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Arturo Benedetti Michelangeli: La “nekyia” e il fascino del mito

di RICCARDO LENZI
I concerti di Arturo Benedetti Michelangeli avevano qualcosa della “nekyia”, che presso gli antichi Greci era il rito con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio. Era come se il pubblico non avesse di fronte a sé un artista vivo e vegeto, ma l’effimera apparizione di un mito che ormai non apparteneva più al mondo dei vivi. Era divenuto il simbolo dell’arte pianistica dei nostri tempi, ma si negava a ogni pubblicità. E quanto più si celava dietro i capolavori del repertorio pianistico, tanto più cresceva il suo fascino. Nelle sue interpretazioni cercava di esaurire ogni aspetto dell’opera d’arte e ai superficiali faceva pensare a un freddo scienziato, ma in realtà aveva conquistato un suo equilibrio tra la monolitica ragione e l’umbratile poesia. Ce lo fa rivivere in un libro appena uscito (“Luci e ombre del perfezionismo”, Zecchini editore, pp VI + 258) Cord Garben, amico e produttore del sommo pianista, che ha collaborato alla sua attività discografica per diciassette anni. Se ne deduce che Benedetti Michelangeli appartiene alla razza degli interpreti puri, assoluti: quella, per intenderci, di Pollini, Richter e Karajan, prodotto tipico e obbligato della fase tarda e da un certo punto di vista decadente in cui il venir meno dell’impulso creativo concentra tutte le energie vitali dell’arte sull’aspetto ricreativo dell’interpretazione. Rivelatorio il confronto che Garben fa fra Michelangeli e un altro grande pianista della generazione precedente, Wilhelm Backhaus: quest’ultimo concepisce l’opera allo stesso tempo in modo intuitivo e intellettuale per poi, al momento dell’esecuzione, progettarla, sotto il controllo mentale, con “sangue caldo”, cercando di conservare tutta la sua spontaneità. Nel caso di Benedetti Michelangeli l’approccio iniziale di un’opera era puramente centrato sulla tecnica e sulla sua ambizione incondizionata di raggiungere in quel senso la perfezione assoluta. Secondo Garben, il pianista conservava dentro di sé tutta la ricchezza dei sentimenti umani, che però, ed è questa la tragedia dell’uomo, negava al pubblico dei suoi concerti. Probabilmente era lo stesso meccanismo psicologico che gli rese così difficile il contatto con le persone nella vita di tutti i giorni. Una ricerca della perfezione tecnica che spesso andava a detrimento del “bello”, almeno come lo intendeva un altro suo illustre collega, Sviatoslav Richter, che così significativamente opinava a proposito di un concerto tenuto a Tours il 26 giugno 1975: «La sua esecuzione del testo dei Preludi è perfetta. E’, come sempre, al di sopra di tutto. Le note, così come sono scritte, sono tecnicamente perfette. Ma tutto rimane come vitreo. Penso che questo fanatismo e gli estremi standard strumentali che egli esige da se stesso inibiscano l’immaginazione e gli impediscano di mostrare il suo vero amore per queste opere che pure suona in modo così impeccabile». A proposito della tecnica è assai interessante il parallelo che Cord Garben fa tra il maestro bresciano e un suo importante allievo: «Solo Maurizio Pollini assomiglia nella tensione ideale a Benedetti Michelangeli. La differenza lampante in entrambe le tecniche di tocco è che Pollini, per quanto il movimento delle mani lo consente, sempre tiene tutte le dita sui tasti e li preme da lì, quindi in realtà non “attacca”. Gli elementi melodici allora vengono evidenziati direttamente con un maggior peso del braccio o una maggiore pressione delle dita. Viste le dimensioni delle sue mani, può tener pronte un buon numero di dita; è capace di suonare un’ottava con il secondo e quarto dito, come come il grande violoncellista Mstilav Rostropovic». La tecnica di Benedetti Michelangeli è assai diversa e richiede una particolare spavalderia esecutiva. Egli sempre, anche suonando i più piccoli elementi melodici, perfino le singole note, fa cadere la mano dall’alto, da una distanza più o meno ampia fino ai tasti, poi la lascia “cadere” sulla melodia, creando un grande suono dominante che si distingue da quelli di accompagnamento.

