Ciclone Giorgia

Eccolo l’autunno caldo. Così tanto inflazionato ormai da anni, bramato da coloro che nel caos si autoalimentano, che vogliono vedere il morto in piazza per dire che questa Italia non va. Quelli che ogni occasione è buona per alzare il dito e avvisare che la gente, ormai allo stremo, è pronta a scendere in piazza con i forconi.

È difficile immaginare, per chi si riempie la bocca di democrazia ed è stato al governo senza un consenso popolare ma soltanto grazie a giochi di Palazzo, che l’unica piazza nella quale gli italiani sarebbero scesi per esternare il proprio dissenso sono le urne. Il forcone che hanno impugnato è stata la matita, per dire una volta per tutte “basta”.

Il ciclone Giorgia Meloni non è semplicemente il compimento magistrale di un progetto politico chiaro e rivolto a tutti. Una ricetta per il Paese che, dal basso di quel misero 4 per cento, lei ha costruito giorno per giorno, con un’idea dell’Italia che neppure i suoi alleati di centrodestra hanno capito. Il ciclone Meloni è la voglia di rivalsa di chi, dall’eliminazione via spread dell’ultimo “premier eletto” Silvio Berlusconi, ha preso sonori schiaffi da esecutivi creati a tavolino e che al tavolino hanno mangiato senza mai invitare la gente del popolo. E senze gettare neanche i resti, dati ai cani piuttosto che a chi ne aveva bisogno.

È la voglia di una nuova identità per l’Italia, che non sia legata alla tessera del Pd per lavorare o per avere la patente di democratici. Ed è anche l’avversione per i compagni, fuori dalla realtà e del tutto indifferenti ai problemi della gente che vive e che soffre, ma ancora non si è arresa. Perché non è insito in un Paese, le cui radici sono fortemente radicate nel cristianesimo, accettare che non esista una speranza. Sarebbe come prendere coscienza che un Dio salvifico dall’alto non c’è più e che la morte, allora, è la fine di tutto, il risolutivo disfacimento di un corpo dal quale l’anima non vola.

Giorgia Meloni ha avuto la capacità metafisica di svuotare il “Dio, patria e famiglia” dalle peggiori valenze nostalgiche e unire, con il suo modo di essere antitetico all’angelo del focolare, sia le donne in cerca del loro posto nel mondo e sia gli uomini rimasti orfani di padri camaleontici e inaffidabili.

Il ciclone Meloni ha scosso le coscienze, destando dal sonno anche chi in quel torpore ormai non esercitava più il suo diritto fondamentale: andare a votare. Perché se è pur vero che i numeri segnano la peggior affluenza alle urne di sempre, stavolta a disertare sono stati i profughi del Pd, mentre la leader di Fratelli dItalia ha convinto chi non è mai stato di sinistra né di destra ed era rimasto da anni senza una casa. Giorgia ha preso il voto dei liberali, di coloro che stanno agli antipodi dei totalitarismi ma hanno dovuto soccombere ai diktat “fascisti” del lockdown, del green pass, dell’eliminazione per dpcm del diritto a lavorare in mancanza della somministrazione del vaccino. E a nulla sono valsi i tentativi di una sinistra, vuota di contenuti, di evocare lo spettro del fascismo e il pericolo per la democrazia in caso di vittoria della prima donna premier.

La leader di FdI, d’altronde, ha mostrato un profilo diverso da quello che volevano affibiarle, su un piano comunicativo nuovo, scevro da paure e aggressività, in cui a cambiare non sono stati solo i toni, ma perfino il volume della voce. Pacata, armonica, con un ritmo più lento e incisivo: la Meloni ha smesso di trasmettere l’idea di volersi mangiare il mondo e ha fatto credere agli italiani di essere pronta a prendere le redini di un Paese allo sbando. Giorgia ha studiato da premier e si è presentata coerente, facendo il salto di qualità: dal populismo al popularismo. E il popolo, che fino a qual momento le aveva dato poco credito, l’ha apprezzata, perché lei non ha dato sfogo alla politica di pancia, ma ha presentato una sostanza che ha sorpreso anche i più scettici. Giorgia non è stata un alluvione, di acqua sotto i ponti ce n’è fin troppa. È stata il vento del cambiamento, il ciclone che, se cullerà nel suo occhio l’Ue e l’Occidente ma al servizio degli italiani, potrà aprire le porte al fantastico mondo di Oz.

