Addio a Roberto Maroni: Il leghista gentile

Fu segretario della Lega dopo Bossi. Ministro. E governatore della Lombardia. Aveva 67 anni

Una vita per la Lega. Roberto Maroni muore a 67 anni. A dare la triste notizia la famiglia dell’ex Guardasigilli, tramite Instagram: “Questa notte alle 4 il nostro caro Bobo ci ha lasciato. A chi gli chiedeva come stava, anche negli ultimi istanti, ha sempre risposto bene”. L’ottimismo, infatti, era una delle caratteristiche che contraddistingueva da sempre quel rivoluzionario, che permise al partito padano di arrivare ai numeri odierni.

A ricordare il padre politico e un rapporto fatto di consigli ma anche di animate discussioni, l’attuale numero uno dei Verdi Matteo Salvini. “Leghista sempre e per sempre – scrive su Twitter”.

La carriera politica inizia verso la fine degli anni 70, quando dopo essersi laureato in giurisprudenza, diventa speaker di Radio Varese. Da qui nasce l’amicizia con Umberto Bossi, che apprezzando la sua capacità di mediare, decide di dargli un ruolo nell’organizzazione della sua creatura. Nel giro di una decina d’anni, Roberto è il fedelissimo del Senateur.

Nel 1992 entra a Montecitorio e senza problemi, come accade solo per pochi, viene nominato capogruppo. Dimostra, infatti, di avere una marcia in più sia nello stemperare gli animi nel suo partito, che nel trattare con gli alleati.

Stima, quindi, che viene subito ripagata dalla coalizione. Viene nominato prima ministro nell’Interno, dove si distingue per le sue abilità nell’affrontare i problemi atavici del Paese. Nel 1994 è il primo non democristiano a ricoprire quel ruolo.

Un incarico che gli consente subito di arrivare ai massimi livelli, ma allo stesso di procurarsi antipatie e simpatie tra i colleghi. Continua, intanto, il protagonismo nei principali dicasteri. Prima diventa titolare del ministero per il Lavoro e poi ritorna al Viminale, dove si distingue appunto per la norma sulla sicurezza che prende il suo nome.

Una svolta nella vita, poi, arriva nel 2013 quando decide di lasciare la capitale e tornare a Milano per fare il presidente della Regione Lombardia. Fino al 2018, nel capoluogo della moda e del design è il vero motore propulsore di Expo, nonostante una serie di inchieste che lo tormentano.

L’ultimo sogno del moderato dei Verdi quelli di fare il ritorno nella sua Varese da sindaco. Questa volta a fermarlo solo la malattia. Pur caratterizzandosi per i toni bassi, la differenza di stile rispetto a Bossi, che col tempo ha portato a deteriorare il rapporto tra i due, tutti sanno che Roberto è ed è stato sempre un combattente, anche ora che non sarà più a Pontida.

Fu segretario della Lega dopo Bossi. Ministro. E governatore della Lombardia. Aveva 67 anni

Una vita per la Lega. Roberto Maroni muore a 67 anni. A dare la triste notizia la famiglia dell’ex Guardasigilli, tramite Instagram: “Questa notte alle 4 il nostro caro Bobo ci ha lasciato. A chi gli chiedeva come stava, anche negli ultimi istanti, ha sempre risposto bene”. L’ottimismo, infatti, era una delle caratteristiche che contraddistingueva da sempre quel rivoluzionario, che permise al partito padano di arrivare ai numeri odierni.

A ricordare il padre politico e un rapporto fatto di consigli ma anche di animate discussioni, l’attuale numero uno dei Verdi Matteo Salvini. “Leghista sempre e per sempre – scrive su Twitter”.

La carriera politica inizia verso la fine degli anni 70, quando dopo essersi laureato in giurisprudenza, diventa speaker di Radio Varese. Da qui nasce l’amicizia con Umberto Bossi, che apprezzando la sua capacità di mediare, decide di dargli un ruolo nell’organizzazione della sua creatura. Nel giro di una decina d’anni, Roberto è il fedelissimo del Senateur.

Nel 1992 entra a Montecitorio e senza problemi, come accade solo per pochi, viene nominato capogruppo. Dimostra, infatti, di avere una marcia in più sia nello stemperare gli animi nel suo partito, che nel trattare con gli alleati.

Stima, quindi, che viene subito ripagata dalla coalizione. Viene nominato prima ministro nell’Interno, dove si distingue per le sue abilità nell’affrontare i problemi atavici del Paese. Nel 1994 è il primo non democristiano a ricoprire quel ruolo.

Un incarico che gli consente subito di arrivare ai massimi livelli, ma allo stesso di procurarsi antipatie e simpatie tra i colleghi. Continua, intanto, il protagonismo nei principali dicasteri. Prima diventa titolare del ministero per il Lavoro e poi ritorna al Viminale, dove si distingue appunto per la norma sulla sicurezza che prende il suo nome.

Una svolta nella vita, poi, arriva nel 2013 quando decide di lasciare la capitale e tornare a Milano per fare il presidente della Regione Lombardia. Fino al 2018, nel capoluogo della moda e del design è il vero motore propulsore di Expo, nonostante una serie di inchieste che lo tormentano.

L’ultimo sogno del moderato dei Verdi quelli di fare il ritorno nella sua Varese da sindaco. Questa volta a fermarlo solo la malattia. Pur caratterizzandosi per i toni bassi, la differenza di stile rispetto a Bossi, che col tempo ha portato a deteriorare il rapporto tra i due, tutti sanno che Roberto è ed è stato sempre un combattente, anche ora che non sarà più a Pontida.

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