di RICCARDO LENZI
I concerti di Arturo Benedetti Michelangeli avevano qualcosa della “nekyia”, che presso gli antichi Greci era il rito con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio. Era come se il pubblico non avesse di fronte a sé un artista vivo e vegeto, ma l’effimera apparizione di un mito che ormai non apparteneva più al mondo dei vivi. Era divenuto il simbolo dell’arte pianistica dei nostri tempi, ma si negava a ogni pubblicità. E quanto più si celava dietro i capolavori del repertorio pianistico, tanto più cresceva il suo fascino. Nelle sue interpretazioni cercava di esaurire ogni aspetto dell’opera d’arte e ai superficiali faceva pensare a un freddo scienziato, ma in realtà aveva conquistato un suo equilibrio tra la monolitica ragione e l’umbratile poesia. Ce lo fa rivivere in un libro appena uscito (“Luci e ombre del perfezionismo”, Zecchini editore, pp VI + 258) Cord Garben, amico e produttore del sommo pianista, che ha collaborato alla sua attività discografica per diciassette anni. Se ne deduce che Benedetti Michelangeli appartiene alla razza degli interpreti puri, assoluti: quella, per intenderci, di Pollini, Richter e Karajan, prodotto tipico e obbligato della fase tarda e da un certo punto di vista decadente in cui il venir meno dell’impulso creativo concentra tutte le energie vitali dell’arte sull’aspetto ricreativo dell’interpretazione. Rivelatorio il confronto che Garben fa fra Michelangeli e un altro grande pianista della generazione precedente, Wilhelm Backhaus: quest’ultimo concepisce l’opera allo stesso tempo in modo intuitivo e intellettuale per poi, al momento dell’esecuzione, progettarla, sotto il controllo mentale, con “sangue caldo”, cercando di conservare tutta la sua spontaneità. Nel caso di Benedetti Michelangeli l’approccio iniziale di un’opera era puramente centrato sulla tecnica e sulla sua ambizione incondizionata di raggiungere in quel senso la perfezione assoluta. Secondo Garben, il pianista conservava dentro di sé tutta la ricchezza dei sentimenti umani, che però, ed è questa la tragedia dell’uomo, negava al pubblico dei suoi concerti. Probabilmente era lo stesso meccanismo psicologico che gli rese così difficile il contatto con le persone nella vita di tutti i giorni. Una ricerca della perfezione tecnica che spesso andava a detrimento del “bello”, almeno come lo intendeva un altro suo illustre collega, Sviatoslav Richter, che così significativamente opinava a proposito di un concerto tenuto a Tours il 26 giugno 1975: «La sua esecuzione del testo dei Preludi è perfetta. E’, come sempre, al di sopra di tutto. Le note, così come sono scritte, sono tecnicamente perfette. Ma tutto rimane come vitreo. Penso che questo fanatismo e gli estremi standard strumentali che egli esige da se stesso inibiscano l’immaginazione e gli impediscano di mostrare il suo vero amore per queste opere che pure suona in modo così impeccabile». A proposito della tecnica è assai interessante il parallelo che Cord Garben fa tra il maestro bresciano e un suo importante allievo: «Solo Maurizio Pollini assomiglia nella tensione ideale a Benedetti Michelangeli. La differenza lampante in entrambe le tecniche di tocco è che Pollini, per quanto il movimento delle mani lo consente, sempre tiene tutte le dita sui tasti e li preme da lì, quindi in realtà non “attacca”. Gli elementi melodici allora vengono evidenziati direttamente con un maggior peso del braccio o una maggiore pressione delle dita. Viste le dimensioni delle sue mani, può tener pronte un buon numero di dita; è capace di suonare un’ottava con il secondo e quarto dito, come come il grande violoncellista Mstilav Rostropovic». La tecnica di Benedetti Michelangeli è assai diversa e richiede una particolare spavalderia esecutiva. Egli sempre, anche suonando i più piccoli elementi melodici, perfino le singole note, fa cadere la mano dall’alto, da una distanza più o meno ampia fino ai tasti, poi la lascia “cadere” sulla melodia, creando un grande suono dominante che si distingue da quelli di accompagnamento.

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