Eccolo l’autunno caldo. Così tanto inflazionato ormai da anni, bramato da coloro che nel caos si autoalimentano, che vogliono vedere il morto in piazza per dire che questa Italia non va. Quelli che ogni occasione è buona per alzare il dito e avvisare che la gente, ormai allo stremo, è pronta a scendere in piazza con i forconi.

È difficile immaginare, per chi si riempie la bocca di democrazia ed è stato al governo senza un consenso popolare ma soltanto grazie a giochi di Palazzo, che l’unica piazza nella quale gli italiani sarebbero scesi per esternare il proprio dissenso sono le urne. Il forcone che hanno impugnato è stata la matita, per dire una volta per tutte “basta”.

Il ciclone Giorgia Meloni non è semplicemente il compimento magistrale di un progetto politico chiaro e rivolto a tutti. Una ricetta per il Paese che, dal basso di quel misero 4 per cento, lei ha costruito giorno per giorno, con un’idea dell’Italia che neppure i suoi alleati di centrodestra hanno capito. Il ciclone Meloni è la voglia di rivalsa di chi, dall’eliminazione via spread dell’ultimo “premier eletto” Silvio Berlusconi, ha preso sonori schiaffi da esecutivi creati a tavolino e che al tavolino hanno mangiato senza mai invitare la gente del popolo. E senze gettare neanche i resti, dati ai cani piuttosto che a chi ne aveva bisogno.

È la voglia di una nuova identità per l’Italia, che non sia legata alla tessera del Pd per lavorare o per avere la patente di democratici. Ed è anche l’avversione per i compagni, fuori dalla realtà e del tutto indifferenti ai problemi della gente che vive e che soffre, ma ancora non si è arresa. Perché non è insito in un Paese, le cui radici sono fortemente radicate nel cristianesimo, accettare che non esista una speranza. Sarebbe come prendere coscienza che un Dio salvifico dall’alto non c’è più e che la morte, allora, è la fine di tutto, il risolutivo disfacimento di un corpo dal quale l’anima non vola.

Giorgia Meloni ha avuto la capacità metafisica di svuotare il “Dio, patria e famiglia” dalle peggiori valenze nostalgiche e unire, con il suo modo di essere antitetico all’angelo del focolare, sia le donne in cerca del loro posto nel mondo e sia gli uomini rimasti orfani di padri camaleontici e inaffidabili.

Il ciclone Meloni ha scosso le coscienze, destando dal sonno anche chi in quel torpore ormai non esercitava più il suo diritto fondamentale: andare a votare. Perché se è pur vero che i numeri segnano la peggior affluenza alle urne di sempre, stavolta a disertare sono stati i profughi del Pd, mentre la leader di Fratelli dItalia ha convinto chi non è mai stato di sinistra né di destra ed era rimasto da anni senza una casa. Giorgia ha preso il voto dei liberali, di coloro che stanno agli antipodi dei totalitarismi ma hanno dovuto soccombere ai diktat “fascisti” del lockdown, del green pass, dell’eliminazione per dpcm del diritto a lavorare in mancanza della somministrazione del vaccino. E a nulla sono valsi i tentativi di una sinistra, vuota di contenuti, di evocare lo spettro del fascismo e il pericolo per la democrazia in caso di vittoria della prima donna premier.

La leader di FdI, d’altronde, ha mostrato un profilo diverso da quello che volevano affibiarle, su un piano comunicativo nuovo, scevro da paure e aggressività, in cui a cambiare non sono stati solo i toni, ma perfino il volume della voce. Pacata, armonica, con un ritmo più lento e incisivo: la Meloni ha smesso di trasmettere l’idea di volersi mangiare il mondo e ha fatto credere agli italiani di essere pronta a prendere le redini di un Paese allo sbando. Giorgia ha studiato da premier e si è presentata coerente, facendo il salto di qualità: dal populismo al popularismo. E il popolo, che fino a qual momento le aveva dato poco credito, l’ha apprezzata, perché lei non ha dato sfogo alla politica di pancia, ma ha presentato una sostanza che ha sorpreso anche i più scettici. Giorgia non è stata un alluvione, di acqua sotto i ponti ce n’è fin troppa. È stata il vento del cambiamento, il ciclone che, se cullerà nel suo occhio l’Ue e l’Occidente ma al servizio degli italiani, potrà aprire le porte al fantastico mondo di Oz.

Previous articleBocciati in ricerca
Next articleEmme Vs Emme
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli