Che turismo che fa

Il turismo si gode un Natale d’ossigeno. Con la fine della pandemia e delle restrizioni, il comparto si gode un inverno “normale”. In giro per lo Stivale, secondo gli ultimi dati di Coldiretti, ci saranno ben cinque milioni di turisti, Ma finito il Covid, non tutto è tornato al suo posto. Non c’è un bel clima, insomma, per il turismo italiano. In tutti i sensi.
Secondo uno studio pubblicato da Bankitalia, infatti, il cambiamento climatico rischia di trasformare, per sempre, la vocazione turistica italiana. Ci sarà meno neve, specialmente sull’arco alpino, ma il Mediterraneo, che rischia di diventare un lago sempre più caldo, potrebbe perdere appeal mentre le stazioni sciistiche, specialmente quelle a bassa quota, dovranno reinventarsi. E, magari, proprio così riusciranno non solo a sopravvivere ma a guidare la transizione turistica nazionale.
In un occasional paper, si legge quella che appare una banalità ma che, in realtà, è l’architrave del documento stesso: “Migliori condizioni di innevamento tendono a corrispondere anche a più pernottamenti. L’innevamento programmato non appare, invece, determinante per sostenere flussi turistici significativi”. Inoltre, all’innalzarsi delle temperature, aumenteranno anche i costi per la neve artificiale. Diverranno insostenibili e, sostanzialmente, inutili. “La neve artificiale può ridurre le perdite finanziarie dovute a casi occasionali di inverni carenti di neve – si legge nel documento -, ma non può proteggere dalle tendenze sistemiche a lungo termine verso inverni più miti. In questo contesto sono cruciali le strategie di adattamento basate sulla diversificazione delle attività e dei ricavi montani”. E la montagna potrebbe svelare una resilienza quasi insospettabile: “Si potrebbero effettuare investimenti per ridurre la dipendenza dell’economia montana dalle condizioni della neve: ad esempio, aumentando l’impegno nel turismo annuale, stimolando e promuovendo il turismo estivo, ma anche le attività e gli intrattenimenti indipendenti dal tempo”. Da vittima a protagonista, dunque: “Il turismo estivo nelle Alpi è spesso considerato un potenziale vincitore del cambiamento climatico globale, poiché il Mediterraneo diventerà troppo caldo e perderà la sua attrattiva climatica. Nelle regioni europee più temperate, comprese le Alpi, dove l’idoneità climatica per il turismo estivo può migliorare a causa del cambiamento climatico (condizioni più calde e forse anche più secche), l’industria del turismo potrebbe beneficiare delle future condizioni climatiche avverse nel Mediterraneo”. Insomma, meno bagni a mare, più passeggiate nei boschi.
Gli stabilimenti balneari perciò rischiano grosso. Ma non solo sul medio e lungo periodo. Federbalneari alza la voce sulla legge Concorrenza e annuncia che il prossimo anno potrebbe essere quello del contenzioso. Il presidente Marco Maurelli ha spiegato: “La norma attuale è confusa e non garantisce né il ricambio né alcuna continuità di impresa alle aziende turistiche balneari. Inoltre è alto il rischio che si apra un contenzioso straordinario tra pubblico e privato perché non ci sono né i tempi né alcun percorso che dia certezza alle imprese e così pure il blocco degli investimenti, già da anni ormai una certezza”. Il pericolo è il baratro: “Vi è un rischio acclarato che vi sia un calo drastico della produzione di servizi turistici e pertanto un vertiginoso calo del Pil turismo di almeno 4 punti percentuali complessivi, con rischi per l’occupazione stabile”. Pertanto arriva l’appello: “La priorità assoluta, è un confronto tra la premier Meloni e la presidente della Commissione Ue Von der Leyen”.
Il turismo si gode un Natale d’ossigeno. Con la fine della pandemia e delle restrizioni, il comparto si gode un inverno “normale”. In giro per lo Stivale, secondo gli ultimi dati di Coldiretti, ci saranno ben cinque milioni di turisti, Ma finito il Covid, non tutto è tornato al suo posto. Non c’è un bel clima, insomma, per il turismo italiano. In tutti i sensi.
Secondo uno studio pubblicato da Bankitalia, infatti, il cambiamento climatico rischia di trasformare, per sempre, la vocazione turistica italiana. Ci sarà meno neve, specialmente sull’arco alpino, ma il Mediterraneo, che rischia di diventare un lago sempre più caldo, potrebbe perdere appeal mentre le stazioni sciistiche, specialmente quelle a bassa quota, dovranno reinventarsi. E, magari, proprio così riusciranno non solo a sopravvivere ma a guidare la transizione turistica nazionale.
In un occasional paper, si legge quella che appare una banalità ma che, in realtà, è l’architrave del documento stesso: “Migliori condizioni di innevamento tendono a corrispondere anche a più pernottamenti. L’innevamento programmato non appare, invece, determinante per sostenere flussi turistici significativi”. Inoltre, all’innalzarsi delle temperature, aumenteranno anche i costi per la neve artificiale. Diverranno insostenibili e, sostanzialmente, inutili. “La neve artificiale può ridurre le perdite finanziarie dovute a casi occasionali di inverni carenti di neve – si legge nel documento -, ma non può proteggere dalle tendenze sistemiche a lungo termine verso inverni più miti. In questo contesto sono cruciali le strategie di adattamento basate sulla diversificazione delle attività e dei ricavi montani”. E la montagna potrebbe svelare una resilienza quasi insospettabile: “Si potrebbero effettuare investimenti per ridurre la dipendenza dell’economia montana dalle condizioni della neve: ad esempio, aumentando l’impegno nel turismo annuale, stimolando e promuovendo il turismo estivo, ma anche le attività e gli intrattenimenti indipendenti dal tempo”. Da vittima a protagonista, dunque: “Il turismo estivo nelle Alpi è spesso considerato un potenziale vincitore del cambiamento climatico globale, poiché il Mediterraneo diventerà troppo caldo e perderà la sua attrattiva climatica. Nelle regioni europee più temperate, comprese le Alpi, dove l’idoneità climatica per il turismo estivo può migliorare a causa del cambiamento climatico (condizioni più calde e forse anche più secche), l’industria del turismo potrebbe beneficiare delle future condizioni climatiche avverse nel Mediterraneo”. Insomma, meno bagni a mare, più passeggiate nei boschi.
Gli stabilimenti balneari perciò rischiano grosso. Ma non solo sul medio e lungo periodo. Federbalneari alza la voce sulla legge Concorrenza e annuncia che il prossimo anno potrebbe essere quello del contenzioso. Il presidente Marco Maurelli ha spiegato: “La norma attuale è confusa e non garantisce né il ricambio né alcuna continuità di impresa alle aziende turistiche balneari. Inoltre è alto il rischio che si apra un contenzioso straordinario tra pubblico e privato perché non ci sono né i tempi né alcun percorso che dia certezza alle imprese e così pure il blocco degli investimenti, già da anni ormai una certezza”. Il pericolo è il baratro: “Vi è un rischio acclarato che vi sia un calo drastico della produzione di servizi turistici e pertanto un vertiginoso calo del Pil turismo di almeno 4 punti percentuali complessivi, con rischi per l’occupazione stabile”. Pertanto arriva l’appello: “La priorità assoluta, è un confronto tra la premier Meloni e la presidente della Commissione Ue Von der Leyen”.
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