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Economia

Pace, basta la parola: tracollo petrolio e gas, volano le Borse

di Giovanni Vasso -


Pace, basta la parola: pure per il petrolio e il gas. Come in quella vecchia réclame. E vale sempre. Pure se la parola è quella di Donald Trump, un tipetto che ama smentirsi persino da solo, figuriamoci dagli eventi. Trump, però, questa volta ha dato un segnale distensivo. E i mercati, che già di guerra non ne possono più, l’hanno ascoltato. Al tiepido, tiepidissimo, calore della speranza della pace, il prezzo del petrolio e del gas è capicollato. Una caduta a doppia cifra percentuale: il brent ha perso addirittura l’11% scendendo sotto i 95 dollari al barile. Il Wti, invece, ha perso il 12% crollando sotto gli 87 dollari. Quando in Italia era ancora mattina, il petrolio aveva riguadagnato, abbondantemente, la soglia dei 110 dollari al barile e nessun segnale dava per imminente un crollo così vistoso. Come quello che si è visto, per esempio, pure al Ttf di Amsterdam. Il gas ha chiuso di pochissimo sopra i 56 euro al Mwh, in giornata aveva brillantemente sorpassato i 63 euro.

La pace passa (anche) dal petrolio

I mercati energetici ci credono, le Borse anche di più. Dopo una mattinata infernale, gli indici del Vecchio Continente hanno chiuso di gran slancio. Tutti in territorio più che positivo. Persino Milano, la peggiore d’Europa nella prima parte di quello che s’annunciava come l’ennesimo lunedì nero dei mercati, ha chiuso brindando al +0,81% dopo aver toccato perdite fino a sfiorare il 2%. Lo spread italiano, che aveva messo a dura prova le coronarie degli investitori, è tracollato non appena s’è iniziato a parlare di pace. Aveva raggiunto i 100 punti base, in una progressione geometrica che ricordava ben altri (e di certo poco gloriosi) tempi. Che è rientrata con le parole di Trump, nonostante la pressione sui titoli di Stato italiano, finiti nel mirino della speculazione finanziaria già dall’emissione dei Btp Valore per i risparmiatori privati avvenuta a inizio mese. Alla fine della seduta, lo spread s’era già riassestato sugli 89 punti. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene.

Ma la “guerra” non è finita

Sì e no. Sì, perché se i mercati sono così reattivi (e volatili) vuol dire che i problemi non sono a tal punto incancreniti che non ci si possa più far nulla. No, perché la fine è ancora lontana. Almeno nel brevissimo periodo. E lo spiega al CeraWeek di Houston, in Texas, Mike Wirth, Ceo di Chevron, colosso Usa di Big Oil. Alla grande kermesse americana dell’energia, Wirth ha spiegato che i prezzi “non hanno ancora pienamente integrato” la chiusura di Hormuz. Detta un po’ più chiara: anche se la guerra finisse oggi, ci vorrà del tempo (e non sarà poco) per ripristinare i flussi, aggiustare le quaranta e più infrastrutture energetiche danneggiate finora (come denunciato da Fatih Birol, capo dell’Aie), ricostituire le riserve strategiche intaccate per far fronte all’emergenza.

I costi politici e strategici

Accanto a questi costi, poi, ci sono i prezzi politici e strategici da pagare. Ci sono, per esempio, tutti gli Stati che hanno scelto di non dipendere più da fornitori legati ai colli di bottiglia e alle strozzature logistiche, di cui Hormuz è uno dei più grandi, ma non il più grande, esempio. E quindi ci sono le decisioni delle compagnie. TotalEnergies ha fatto sapere che cesserà gli investimenti nell’eolico offshore, rinunciando così a ogni battaglia sui siti a largo di New York e della North Carolina, e allocherà invece quelle risorse, di poco inferiori al miliardo di dollari nel comparto oil & gas americano. Per Trump due ottime notizie.


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