Caro ENRICO, scusa se rispondo così alla tua lettera sulla batosta Pd

Scusate, ma l’avete letta – pardòn per la cacofonia – la lettera di Letta agli iscritti Pd? Quella dove dice che la sinistra è viva e lotta insieme a noi. Ma come? Il front runner. Del più grande partito della sinistra italiana. Che non ne azzecca una. Candida amici, dirigenti e presunti giovani Dem che si rivelano gente da zero voti o, alla peggio, smanettoni di Facebook imbrigliati fra post da smentire e sciocchezze da correggere. Come risultato fa trionfare Giorgia Meloni alle elezioni politiche.

E quando gli chiedono leninamente “Che fare?” lui risoponde serio: “Abbiamo perso, ma ne usciamo vivi”. E ancora: “ Abbiamo il tempo e la forza intellettuale e politica di rimetterci in piedi”. “L’esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità di presentarsi con un qiuadro ampio di alleanze”. E via discorrendo, nel gergo più grigio del politichese, come se la sinistra fosse un cadavere e la sua lettera l’autopsia.Nel frattempo, al Nazareno – dove sta scritto che quella del Pd sarebbe la casa di tutti gli italiani, mentre mi pare di ricordare che è stata fortunatamente per poco la casa di Gigino Di Maio e dei vari catapultati del listone lettiano – è partita la solita, insulsa, guerra di correnti sempre con le stesse facce, slogan e guerre fra poveri cristi che hanno ridotto allo stato vegetativo il partito.

Uno spettacolo avvilente, che – se non sarà fermato in tempo – porterà i Dem come in Francia presto sotto il 10 per cento. Eppure, come quando non ti ricordi come era cominciato il film, perché hai perso tempo a smessaggiare al telefono, e premi il tasto rewind per tornare indietro, a Letta basterebbe sfogliare a rovescio la storia del suo partito per capire che la sola cosa da fare – oltre a mettere da parte se stesso, i suoi vice, le sue intendenze, i suoi yes men – sarebbe quella di telefonare al magazzino dove li hanno stipati, farsi mandare un po’ di quei centomila volontari che dovevano andare casa per casa a risvegliare gli italiani in campagna elettorale, far loro montare i gazebo, aprire una finestra di un mese per presentare delle libere candidature e lasciare che con le primarie siano gli italiani che si riconoscono nel mondo progressista, pagando i soliti due ero, a mettere fine a questa stagione di zombee e ridare alla sinistra una faccia. E soprattutto un linguaggio che abbia sogno, sentimento e futuro come unica fissazione. Ogni santo giorno. Ogni istante. Finche non si voterà di nuovo.

Scusate, ma l’avete letta – pardòn per la cacofonia – la lettera di Letta agli iscritti Pd? Quella dove dice che la sinistra è viva e lotta insieme a noi. Ma come? Il front runner. Del più grande partito della sinistra italiana. Che non ne azzecca una. Candida amici, dirigenti e presunti giovani Dem che si rivelano gente da zero voti o, alla peggio, smanettoni di Facebook imbrigliati fra post da smentire e sciocchezze da correggere. Come risultato fa trionfare Giorgia Meloni alle elezioni politiche.

E quando gli chiedono leninamente “Che fare?” lui risoponde serio: “Abbiamo perso, ma ne usciamo vivi”. E ancora: “ Abbiamo il tempo e la forza intellettuale e politica di rimetterci in piedi”. “L’esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità di presentarsi con un qiuadro ampio di alleanze”. E via discorrendo, nel gergo più grigio del politichese, come se la sinistra fosse un cadavere e la sua lettera l’autopsia.Nel frattempo, al Nazareno – dove sta scritto che quella del Pd sarebbe la casa di tutti gli italiani, mentre mi pare di ricordare che è stata fortunatamente per poco la casa di Gigino Di Maio e dei vari catapultati del listone lettiano – è partita la solita, insulsa, guerra di correnti sempre con le stesse facce, slogan e guerre fra poveri cristi che hanno ridotto allo stato vegetativo il partito.

Uno spettacolo avvilente, che – se non sarà fermato in tempo – porterà i Dem come in Francia presto sotto il 10 per cento. Eppure, come quando non ti ricordi come era cominciato il film, perché hai perso tempo a smessaggiare al telefono, e premi il tasto rewind per tornare indietro, a Letta basterebbe sfogliare a rovescio la storia del suo partito per capire che la sola cosa da fare – oltre a mettere da parte se stesso, i suoi vice, le sue intendenze, i suoi yes men – sarebbe quella di telefonare al magazzino dove li hanno stipati, farsi mandare un po’ di quei centomila volontari che dovevano andare casa per casa a risvegliare gli italiani in campagna elettorale, far loro montare i gazebo, aprire una finestra di un mese per presentare delle libere candidature e lasciare che con le primarie siano gli italiani che si riconoscono nel mondo progressista, pagando i soliti due ero, a mettere fine a questa stagione di zombee e ridare alla sinistra una faccia. E soprattutto un linguaggio che abbia sogno, sentimento e futuro come unica fissazione. Ogni santo giorno. Ogni istante. Finche non si voterà di nuovo.

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