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Cronaca

A Prato frodi e società cartiere: il crimine insidia il tessile

Un sistema ben oliato ha trasformato una delle storiche eccellenze manifatturiere del Paese in un laboratorio dell'economia illegale

di Angelo Vitale -


Frodi Ue e società cartiere, Prato non più e solo il simbolo storico del tessile italiano. Oggi, sotto l’occhio vigile della Procura Europea perché un sistema ben oliato ha trasformato una delle storiche eccellenze manifatturiere del Paese in un laboratorio delle frodi internazionali.

Frodi ue e società cartiere, l’operazione Fraus ab Oriente

L’operazione Fraus ab Oriente ha portato al sequestro di oltre 7,8 milioni di metri di tessuto e 237mila capi di abbigliamento importati illegalmente dalla Cina, per un valore stimato di oltre 10 milioni di euro, con evasione di dazi e Iva pari a circa 3,6 milioni di euro.

Dietro questi numeri impressionanti, non soltanto tessuti stipati nei magazzini dei macrolotti industriali, ma un mosaico di comportamenti che chiamano in causa non solo operatori economici senza scrupoli.

Un intero ecosistema che, durante il tempo, ha fallito nel leggere i segnali più evidenti di un sistema di sfruttamento e di concorrenza sleale. A Prato, frodi Ue e società cartiere hanno insidiato il distretto del tessile.

Le indagini della Procura europea

Nelle indagini della Guardia di Finanza, coordinate dal pool dell’European Public Prosecutor’s Office di Bologna, un meccanismo consolidato di società “apri e chiudi” che operavano come schermi sotto i quali si consumava la frode. Nei magazzini formalmente vuoti o affittati a soggetti estranei, le effettive attività di stoccaggio e distribuzione di materie prime e prodotti finiti.

Merci importate irregolarmente dalla Cina con documenti falsificati. E poi “giustificate” tramite fatture emesse da società satellite registrate in Polonia e Germania ma inesistenti o inattive.

Tutto per far apparire le transazioni come interne all’Unione Europea e dunque esenti da obblighi doganali e Iva dovuta all’importazione.

Dal monitoraggio dei flussi di merci su strada, all’analisi delle rotte di trasporto dei tir provenienti dall’estero, all’individuazione di micro-hub logistici nei macrolotti, l’operazione ha ricostruito un tratto di filiera che aggirava sistematicamente controlli, regole e doveri tributari.

Una cinese a capo della banda

Il cuore della frode, nella capacità di rendere “apparente” la legittimità delle transazioni. Merce importata illegalmente dalla Cina veniva poi “presentata” come se fosse stata acquistata da fornitori intra-Ue. A capo della banda, sua mente direttiva, una figura apparentemente gregaria, una donna di nazionalità cinese, formalmente una impiegata di una delle società coinvolte.

L’effetto, duplice. Prima, l’elusione di dazi e Iva. Poi, la produzione di un quadro fiscale e documentale che metteva in difficoltà gli stessi controllori perché, sulla carta, tutto sembrava intra-Ue.

Non semplicemente un documento sbagliato. Secondo gli inquirenti, l’evasione di 3,6 milioni di euro in tributi doganali e imposte negli ultimi tre anni. Nel giro di un anno e mezzo, una quantità di tessuto sequestrato che ha raggiunto oltre 7,8 milioni di metri. Una delle più significative indagini mai avviate in Italia nel settore tessile con il coinvolgimento dell’EPPO.

Un salto di scala giudiziario

Ma pure un salto di scala giudiziario. Un episodio che mette in relazione meccanismi di frode con l’appropriazione indebita di risorse fiscali comunitarie. Impatti diretti sui bilanci pubblici, sulla concorrenza e sulla sopravvivenza di imprese tessili oneste che operano nel distretto da decenni.

Dietro i numeri e le lettere della legge, una realtà fatta di reti di imprese che operano in zone grigie, dove la tecnologia delle fatture, la mobilità delle merci e l’uso di prestanome diventano strumenti per aggirare sistematicamente la legge. Non un caso che da tempo la Procura pratese abbia nel tempo indirizzato l’attenzione non solo sui profili fiscali, ma sulle possibili derivazioni organizzate di tipo economico-criminale, che richiedono un coordinamento con la Direzione Distrettuale Antimafia. Non formalizzati capi di imputazione mafiosi, ma l’interesse verso metodologie e strutture di frode complesse riflette l’allarme crescente.

E nemmeno un caso che il distretto di Prato sia al centro del dibattito su sfruttamento del lavoro, dumping salariale e condizioni di impiego di lavoratori migranti. Operare con costi distorti grazie alla mancata contribuzione fiscale e alla elusione di dazi significa poter offrire prodotti a prezzi enormemente più bassi di quelli delle imprese che rispettano regole, contratti e normative.

Chi paga il conto?

Il risultato, una concorrenza sleale endemica, che schiaccia i prezzi e mette in difficoltà sia le aziende oneste sia i lavoratori regolari. In un settore dove la marginalità è già sottile, questa frode ha generato un vantaggio competitivo iniquo. Chi evade diventa, per paradosso, più competitivo di chi rispetta le regole.

Chi paga il conto? Le imprese oneste. Le casse pubbliche perdono milioni di entrate tributarie. Le imprese regolari perdono competitività. I lavoratori subiscono una compressione salariale e di condizioni.

L’operazione di Prato, il momento più visibile di un problema molto più profondo. Evidente, l’incapacità cronica di regolamentare e controllare mercati fittizi che drenano risorse e opportunità reali.

Perché questa volta non si tratta solo di tessuti sequestrati. A Prato un modello operativo che ha penetrato il tessile made in Italy e prova che la criminalità economica moderna non ha bisogno di armi o violenza plateale per sfidare lo Stato. Bastano una fattura falsa e una società di comodo.

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