“Barbie autistica”: altro che inclusività, è solo becero marketing
La becera operazione “Barbie autistica” si inserisce in una strategia ormai collaudata dalla Mattel: intercettare temi sociali sensibili e trasformarli in prodotti ad alto valore commerciale. Dietro la retorica dell’inclusività, infatti, emerge con forza il rischio di una semplificazione estrema e strumentale di una condizione complessa come l’autismo, ridotta a pochi accessori riconoscibili e facilmente vendibili. Cuffie antirumore, tablet e spinner non sono l’autismo, ma solo alcuni elementi che possono appartenere all’esperienza di alcune persone nello spettro. Trasformarli in segni identitari fissi significa cristallizzare uno stereotipo, offrendo ai bambini – e agli adulti – un’immagine rassicurante, ordinata e soprattutto vendibile della neurodiversità. È una narrazione che non disturba, non pone domande scomode e non costringe a confrontarsi con le reali difficoltà di inclusione scolastica, lavorativa e sociale delle persone autistiche.
Le critiche delle associazioni e il limite del branding
Le critiche di associazioni come Anffas e Assoutenti colpiscono nel segno: la disabilità non può diventare una linea di prodotto. Non basta dichiarare di aver consultato esperti per legittimare un’operazione che nasce e vive sul mercato, sugli scaffali, dentro una logica di branding. L’inclusione, quella reale, è fatta di servizi, diritti, supporti adeguati, formazione degli insegnanti e ascolto delle famiglie, non di bambole tematiche lanciate con una campagna stampa.
La serializzazione della diversità e il rischio vetrina
Anche il richiamo alle precedenti Barbie “inclusive” – con vitiligine, protesi o sindrome di Down – rafforza l’impressione di una serializzazione della diversità, trasformata in collezione. Ogni nuova bambola sembra più rispondere all’esigenza di aggiornare l’immagine etica dell’azienda che a un autentico impegno sociale. La domanda è sempre la stessa: questa Barbie aiuterà davvero a comprendere meglio un compagno di classe autistico, o servirà solo a far sentire i consumatori delle persone migliori? Finché l’inclusione sarà prima di tutto un’operazione di marketing, la diversità finirà sì sotto i riflettori, ma di una vetrina.
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