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Economia

A Bruxelles le “prove tecniche” della stangata Ue sulle sigarette

Per ora, un esito interlocutorio: scetticismo diffuso sulla manovra

di Angelo Vitale -


Oggi, il primo giorno della verità per milioni di fumatori: in Europa la discussione sulla proposta di aumentare drasticamente le accise su tabacco e sigarette, una stangata targata Ue.

L’aggiornamento della direttiva Ue sul tabacco

L’idea alla base del provvedimento è semplice: uniformare e aggiornare una direttiva sulle tasse sul tabacco ferma da oltre 15 anni, includendo sigarette, tabacco da rollare, sigari e prodotti alternativi come sigarette elettroniche e tabacchi riscaldati. Ma l’impatto concreto potrebbe trasformarsi in una stangata sociale ed economica senza precedenti.

La proposta prevede di portare l’accisa minima sulle sigarette dagli attuali 90 euro per 1.000 pezzi a 215 euro, con aggiornamenti ogni tre anni secondo l’inflazione. In termini pratici, molti stati europei — soprattutto quelli dell’Europa meridionale o orientale, dove il prezzo medio di un pacchetto è basso — vedrebbero aumentare i pacchetti di 1‑2 euro, con un prezzo che potrebbe salire dai circa 5 euro attuali a 6‑7 euro o oltre. Si tratta di un balzo significativo per i consumatori, che rischia di colpire in modo particolare le fasce a reddito medio-basso.

Le motivazioni della stangata sulle sigarette

La Commissione giustifica la stangata Ue sulle sigarette con due obiettivi principali: ridurre il consumo di tabacco per motivi di salute pubblica e generare nuove entrate fiscali per gli Stati membri e per l’Unione. Secondo le stime, la riforma potrebbe produrre circa 15 miliardi di euro l’anno di entrate aggiuntive, oltre a consentire risparmi sulla spesa sanitaria derivanti da una possibile riduzione del consumo. Alcune organizzazioni sanitarie europee sostengono che si tratta di un passo necessario verso un’Europa libera dal tabacco entro il 2040.

Il rischio del contrabbando

Tuttavia, una efficacia di questi effetti che non è immediatamente scontata. L’aumento dei prezzi potrebbe stimolare un boom del contrabbando e del mercato nero, già storicamente presente in diversi Paesi. Quando il prezzo legale diventerà ancora più proibitivo, molti consumatori potrebbero rivolgersi a canali non regolamentati, togliendo gettito allo Stato e aumentando i rischi sanitari, perché i prodotti illegali non sono controllati. In tal modo, la stangata Ue sulle sigarette si tradurrebbe in un flop.

Un’altra conseguenza concreta riguarda la progressività della misura. L’aumento di 1-2 euro al pacchetto, apparentemente modesto, si traduce in circa 30-60 euro al mese per chi fuma un pacchetto al giorno. Per chi ha redditi bassi, l’incremento pesa in modo significativo.

Pagano i consumatori, imprese a rischio

In questo senso, la tassazione appare regressiva: colpisce chi ha meno senza necessariamente garantire un calo reale del consumo, se non accompagnata da politiche sociali ed educative efficaci.

Non meno importante, appare l’impatto sul mercato legale: tabaccherie, distributori e piccoli esercizi potrebbero subire un colpo rilevante. Meno vendite, cali di fatturato e possibili chiusure di attività rappresentano un rischio concreto, soprattutto nei Paesi dove le micro-imprese sono parte significativa dell’economia.

Non un fenomeno marginale: rappresentano circa il 99% di tutte le imprese dell’Unione, danno lavoro a quasi la metà degli occupati, generando circa un terzo del fatturato totale. Imprese che costituiscono la spina dorsale dell’economia con migliaia di piccoli esercizi, botteghe, servizi, attività artigianali e commerciali diffuse su tutto il territorio.

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È chiaro pure che la manovra ha una forte motivazione sanitaria: la tassazione del tabacco come strumento efficace per ridurre il consumo, in particolare tra giovani e fasce vulnerabili.
Tuttavia, una misura che assume più il carattere di una strategia di bilancio che di politica di salute: l’aumento massiccio e rapido, senza adeguati strumenti di supporto, è concreta pressione economica sui cittadini.

Tassare non basta

Oggi, quindi, non una data qualsiasi. La riforma – si dice a Bruxelles – punta a modernizzare regole vecchie e ad armonizzare la tassazione. Ma se non accompagnata da misure efficaci di controllo del contrabbando, sostegno alle fasce deboli e politiche educative, rischia di diventare una tassa pesante sui cittadini più vulnerabili, con effetti contrari alle stesse finalità dichiarate.

Una scelta che cerca di coniugare salute pubblica e bilancio, ma che rischia di farlo in modo diseguale e controproducente. Se l’Europa vuole davvero ridurre il tabagismo e promuovere giustizia sociale, questa “stangata” richiede accompagnamenti seri: lotta all’illegalità, sostegno alle fasce fragili, educazione sanitaria e politiche di disassuefazione concrete.

Altrimenti il risultato potrebbe essere un boomerang: più contrabbando, più ingiustizie sociali e un gettito che si volatilizza. Perché tassare non basta.

L’esito della discussione a Bruxelles

La discussione iniziale sulla revisione della Direttiva sulle Accise sul Tabacco non ha portato a un’approvazione immediata o a risultati legislativi definitivi. Si è trattato di una fase di negoziazione e consultazione preliminare. La legislazione fiscale dell’Ue richiede l’unanimità tra gli Stati membri, un processo notoriamente lungo e complesso.

A Bruxelles, un aggiornamento sullo stato dei negoziati e l’identificazione delle aree di disaccordo.

La discussione ha permesso di valutare la reazione degli Stati membri al documento di compromesso danese. Emerso uno scetticismo diffuso tra i vari Paesi riguardo al mantenimento di gran parte della proposta originale della Commissione, che prevedeva aumenti significativi delle accise.

Gli Stati membri hanno ribadito le loro posizioni iniziali, spesso distanti tra loro, evidenziando la necessità di ulteriori negoziati per trovare un equilibrio tra obiettivi di salute pubblica, entrate fiscali e lotta al commercio illecito.

L’audizione al Parlamento europeo ha formalmente registrato pure le preoccupazioni dell’industria del tabacco, che ha sostenuto che un aumento delle tasse favorirebbe il contrabbando e ridurrebbe le entrate.


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