Adam Driver si racconta: “La mia trasformazione”

Dotato di un talento incredibile e un fascino unico, Adam Driver è uno dei pochi attori della sua generazione in grado di portare sul grande e piccolo schermo personaggi complessi e intimi che gli hanno permesso di diventare in breve tempo tra gli artisti più richiesti ad Hollywood.
Dopo aver interpretato Adam Sackler nella serie tivù Girls e padre Garupe in Silence di Martin Scorsese, dal 2015 J.J. Abrams lo sceglie per interpretare il villain Kylo Ren nella trilogia sequel di Star Wars.
Lo scorso settembre è stato tra i protagonisti di Venezia 79 dove ha presentato il film in concorso che ha aperto la Mostra White Noise di Noah Baumbach – disponibile su Netflix – dal quale era già stato diretto nel lungometraggio Storia di un matrimonio, anche questo sbarcato nel 2019 al Lido. Un legame speciale quello con la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che lo ha visto trionfare nel 2014, quando si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per il film Hungry Hearts di Saverio Costanzo.
La critica è stata estremamente entusiasta. Il Film è stato giudicato capace di essere al contempo esilarante e poetico. White Noise racconta i tentativi di una famiglia americana moderna di affrontare in un mondo pieno di incertezze i conflitti della vita quotidiana e allo stesso tempo comprendere i misteri universali della felicità e della morte.
Tematiche, quelle proposte nella storia raccontata nel film, tanto attuali quanto spinose, ma che affrontate con la chiave giusta e una certa dose di ironia, riescono a tenere il pubblico incollato alla poltrona in sala con leggerezza e spunti di riflessione. Sullo sfondo di un possibile disastro ambientale, ingrediente sempre più presente nella cinematografia di oggi, si svolge tutto ciò che la quotidianità non si stanca mai di replicare, proprio perché fa da specchio alle dinamiche della società.
Adam, cosa puoi anticiparci su questo tuo nuovo progetto cinematografico?
White Noise – basato sul romanzo di Don DeLillo – racconta la storia di Jack Gladney, il personaggio che interpreto, un professore universitario specializzato in studi hitleriani, che affascina per la sua ars oratoria. Si è sposato la quarta volta con Babette e insieme hanno quattro figli. Quando il deragliamento di un treno che porta sostanze chimiche provoca un incendio che produce una pericolosa nube tossica che minaccia la città, Jack e la sua famiglia sono coinvolti in una corsa contro il tempo che si snoda in chiave tragicomica.
Come reagisce il tuo personaggio a tutto questo?
Jack è un uomo davvero stressato da tutto quello che accade intorno a lui ma fa di tutto per far sembrare tutto normale (ride, ndr).
Come ti sei preparato ad entrare nei panni di Jack?
I personaggi di questo film sono ben scritti e definiti. In aggiunta, Noah ha completamente riscritto e rieditato ciascuno di loro. Abbiamo lavorato molto attorno a un tavolo: il processo di lavorazione è stato molto vicino a quello che si fa per un’opera che si porta su un palcoscenico, anche se in questo caso in maniera più condensata. Questo è stato possibile grazie al fatto che c’è molta teatralità in alcuni momenti del film.
Per questo personaggio hai dovuto subire una trasformazione: che effetto ti ha fatto?
Sì, per questa parte appaio stempiato e con meno capelli. Inoltre, ho dovuto mettere un po’ di peso e, come se non bastasse, avevo anche una pancia finta di scorta. I truccatori hanno fatto un lavoro fantastico!
Quanto si discostano i personaggi da quelli raccontati nel romanzo di DeLillo?
Il regista ha portato in questo film diversi punti di vista. Il tono è evidentemente diverso da quello del libro e anche il pubblico, guardandolo, alla fine ha impressioni differenti da quelle di DeLillo e Baumbach.
La difficile situazione sanitaria mondiale ha influenzato la scrittura e l’interpretazione di voi attori?
Sì e no. Non abbiamo pensato alla pandemia mentre giravamo le scene ma, inevitabilmente, da due anni abbiamo preso familiarità con dei linguaggi, penso ad esempio l’uso delle mascherine. Il resto faceva già parte della sceneggiatura.
