Storie

Addio Andi Brehme, umano troppo umano

di Giovanni Vasso -


Andi Brehme è morto. Terzino sinistro dell’Inter dei record e della Germania campione del mondo a Italia ’90. “Con profonda tristezza annuncio a nome della famiglia che Andreas Brehme è morto improvvisamente e inaspettatamente durante la notte a seguito di un arresto cardiaco”, ha detto la compagna Susanne Schaefer all’agenzia tedesca Dpa. “Vi chiediamo di rispettare la nostra privacy in questo momento difficile e di astenervi dal fare domande”. Solo silenzio. E un pensiero per un campione e per la sua vita tribolata quando per lui si sono spente le luci a San Siro e il calcio è diventato il rimpianto e la dimostrazione di quanto sia effimera la gloria. Un giorno sei capace di scendere in campo col piede fratturato e di segnare tirando una bordata da cinquanta metri. Quello dopo finisci nella rubrichetta del “che fine ha fatto”, nelle colonne dedicate a chi, dalle stelle sbatte a terra per la gioia degli invidiosi, dei falliti, della canaglia che non aspetta altro che mordere le carni dell’ex idolo, svelatosi uomo. A differenza degli eroi, persino di quelli di Italia ’90, che sono sempre giovani e belli, i calciatori invecchiano. E si svela la fragilità che è la natura stessa della condizione umana. E umano, troppo umano, è stato Andy Brehme.

“Non conosco la paura”, disse a chi gli chiedeva se tremò quando Lothar Matthaus gli passò il rigore, contestatissimo da Diego Armando Maradona e compagni, segnando il quale la Germania Ovest e non più Ovest dal momento che solo qualche mese prima era crollato il muro di Berlino. Non conosceva la paura quando, per mettere in mostra il suo talento, si beccò una gomitata in faccia da Jimmy Hartwig che non ne poteva più di subire tunnel da quel ragazzino biondo e sfrontato. Sognava una maglia con l’Amburgo, la squadra della sua città. Ci rimise quattro denti e ottocento marchi per riattaccarseli. Uno così paura non poteva averne. Andi Brehme era passato sotto l’allenamento durissimo del padre Bernd. Che gli insegnò a tirare con entrambi i piedi, lo sottopose a sforzi sempre crescenti, sia nel fisico che nella mente. Ma che gli sono serviti, eccome.

La grande occasione è con il Kaiserslautern, da calciatore. Si impone come talento assoluto, arriva la chiamata dall’Italia. Irrinunciabile, alla fine degli anni ’80. Lo vuole l’Inter di Ernesto Pellegrini e del Trap. Sarà la colonna sinistra della squadra dei record, il 13esimo scudetto del Biscione. Con la maglia della Mannschaft è protagonista assoluto di Italia ’90. Segna e fa segnare. Il rigore che esorcizza Sergio Goycoechea, il demone alato che aveva parato tutto (o quasi) all’Italia, consegnò alla Germania una gioia importante nel momento decisivo della sua storia recente. Poi, finita col calcio giocato, si sedette in panchina. L’ultima sua apparizione fu a Stoccarda, vice di Giovanni Trapattoni che lo aveva voluto a Milano. Poi è scomparso. Sono iniziati i problemi. Prima familiari, il divorzio, poi economici. I debiti. La ricchezza che svanisce insieme alla gioventù, gli acciacchi che moltiplicano i problemi, le risate cannibali di chi gode all’abbattimento degli idoli che si svelano umani, troppo umani. Qualcuno, fingendo di volergli dare una mano, gli propose un posto da lavacessi. Qualcun altro, grande, davvero troppo grande, gli tende la mano. E lo fece davvero. Fu Franz Beckenbauer a trovargli un posto al Bayern, da osservatore. Grazie a cui aveva potuto ricalibrare la direzione della sua esistenza. “Non fate domande”, ha chiesto la compagna. Dopo tanto veleno, almeno questo gli è dovuto ad Andi Brehme.


Torna alle notizie in home