Tutti pazzi per l’ADHD
Un’etichetta in più per eludere le responsabilità a discapito di chi ne soffre realmente
Un dito che scorre sullo schermo, un video dopo l’altro, nel flusso continuo dei social. Poi il movimento si ferma. Il ragazzo fissa lo smartphone, fa un cenno con la testa, quasi sollevato: “Ecco chi sono. Ho l’ADHD.” Niente appuntamenti in clinica, nessun neuropsichiatra, zero scartoffie. A fare la diagnosi ci ha pensato l’algoritmo di TikTok, confezionando un’identità su misura. Un’etichetta leggera, che toglie un peso dal petto. Nelle scuole e a casa si fa strada un fenomeno che prof e psicologi non possono più ignorare: la tendenza a romanzare il disagio psicologico. Il rischio è che disturbi neurobiologici complessi vengano ridotti a una moda del momento o, peggio, a una comoda linea di difesa.
La moda del cervello distratto
La fatica quotidiana si trasforma in destino, la distrazione diventa un tratto di carattere e l’impegno un optional. Di fronte alle insufficienze o ai richiami, la risposta è un sospiro: “Non è colpa mia, il mio cervello è fatto così.” Una coperta di Linus che protegge dagli insuccessi, ma che finisce per bloccare la crescita.
I numeri parlano chiaro: mentre aumentano le certificazioni mediche grazie a una maggiore sensibilità scientifica, gli hashtag sull’ADHD macinano miliardi di visualizzazioni. E spesso i creator elencano tratti comunissimi – perdere le chiavi, rimandare lo studio – in cui qualsiasi adolescente iperstimolato finisce per riconoscersi.
Chi l’ADHD lo vive davvero
La prospettiva cambia completamente se si guarda a chi questa condizione la vive sul serio. Per loro non è un’estetica da bio o un trend da cavalcare, ma un ingombro reale, una fatica cronica che pesa su relazioni, voti e autostima. Il problema è proprio questo: più i video diventano virali, più la voce di chi soffre davvero si assottiglia.
Quando una patologia viene banalizzata per fare click, chi ha bisogno di supporto diventa invisibile, sommerso dal rumore di fondo della rete. In mezzo a questo loop ci finiscono i ragazzi: adolescenti che cercano un nome per il proprio malessere e trovano invece una definizione social che li giustifica e li immobilizza.
L’ADHD non è un personaggio, un filtro o un pass per non provarci. È una condizione seria, che richiede rispetto, diagnosi cliniche e adulti capaci di guardare oltre lo schermo.
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