L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Barbano, Scopelliti e Velardi: tre voci per una giustizia finalmente terza

In un Paese che da troppo tempo confonde la forza dell’accusa con la verità, anche una riforma minima può diventare una scelta di civiltà

di Angelo Vitale -


I temi della campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati nelle parole di Alessandro Barbano, Francesca Scopelliti e Claudio Velardi per una giustizia finalmente terza.

In Campania, parlare di giustizia non è mai un esercizio accademico. Qualche giorno fa, a Caserta, un incontro promosso da SìSepara. Barbano, Scopelliti e Velardi, tutti convinti delle ragioni del Sì. Ma tre voci differenti, per storia e linguaggio, poi convergenti su un punto decisivo. Senza giudici davvero terzi il processo cessa di essere un luogo di garanzia e diventa un campo di forza. Su questo, gli interventi sulla giustizia di Barbano, Scopelliti e Velardi all’incontro.

Barbano: Serve un giudice sottratto alla logica del risultato

Da Barbano, il tema sul terreno dell’architettura dello Stato di diritto. Un giudice, ha spiegato, deve essere indifferente all’esito del processo, sottratto alla logica del risultato.

Quando l’accusa e chi giudica appartengono alla stessa carriera, condividono gli stessi meccanismi di valutazione e di avanzamento, quella distanza si assottiglia fino a diventare un’illusione. Una torsione delle regole del diritto, uno stigma che non riguarda i singoli magistrati ma il sistema che li ingloba.

Nella sua narrazione, con il richiamo a mille inchieste che al Sud hanno arrestato centinaia di persone per condannarne solamente poche decine, l’eco di una analisi sui troppi ergastoli ormai comminati in Italia. Pene definitive che si moltiplicano in un modello di processo dove la verifica della prova cede il passo alla conferma dell’impianto accusatorio.

Scopelliti: La ferita non rimarginata del crimine giudiziario contro Tortora

Se Barbano ha parlato di sistema, Scopelliti ha parlato di ferite. Il caso Enzo Tortora, ha ricordato, non solo una tragedia personale ma un crimine giudiziario che l’Italia non ha mai davvero esaminato.

Ventisette governi in trentasette anni, senza l’autopsia giudiziaria necessaria per riconciliare il Paese con la propria storia. Da lei, anche la denuncia della campagna dell’Anm arrivata fino ai manifesti 6×3 nelle stazioni.

Il segno di una magistratura che comunica e si difende come un soggetto politico, rafforzando l’asimmetria tra chi esercita il potere punitivo e chi lo subisce.

Velardi: Quando l’accusa domina il racconto pubblico

Claudio Velardi ha invece spostato l’attenzione sul presente e sul rischio più immediato. La campagna referendaria travolta da altri temi, il nodo della separazione delle carriere confinato all’orizzonte pubblico.

Eppure è proprio oggi, nell’epoca del processo mediatico che condiziona ogni dibattimento – con la complicità dei media – che questa riforma diventa cruciale. Un problema democratico.

Quando l’accusa domina il racconto pubblico prima ancora della sentenza, la presunzione di innocenza diventa una formula vuota. Il vero pericolo è l’indifferenza dei cittadini, senza partecipazione nessun riequilibrio sarà possibile.

Una “piccola riforma” necessaria

La Campania, specchio di tutto ciò. Qui le inchieste hanno spesso sostituito la politica, i magistrati sono diventati talvolta arbitri impliciti del destino di intere classi dirigenti. In un territorio così segnato, la richiesta di una giustizia davvero terza acquista un significato più netto e meno astratto.

La separazione delle carriere non promette palingenesi. Non cancella gli errori, né riscrive le biografie spezzate. Ma come è emerso, può essere il primo passo per rimettere ordine tra i poteri, per restituire al giudice la giusta distanza dall’accusa e al cittadino una garanzia in più.

In un Paese che da troppo tempo confonde la forza dell’accusa con la verità, anche una riforma minima può diventare una scelta di civiltà.


Torna alle notizie in home