Dotato di un talento incredibile e un fascino unico, Adam Driver è uno dei pochi attori della sua generazione in grado di portare sul grande e piccolo schermo personaggi complessi e intimi che gli hanno permesso di diventare in breve tempo tra gli artisti più richiesti ad Hollywood.
Dopo aver interpretato Adam Sackler nella serie tivù Girls e padre Garupe in Silence di Martin Scorsese, dal 2015 J.J. Abrams lo sceglie per interpretare il villain Kylo Ren nella trilogia sequel di Star Wars.
Lo scorso settembre è stato tra i protagonisti di Venezia 79 dove ha presentato il film in concorso che ha aperto la Mostra White Noise di Noah Baumbach – disponibile su Netflix – dal quale era già stato diretto nel lungometraggio Storia di un matrimonio, anche questo sbarcato nel 2019 al Lido. Un legame speciale quello con la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che lo ha visto trionfare nel 2014, quando si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per il film Hungry Hearts di Saverio Costanzo.
La critica è stata estremamente entusiasta. Il Film è stato giudicato capace di essere al contempo esilarante e poetico. White Noise racconta i tentativi di una famiglia americana moderna di affrontare in un mondo pieno di incertezze i conflitti della vita quotidiana e allo stesso tempo comprendere i misteri universali della felicità e della morte.
Tematiche, quelle proposte nella storia raccontata nel film, tanto attuali quanto spinose, ma che affrontate con la chiave giusta e una certa dose di ironia, riescono a tenere il pubblico incollato alla poltrona in sala con leggerezza e spunti di riflessione. Sullo sfondo di un possibile disastro ambientale, ingrediente sempre più presente nella cinematografia di oggi, si svolge tutto ciò che la quotidianità non si stanca mai di replicare, proprio perché fa da specchio alle dinamiche della società.
Adam, cosa puoi anticiparci su questo tuo nuovo progetto cinematografico?
White Noise – basato sul romanzo di Don DeLillo – racconta la storia di Jack Gladney, il personaggio che interpreto, un professore universitario specializzato in studi hitleriani, che affascina per la sua ars oratoria. Si è sposato la quarta volta con Babette e insieme hanno quattro figli. Quando il deragliamento di un treno che porta sostanze chimiche provoca un incendio che produce una pericolosa nube tossica che minaccia la città, Jack e la sua famiglia sono coinvolti in una corsa contro il tempo che si snoda in chiave tragicomica.
Come reagisce il tuo personaggio a tutto questo?
Jack è un uomo davvero stressato da tutto quello che accade intorno a lui ma fa di tutto per far sembrare tutto normale (ride, ndr).
Come ti sei preparato ad entrare nei panni di Jack?
I personaggi di questo film sono ben scritti e definiti. In aggiunta, Noah ha completamente riscritto e rieditato ciascuno di loro. Abbiamo lavorato molto attorno a un tavolo: il processo di lavorazione è stato molto vicino a quello che si fa per un’opera che si porta su un palcoscenico, anche se in questo caso in maniera più condensata. Questo è stato possibile grazie al fatto che c’è molta teatralità in alcuni momenti del film.
Per questo personaggio hai dovuto subire una trasformazione: che effetto ti ha fatto?
Sì, per questa parte appaio stempiato e con meno capelli. Inoltre, ho dovuto mettere un po’ di peso e, come se non bastasse, avevo anche una pancia finta di scorta. I truccatori hanno fatto un lavoro fantastico!
Quanto si discostano i personaggi da quelli raccontati nel romanzo di DeLillo?
Il regista ha portato in questo film diversi punti di vista. Il tono è evidentemente diverso da quello del libro e anche il pubblico, guardandolo, alla fine ha impressioni differenti da quelle di DeLillo e Baumbach.
La difficile situazione sanitaria mondiale ha influenzato la scrittura e l’interpretazione di voi attori?
Sì e no. Non abbiamo pensato alla pandemia mentre giravamo le scene ma, inevitabilmente, da due anni abbiamo preso familiarità con dei linguaggi, penso ad esempio l’uso delle mascherine. Il resto faceva già parte della sceneggiatura.
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