Ci pensa L’AZIENDA

Il mercato del lavoro si trasforma, indipendentemente dal numero degli occupati. La pandemia prima, la crisi economica accelerata dai rincari energetici poi, stanno facendo emergere come primario il welfare aziendale. Misure statali a parte, se ne sono accorte da tempo le imprese. Lo segnala una ricerca del Centro Studi dell’AIDP, l’associazione che in questi giorni ha riunito a congresso i suoi aderenti, i direttori delle risorse umane delle aziende. La presidente Matilde Marandola spiega che l’indagine è partita dalla scossa inflattiva che veleggia intorno al 9% e dalla percepita necessità di politiche di sostegno ai salari: “Vanno ridefinite le priorità, disegnati i profili di un nuovo patto sociale che includa anche il rapporto tra individuo e azienda e consideri la persona nella sua unicità. Serve un cambio di paradigma nella gestione delle persone nelle organizzazioni”.
Ecco i numeri. Il 13% delle aziende ha già deciso un supporto al reddito dei dipendenti, mentre il 47% sta valutando misure analoghe. Il 44% ha potenziato le misure di welfare aziendale e il 37% ha previsto i fringe benefit e bonus bollette in busta paga fino a 600 euro, con il 29% ad aver deciso aumenti retributivi in una percentuale compresa tra il 3 e oltre il 7%. Misure spesso adottate sulla scorta di un immediato segnale circa le difficoltà delle famiglie dei lavoratori: per il 40% delle aziende, sono scattate in modo unilaterale e senza il coinvolgimento dei sindacati, interessati solo nel 10% dei casi. Adottate con l’obiettivo primario della resilienza di imprese e lavoratori, rispetto alla crisi energetica: il 69% dei direttori del personale ha dichiarato che non inciderà su eventuali riduzioni del personale, solo il 12% ha ritenuto che questa eventualità è reale e molto probabile.
Questione centrale, il welfare aziendale, che si intreccia con il dibattito sul salario minimo, quello che in estate – in occasione dell’annuncio dell’accordo politico Ue da parte di Ursula von der Leyen – Micromega definiva “triste” perché da tempo impantanato nelle fazioni, non solo politiche, del pro e del contro. Sul salario minimo, c’è da segnalare l’opinione di Paolo Stern, presidente di NextumStp che assiste in Italia circa 22mila piccole e medie imprese: “Parlando di salario minimo non si può non ipotizzare una rete di garanzie universali, di caratura diversa, per ogni attività lavorativa anche se resa in modalità autonoma o parasubordinata. Ma più che una mera tenuta salariale, dunque, sarebbe opportuno un vero e proprio “Statuto dei lavori” che offra quelle garanzie previste dalla Costituzione per tutti coloro che cooperano, con il loro lavoro, alla crescita del Paese”. Un nuovo Statuto dei lavoratori, al tempo del Pnrr.

Il mercato del lavoro si trasforma, indipendentemente dal numero degli occupati. La pandemia prima, la crisi economica accelerata dai rincari energetici poi, stanno facendo emergere come primario il welfare aziendale. Misure statali a parte, se ne sono accorte da tempo le imprese. Lo segnala una ricerca del Centro Studi dell’AIDP, l’associazione che in questi giorni ha riunito a congresso i suoi aderenti, i direttori delle risorse umane delle aziende. La presidente Matilde Marandola spiega che l’indagine è partita dalla scossa inflattiva che veleggia intorno al 9% e dalla percepita necessità di politiche di sostegno ai salari: “Vanno ridefinite le priorità, disegnati i profili di un nuovo patto sociale che includa anche il rapporto tra individuo e azienda e consideri la persona nella sua unicità. Serve un cambio di paradigma nella gestione delle persone nelle organizzazioni”.
Ecco i numeri. Il 13% delle aziende ha già deciso un supporto al reddito dei dipendenti, mentre il 47% sta valutando misure analoghe. Il 44% ha potenziato le misure di welfare aziendale e il 37% ha previsto i fringe benefit e bonus bollette in busta paga fino a 600 euro, con il 29% ad aver deciso aumenti retributivi in una percentuale compresa tra il 3 e oltre il 7%. Misure spesso adottate sulla scorta di un immediato segnale circa le difficoltà delle famiglie dei lavoratori: per il 40% delle aziende, sono scattate in modo unilaterale e senza il coinvolgimento dei sindacati, interessati solo nel 10% dei casi. Adottate con l’obiettivo primario della resilienza di imprese e lavoratori, rispetto alla crisi energetica: il 69% dei direttori del personale ha dichiarato che non inciderà su eventuali riduzioni del personale, solo il 12% ha ritenuto che questa eventualità è reale e molto probabile.
Questione centrale, il welfare aziendale, che si intreccia con il dibattito sul salario minimo, quello che in estate – in occasione dell’annuncio dell’accordo politico Ue da parte di Ursula von der Leyen – Micromega definiva “triste” perché da tempo impantanato nelle fazioni, non solo politiche, del pro e del contro. Sul salario minimo, c’è da segnalare l’opinione di Paolo Stern, presidente di NextumStp che assiste in Italia circa 22mila piccole e medie imprese: “Parlando di salario minimo non si può non ipotizzare una rete di garanzie universali, di caratura diversa, per ogni attività lavorativa anche se resa in modalità autonoma o parasubordinata. Ma più che una mera tenuta salariale, dunque, sarebbe opportuno un vero e proprio “Statuto dei lavori” che offra quelle garanzie previste dalla Costituzione per tutti coloro che cooperano, con il loro lavoro, alla crescita del Paese”. Un nuovo Statuto dei lavoratori, al tempo del Pnrr.

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