti interiorizzati, di forme comuni, di regole riconosciute come legittime. L’ordine spontaneo, se vuole essere qualcosa di più di uno slogan, ha bisogno di un ethos condiviso, di una grammatica civile, di argini entro cui il pluralismo non degeneri in sopraffazione dei forti sui deboli. In tal senso il libro offre intuizioni preziose, specie quando richiama la pari dignità delle aspettative, la tolleranza, la compassione, il destino comune (con molte analogie con la Dottrina sociale della Chiesa).
A leggere bene, la chiave che emerge è che il vero contrario dello statalismo non è l’anarchia del desiderio (come quella dei diritti che vengono prima dei doveri, e dei diritti delle minoranze che vengono prima di quelli della maggioranza), ma una società veramente e compiutamente adulta. Quello che ci suggerisce l’autore, insomma, è che come non funziona il monopolio del potere non funziona neppure il mito di una libertà senza forma. Troppo Stato produce sudditi; troppa licenza produce solitudini armate, corporazioni, oligarchie private, manipolatori dell’opinione. La libertà, per essere feconda, deve restare insieme fondamento e argine (massima libertà significa massima responsabilità). Un equilibrio sempre incompiuto tra autonomia personale e disciplina comune. Il libro ha il merito di ricordarci che la democrazia non è mai un bene acquisito, ma un esame infinito.
E che il senso della misura, virtù traghettata dai sofisti (che erano tutt’altro che disquisitori di lana caprina), è tuttora la più attuale delle risposte: meno idolatria dello Stato, meno febbre palingenetica, ma anche meno infantilismo libertario. Solo dentro regole condivise la libertà della persona (in sinergia con il diritto natura-le, appunto) diventa educazione civile. A scuola insegnano Educazione civica. Ecco, ai nostri cittadini serve l’educazione civile, che si fonda necessariamente sul pensiero liberale.
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