Che ci fa Rino Gaetano nello spot di Intesa Sanpaolo?
Mentre il Governo chiede miliardi alle banche, Intesa Sanpaolo sceglie la voce associata a Rino Gaetano. E il paradosso racconta molto dell'Italia di oggi.
Alcune coincidenze sembrano tali solo fino a quando non si osservano da vicino. Poi diventano sintomi. In questi giorni una di queste riguarda una canzone, una banca e un governo.
Da una parte c’è Palazzo Chigi che torna a guardare alle banche come a un bancomat istituzionale. Per finanziare la manovra servono risorse e una parte dovrebbe arrivare proprio dal settore creditizio. Dall’altra c’è Intesa Sanpaolo, il colosso bancario più influente del Paese, che sceglie di accompagnare il proprio nuovo spot con “A mano a mano”.
L a cosa interessante, è che nelle ultime settimane quella canzone era già uscita dagli archivi della memoria collettiva per rientrare nell’attualità politica. Il video di Giorgia Meloni che la canta insieme a un gruppo di ragazze è rimbalzato ovunque, trasformando il brano in una sorta di colonna sonora informale della narrazione meloniana: popolare, sentimentale e immediata.
Adesso, la stessa melodia compare nello spot della principale banca italiana mentre il governo chiede alle banche un nuovo contributo economico. Se è una coincidenza, è certamente “molto fortunata”.
Formalmente A mano a mano è una canzone di Riccardo Cocciante. Culturalmente, però, per milioni di italiani quella voce ha il volto di Rino Gaetano. Perché pochi artisti hanno incarnato come lui l’irriverenza verso il potere, le gerarchie e i salotti che contano. Rino osservava il Paese da fuori, con lo sguardo di chi non si fidava delle versioni ufficiali e trovava sempre il modo di infilare uno spillo sotto le poltrone dell’establishment.
Come mai, oggi quella stessa sensibilità finisce per fare da sottofondo al racconto di una delle istituzioni più potenti del sistema economico nazionale?
Forse è il destino di molte opere popolari, che nascono come voce libera e finiscono per essere assorbite dalle strutture che avrebbero dovuto disturbare. La pubblicità lo sa bene. Quando un marchio ha bisogno di sembrare vicino alle persone, prende in prestito emozioni già incarnate nell’immaginario collettivo. Una canzone amata funziona meglio di qualsiasi slogan. Abbassa le difese, crea familiarità e rende umano anche ciò che non lo è.
Così una melodia diventa una carezza reputazionale e non importa più da dove venga e cosa rappresentasse. Conta soltanto ciò che riesce a evocare.
Il passaggio più interessante, non la scelta di Intesa Sanpaolo in sé, perfettamente comprensibile dal punto di vista del marketing. Ma la capacità del sistema di incorporare perfino i simboli che un tempo ne contestavano la logica.
Alla fine ci ritroviamo con una canzone resa immortale da uno dei cantautori più allergici al potere che accompagna il racconto pubblico di una grande banca mentre il governo tratta con le banche sulla prossima manovra.
Se fosse ancora qui, probabilmente Rino Gaetano sorriderebbe. Non per approvare, ma perché certe volte la realtà riesce a scrivere satire migliori di quelle che un artista potrebbe immaginare.
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