A Natale siamo tutti più Avatar

Ho sempre pensato che se dovessi scegliere di dare un qualcosa che non ho ad un mio ipotetico Avatar sarebbe la benevolenza, cosa che davvero mi torna scomoda. Eppure sapevo, quando ho varcato la soglia del cinema di Trieste che mi ha tenuto 3 ore e 12 più pausa lontano dalle notifiche di whatsapp, che avrei dovuto averne e tanta. Io che a difficoltà reggo le due ore classiche anche quando il mordente è notevole.
Direte: “che ci vai a fare?”. Per il gusto della bastiancontrarietà, anzitutto. Perché dai soliti ne ho lette troppe e troppo livorose su questo film. Quindi ho pensato che se c’era un motivo per poterlo redimere almeno presso i miei lettori, me lo sarei andato a cercare. Doverosa premessa. Insieme a caffeina quanto basta.
Sono tante le critiche espresse e che si potrebbero anche confermare per un film che ci inchioda alle comode poltrone tutto questo tempo, immergendo lo spettatore in un tripudio di toni caldi. Abbiamo letto essere una storia mielosa, dalla trama confusa e difficile da seguire, esageratamente ambientalista.
Non so cosa si aspetti la gente da un filmone natalizio per famiglie. Il sangue? C’hanno provato in altri film ma senza darci orgasmi cinefili. Le liti in famiglia? Deja vu.
Come non apprezzare i prodigi della computer grafica che ci porta a capofitto in un mondo fatato, un pianeta dove delle creature antropomorfe allo stato semiselvaggio vivono in una simbiosi perfetta con il mondo circostante, dagli animali senzienti all’entità divina, una Dea Madre che tutto accomuna ed è pura energia vitale ed autorigenerante.
Il pianeta Pandora ha un’anima e i suoi abitanti la rispettano e difendono. Cosa non vi torna? Che sia inverosimile? Un film che si chiama Avatar? Ma davvero?
Il fil rouge è marcatamente ambientalista, oggi più che mai di forte richiamo di valori. Attuale, si fanno congressi con potenti del mondo per toccare la materia, forse non si vorrebbe che anche attraverso uno strumento così parlante alle menti dei futuri adulti il messaggio arrivasse dritto e chiaro e in una lingua a loro comprensibile? I bambini in sala erano entusiasti. Avrebbero pure retto mezz’ora in più.
Ma Avatar nel suo sequel è anche una storia di integrazione tra diversità apparentemente inconciliabili. Altro argomento bello tosto che non si può affrontare unicamente con le diatribe politiche dove le fazioni hanno il compito di scannarsi e basta.
La famiglia Na’vi è il primo frutto dell’incrocio tra razze diverse, il popolo di Pandora e gli umani che nel primo Avatar si presentarono già come predatori cinici, sanguinari e in caccia del profitto ad ogni condizione. Tanto per cambiare. Spoiler: continuano ad esserlo anche qui. Perché dopo un decennio abbondante (correva l’anno 2009 quando uscì il primo Avatar) dobbiamo pur dimostrare che non siamo cambiati affatto. E l’autore del film non dimentica e non vuole farci dimenticare quello che siamo. Però, al contrario di molti colleghi, che partono con un’idea e hanno almeno due ore per accreditarla, qui si fornisce un elemento di ricostruzione. Una speranza per noi, per la nostra coscienza e per lo spirito, cosa che rende questa pellicola perfetta per chi al cinema ci mette piede giusto a Natale.
L’onore della nostra civiltà viene quindi salvato dai quei pochi che si ribellano alla logica del Dio danaro e scelgono di combattere al fianco degli indigeni. E anche qui la sposo, scusate se mi permetto. Siamo invasi, costantemente, quotidianamente. Se non capiamo noi cosa significa, cadiamo nella logica del double standard, roba da DEM.
Un secondo messaggio di integrazione e solidarietà possibile lo troviamo nell’incontro, che è a più riprese anche scontro, tra i bluastri Na’vi delle foreste e i verdognoli Metakayina dei mari, tribù dove la famiglia braccata dei primi trova rifugio.
Il terzo messaggio ci richiama alla forza della famiglia, al legame di sangue che rende invincibile l’amore tra genitori e figli, e tra fratelli e sorelle, fatto di orgoglio, coccole, soddisfazioni, ma anche scontri, delusioni, dolore, separazione, e, ahimé, morte.
Un film per tutti, da gustare muniti di popcorn gigante e in versione 3D che rende al massimo il lavoro di grafica ed effetti speciali.

