Endometriosi: Comunque sia siamo In-visibili!
Anche se la facciata del Senato si illumina di giallo per la giornata sulla consapevolezza sull’endometriosi… ma a che punto siamo?
di Sonia Manente
Il Senato della Repubblica aderisce alle iniziative previste per la Giornata della consapevolezza sull’endometriosi. La facciata di Palazzo Madama sarà illuminata con il colore giallo dal tramonto di oggi, sabato 28 marzo, fino all’alba di domani, domenica 29 marzo.
Cos’è l’endometriosi
L’endometriosi è una malattia cronica che non si vede, ma che devasta. Un tessuto simile all’endometrio cresce fuori dall’utero, invadendo ovaie, intestino, organi del bacino e, nei casi più gravi, perfino polmoni, reni, nervi e diaframma. Non è “solo un dolore mestruale”. È una malattia sistemica che può compromettere ogni aspetto della vita.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati eventi, campagne, iniziative. Dopo il COVID, le associazioni sono diventate ancora più attive. Si parla, si condivide, si sensibilizza. E va bene così: meglio troppo rumore che silenzio. Ma parlare non basta.
Non esite ancora una cura
Perché la realtà è questa: non esiste ancora una cura. E la diagnosi arriva tardi. Sempre troppo tardi. Cinque, otto anni in media. Spesso di più. Ci sono donne che aspettano anche vent’anni per dare un nome al proprio dolore. Vent’anni in cui non vengono credute, vengono minimizzate, rimandate a casa con una pillola e un “vediamo”.
Nel frattempo, la vita va avanti — o almeno ci prova. Scuola saltata, lavoro perso, carriere interrotte. Stipendi già insufficienti che diventano ancora più fragili. E tutto questo mentre si combatte contro un dolore che non dà tregua.
Perché curarsi costa tanto
L’endometriosi non è solo una patologia ginecologica: è complessa, cronica, e richiede un approccio multidisciplinare. Servono ginecologi esperti, ma anche specialisti del dolore, gastroenterologi, urologi, fisioterapisti, psicologi. E spesso queste figure non si trovano nello stesso luogo, né nel sistema pubblico in tempi adeguati.
E allora si paga. Si paga per visite specialistiche. Si paga per esami diagnostici. Si paga per consulti privati, perché aspettare non è un’opzione quando il dolore è quotidiano.E poi si paga per spostarsi: Carburante. autostrada e treni. Si paga per dormire fuori casa, perché i centri davvero competenti sono lontani. Si paga con il tempo, con le energie, con la fatica. Sono tanti soldi, spesso sostenuti interamente dalle donne e dalle loro famiglie, senza un adeguato supporto. Una spesa continua, silenziosa, che si somma a tutto il resto.
Una malattia di cui si parla poco
E poi c’è il peso più grande: il mancato riconoscimento. Perché quando una malattia riguarda il corpo femminile, troppo spesso viene ridotta, sminuita, nascosta dietro tabù culturali duri a morire. “È normale”, “capita a tutte”, “devi sopportare”. No. Non è normale. Le ragazze, le donne e le loro famiglie vengono messe alla prova ogni giorno. Non solo dalla malattia, ma dalla necessità continua di dimostrare che quel dolore è reale. Che limita. Che blocca. Che cambia la vita. E intanto si passa da uno specialista all’altro, senza un percorso chiaro, senza qualcuno che si assuma davvero la responsabilità di prendere in carico la persona nella sua interezza. Un sistema frammentato che lascia sole proprio quando ci sarebbe più bisogno di essere seguite.
Questa non è solo una questione medica, è una questione economica, è una questione sociale, è una questione culturale e politica, e finché non verrà trattata come tale, continueremo a parlare ancora e più forte.
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