Italia, il problema non è Mancini ma una crisi che nasce lontano dal campo
La sconfitta contro il Belgio accende la rabbia dei tifosi, ma dietro la crisi azzurra c'è un declino che parte molto lontano dall'Olimpico.
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La sconfitta per 0-2 contro il Belgio all’Olimpico di Roma ha riportato alla luce tutte le fragilità della Nazionale italiana. I fischi del pubblico al termine della gara di Nations League hanno raccontato meglio di qualsiasi analisi il malcontento di un Paese che da anni vede gli Azzurri allontanarsi dall’élite del calcio mondiale.
La sconfitta col Belgio riapre una ferita mai chiusa
È naturale che, dopo una prestazione deludente, il primo bersaglio diventi l’allenatore. Eppure, attribuire ogni responsabilità a Roberto Mancini sarebbe il modo più semplice, ma anche il meno corretto, di affrontare il problema. Nemmeno il miglior tecnico del mondo potrebbe trasformare una situazione strutturalmente compromessa nel giro di poche settimane. Se si guida una Zastava, non la si può far correre come una Ferrari soltanto cambiando il pilota.
Un sistema che ha smesso di produrre talenti
Il vero nodo riguarda il calcio italiano nel suo complesso. Per decenni i settori giovanili sono stati il cuore pulsante del nostro movimento. Le società investivano nella crescita tecnica e umana dei ragazzi. Il talento era importante, ma contavano anche l’educazione, la disciplina e il rendimento scolastico.
Oggi quel modello sembra essersi smarrito
Poche società di Serie A investono realmente nella formazione dei giovani italiani. In molte partite del massimo campionato si vedono squadre senza un italiano in campo e, in alcuni casi, con pochissimi giocatori europei all’interno della rosa. Non si tratta di una critica agli stranieri, che hanno contribuito a rendere grande il nostro campionato. Il punto è un altro, se i giovani italiani trovano sempre meno spazio, diventa inevitabile che anche il bacino della Nazionale Italiana si impoverisca e le altre si arricchiscano.
L’assenza di un blocco storico
C’è poi un aspetto tecnico che non può essere ignorato. Le Nazionali più forti della storia hanno spesso costruito i loro successi attorno a nuclei consolidati provenienti dagli stessi club. L’Italia campione del mondo aveva una forte identità difensiva e un gruppo che si conosceva alla perfezione. Da anni manca quel famoso blocco Juve che garantiva esperienza, leadership e mentalità vincente. I tifosi ricordano ancora i campioni degli ultimi successi come Buffon, Bonucci, Cannavaro, Chiellini e Barzagli, giocatori capaci di trasmettere sicurezza e personalità a tutto il gruppo. Oggi quei riferimenti sembrano assenti e la differenza emerge soprattutto nei momenti difficili.
È sparito l’orgoglio della maglia azzurra
C’è infine una questione che va oltre la tattica e la tecnica. Un tempo indossare la maglia della Nazionale rappresentava il sogno di ogni bambino. L’azzurro significava appartenenza, sacrificio e orgoglio. Era la possibilità di confrontarsi con i migliori giocatori del pianeta portando sulle spalle la storia di tre Mondiali conquistati. Oggi quella fame sembra essersi attenuata. L’impressione diffusa tra molti appassionati è che il calcio moderno ruoti sempre più attorno a contratti, diritti economici e interessi dei procuratori. La passione, almeno agli occhi dei tifosi, appare spesso in secondo piano.
Dove sono finiti gli oratori e il calcio di strada
Anche la società è cambiata. Generazioni di campioni sono cresciute negli oratori, nei cortili e nei campetti improvvisati. Bastava un pallone consumato e qualche amico per passare interi pomeriggi a giocare. Si giocava sulla terra, sull’asfalto, contro un muro o tra due giacche usate come pali. Le ginocchia sbucciate facevano parte del gioco e nessuno ci faceva troppo caso. Quel calcio spontaneo costruiva tecnica, carattere e creatività. Oggi i giovani hanno molte più opportunità, ma spesso meno occasioni di vivere il pallone con la stessa libertà.
Dare la colpa a Mancini è inutile
La verità è che la crisi della Nazionale non nasce da una singola partita e nemmeno da un singolo allenatore. Negli ultimi anni l’Italia ha cambiato commissari tecnici, strategie e progetti senza riuscire a invertire la rotta. Quando i problemi restano gli stessi nonostante i cambi in panchina, significa che le cause sono più profonde. La responsabilità principale appartiene a un sistema calcistico che necessita di essere ripensato dalla base fino ai vertici.
Servono investimenti nei vivai, maggiore spazio per i giovani italiani, un recupero dei valori sportivi e una nuova cultura della Nazionale. Solo così l’Italia potrà tornare a competere stabilmente con le grandi potenze mondiali. Continuare a cercare un colpevole di turno può soddisfare la pancia del momento. Ricostruire il calcio italiano, invece, richiederà coraggio, programmazione e soprattutto tempo. Ma è l’unica strada possibile per riportare gli Azzurri dove meritano di stare.
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