Ho sempre pensato che se dovessi scegliere di dare un qualcosa che non ho ad un mio ipotetico Avatar sarebbe la benevolenza, cosa che davvero mi torna scomoda. Eppure sapevo, quando ho varcato la soglia del cinema di Trieste che mi ha tenuto 3 ore e 12 più pausa lontano dalle notifiche di whatsapp, che avrei dovuto averne e tanta. Io che a difficoltà reggo le due ore classiche anche quando il mordente è notevole.
Direte: “che ci vai a fare?”. Per il gusto della bastiancontrarietà, anzitutto. Perché dai soliti ne ho lette troppe e troppo livorose su questo film. Quindi ho pensato che se c’era un motivo per poterlo redimere almeno presso i miei lettori, me lo sarei andato a cercare. Doverosa premessa. Insieme a caffeina quanto basta.
Sono tante le critiche espresse e che si potrebbero anche confermare per un film che ci inchioda alle comode poltrone tutto questo tempo, immergendo lo spettatore in un tripudio di toni caldi. Abbiamo letto essere una storia mielosa, dalla trama confusa e difficile da seguire, esageratamente ambientalista.
Non so cosa si aspetti la gente da un filmone natalizio per famiglie. Il sangue? C’hanno provato in altri film ma senza darci orgasmi cinefili. Le liti in famiglia? Deja vu.
Come non apprezzare i prodigi della computer grafica che ci porta a capofitto in un mondo fatato, un pianeta dove delle creature antropomorfe allo stato semiselvaggio vivono in una simbiosi perfetta con il mondo circostante, dagli animali senzienti all’entità divina, una Dea Madre che tutto accomuna ed è pura energia vitale ed autorigenerante.
Il pianeta Pandora ha un’anima e i suoi abitanti la rispettano e difendono. Cosa non vi torna? Che sia inverosimile? Un film che si chiama Avatar? Ma davvero?
Il fil rouge è marcatamente ambientalista, oggi più che mai di forte richiamo di valori. Attuale, si fanno congressi con potenti del mondo per toccare la materia, forse non si vorrebbe che anche attraverso uno strumento così parlante alle menti dei futuri adulti il messaggio arrivasse dritto e chiaro e in una lingua a loro comprensibile? I bambini in sala erano entusiasti. Avrebbero pure retto mezz’ora in più.
Ma Avatar nel suo sequel è anche una storia di integrazione tra diversità apparentemente inconciliabili. Altro argomento bello tosto che non si può affrontare unicamente con le diatribe politiche dove le fazioni hanno il compito di scannarsi e basta.
La famiglia Na’vi è il primo frutto dell’incrocio tra razze diverse, il popolo di Pandora e gli umani che nel primo Avatar si presentarono già come predatori cinici, sanguinari e in caccia del profitto ad ogni condizione. Tanto per cambiare. Spoiler: continuano ad esserlo anche qui. Perché dopo un decennio abbondante (correva l’anno 2009 quando uscì il primo Avatar) dobbiamo pur dimostrare che non siamo cambiati affatto. E l’autore del film non dimentica e non vuole farci dimenticare quello che siamo. Però, al contrario di molti colleghi, che partono con un’idea e hanno almeno due ore per accreditarla, qui si fornisce un elemento di ricostruzione. Una speranza per noi, per la nostra coscienza e per lo spirito, cosa che rende questa pellicola perfetta per chi al cinema ci mette piede giusto a Natale.
L’onore della nostra civiltà viene quindi salvato dai quei pochi che si ribellano alla logica del Dio danaro e scelgono di combattere al fianco degli indigeni. E anche qui la sposo, scusate se mi permetto. Siamo invasi, costantemente, quotidianamente. Se non capiamo noi cosa significa, cadiamo nella logica del double standard, roba da DEM.
Un secondo messaggio di integrazione e solidarietà possibile lo troviamo nell’incontro, che è a più riprese anche scontro, tra i bluastri Na’vi delle foreste e i verdognoli Metakayina dei mari, tribù dove la famiglia braccata dei primi trova rifugio.
Il terzo messaggio ci richiama alla forza della famiglia, al legame di sangue che rende invincibile l’amore tra genitori e figli, e tra fratelli e sorelle, fatto di orgoglio, coccole, soddisfazioni, ma anche scontri, delusioni, dolore, separazione, e, ahimé, morte.
Un film per tutti, da gustare muniti di popcorn gigante e in versione 3D che rende al massimo il lavoro di grafica ed effetti speciali.

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