L’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio: radiografia impietosa dello Stato
Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso nella stazione di Bologna il 5 gennaio scorso, 8 gennaio 2026 ANSA / Courtesy Famiglia Ambrosio ++ NO SALES ++ EDITORIAL USE ONLY ++ NPK ++
C’è un momento, come direbbe Cruciani alla Zanzara, in cui la cronaca smette di essere solo nera e diventa una radiografia impietosa dello Stato. Il nome è quello di Alessandro Ambrosio, capotreno, ucciso mentre faceva semplicemente il suo lavoro. La vicenda è tristemente chiara: l’uomo accusato dell’omicidio, Marin Jelenic, cittadino croato, non era uno sconosciuto alle istituzioni. Aveva precedenti, aveva già avuto guai seri con la giustizia e soprattutto aveva in tasca un provvedimento di allontanamento dal territorio italiano. Un foglio. Dieci giorni per andarsene. E poi? Poi niente. Poi la realtà, quella che non aspetta le scadenze amministrative.
Ed è qui che il racconto smette di essere un fatto isolato e diventa un sistema. Perché viviamo in un Paese rigidissimo con chi produce, con chi lavora, con chi rischia ogni giorno nell’impresa o nell’artigianato. Un Paese che non perdona uno scontrino sbagliato, che pretende acrobazie fiscali da chi già fatica ad arrivare a fine mese, che moltiplica norme, bolli, controlli, sanzioni. Uno Stato forte con i suoi cittadini onesti, fortissimo sulla carta, e incredibilmente debole quando dovrebbe esercitare la sua funzione più elementare: garantire la sicurezza.
Il “foglio di allontanamento” è il simbolo perfetto di questa schizofrenia. Un atto che certifica un pericolo e allo stesso tempo lo rimette in circolazione. Un provvedimento che si affida alla buona volontà di chi, per definizione, ha già dimostrato di non rispettare le regole. Non è garantismo, non è civiltà giuridica: è rinuncia. È lo Stato che dice “so che sei un rischio”, ma subito dopo aggiunge “arrangiati, e noi con te”.
Nel frattempo i diritti si rovesciano: chi dovrebbe avere doveri pretende solo tutele, chi dovrebbe essere protetto resta esposto. Il diritto alla vita, all’incolumità, alla giustizia diventa secondario, sacrificato sull’altare dell’inerzia e della paura di decidere. E quando accade l’irreparabile, partono le frasi di circostanza, le promesse, le commissioni, mentre una famiglia resta con una sedia vuota e una domanda senza risposta: chi paga davvero?
E allora diciamolo senza giri di parole: è dovere dello Stato italiano, dovere prima ancora che scelta politica, non appiccicare in mano un foglio destinato a finire dopo tre giorni per terra, spiegazzato e inutile, a una persona che non può stare qui. È dovere dello Stato garantire ai cittadini onesti, ai suoi cittadini, che quando viene riconosciuto un pericolo quella persona viene immediatamente allontanata dal nostro Paese, senza ipocrisie e senza alibi burocratici. Perché uno Stato che si limita a scrivere e non a proteggere non è giusto, non è autorevole e non è degno di chiedere rispetto. È solo un apparato che scarica le conseguenze delle proprie omissioni su chi, come Alessandro Ambrosio, aveva il diritto di tornare a casa vivo.
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