CINA INDIA: I PERCHE’ DEL CONFLITTO INFINITO

La “Linea di controllo effettivo” è quel tratto di terra al confine himalayano (che separa i territori cinesi e indiani dal Ladakh a ovest, allo stato orientale indiano dell’Arunachal Pradesh) che da decenni innesca tensione e scontri tra i due Paesi.
Dal terribile combattimento di giugno 2020 – in cui entrambi i gruppi militari hanno contato decine di morti – sono trascorsi due anni pacifici, fino allo scorso 9 dicembre.
In quel giorno infatti, i soldati delle due fazioni si sono affrontati nella zona di confine di Yangtze, a nord-est della città monastica di Tawang nell’Arunachal Pradesh (India).
Il “Lac”, il famoso tratto di separazione, non esiste né fisicamente sul territorio né su alcuna mappa (cartacea o meno): è essenzialmente una sorta di linea percepita, sacra a entrambe le nazioni per diversi motivi.
Nell’ottobre 1962 la Cina attaccò l’esercito indiano, facendo scoppiare la famosa guerra Sino-indiana. Il conflitto durò un mese, fino all’annuncio del un cessate il fuoco nel novembre 1962 da parte del Governo cinese che, in quell’occasione, suggerì di concordare una zona demilitarizzata e dei posti di controllo lungo la linea del cessate il fuoco per evitare futuri malintesi sul confine. L’allora primo ministro indiano, tuttavia, non accettò il suggerimento, e il problema al confine continuò ad esistere. Se l’offerta della Cina fosse stata accettata, è possibile che la tratta concordata avrebbe preso la connotazione di una linea di controllo effettivo.
I Paesi non allineati, guidati dal primo ministro dello Sri Lanka, Sirimavo Bandaranaikei, cercarono di riunire i due contendenti al tavolo dei negoziati. Ma gli sforzi non diedero frutti e il problema rimase irrisolto.
La situazione al confine, restando incerta e indefinita, ha creato nel tempo margini per incidenti diplomatici e scontri.
Nell’ultimo quarto di secolo, i due Paesi non sono riusciti a definire lo spazio e ad accordarsi. Questo fallimento testimonia la mancanza di fiducia tra di loro.
È duque l’assenza di questa linea che sta al centro del problema. Nonostante i diversi cicli di colloqui, tra vari gradi delle istituzioni, i due Paesi rimangono ai ferri corti, e il problema del confine continua a tormentare le loro relazioni. Un esempio alternativo a quest0, è il confine Sikkim-Tibet, delimitato nel 1896, ben definito e riconosciuto da entrambi i Paesi in questione.
Tuttavia, anche in quel caso c’erano ostacoli e frizioni: la Cina non aveva accettato la fusione del Sikkim con l’Unione indiana nel 1975. Fu il primo ministro Atal Bihari Vajpayee a fare in modo che questo cambiasse, durante una sua visita a Pechino nel 2003.
Ciò contribuì a prevenire qualsiasi incidente sulla barriera Sikkim-Tibet dove il confine è oggi saldamente delimitato. I governi successivi, con l’eccezione di quello di Vajpayee, scelsero di seguire la posizione assunta da Jawaharlal Nehru che aveva portato alla guerra del 1962. Diverse opportunità per risolvere la disputa furono dunque sprecate. Rahul Bedi, un analista della difesa con sede a Nuova Delhi, ha detto ad Al Jazeera che l’ultimo scontro sulla Lac è “grave e inquietante”. “È grave nel senso che si prevede che questi scontri si aggraveranno, non scompariranno di certo”.
Ciò che sembra necessario, a questo punto, è un nuovo sguardo alle vecchie politiche.
Nuovi approcci risolutivi devono essere portati al tavolo dei negoziati. È evidente, in un tale scenario, che l’India dovrebbe concedere alcuni luoghi che non sono mai stati in suo possesso, o dove la sua proprietà è solo nominale.
Questo tuttavia, potrebbe causare varie polemiche, tra cui l’accusa di “resa”. La questione è delicata, ma non impossibile. Un problema vecchio di oltre sei decenni che forse potrebbe risolversi con tanta chiarezza, buon senso e buona volontà.
La “Linea di controllo effettivo” è quel tratto di terra al confine himalayano (che separa i territori cinesi e indiani dal Ladakh a ovest, allo stato orientale indiano dell’Arunachal Pradesh) che da decenni innesca tensione e scontri tra i due Paesi.
Dal terribile combattimento di giugno 2020 – in cui entrambi i gruppi militari hanno contato decine di morti – sono trascorsi due anni pacifici, fino allo scorso 9 dicembre.
In quel giorno infatti, i soldati delle due fazioni si sono affrontati nella zona di confine di Yangtze, a nord-est della città monastica di Tawang nell’Arunachal Pradesh (India).
Il “Lac”, il famoso tratto di separazione, non esiste né fisicamente sul territorio né su alcuna mappa (cartacea o meno): è essenzialmente una sorta di linea percepita, sacra a entrambe le nazioni per diversi motivi.
Nell’ottobre 1962 la Cina attaccò l’esercito indiano, facendo scoppiare la famosa guerra Sino-indiana. Il conflitto durò un mese, fino all’annuncio del un cessate il fuoco nel novembre 1962 da parte del Governo cinese che, in quell’occasione, suggerì di concordare una zona demilitarizzata e dei posti di controllo lungo la linea del cessate il fuoco per evitare futuri malintesi sul confine. L’allora primo ministro indiano, tuttavia, non accettò il suggerimento, e il problema al confine continuò ad esistere. Se l’offerta della Cina fosse stata accettata, è possibile che la tratta concordata avrebbe preso la connotazione di una linea di controllo effettivo.
I Paesi non allineati, guidati dal primo ministro dello Sri Lanka, Sirimavo Bandaranaikei, cercarono di riunire i due contendenti al tavolo dei negoziati. Ma gli sforzi non diedero frutti e il problema rimase irrisolto.
La situazione al confine, restando incerta e indefinita, ha creato nel tempo margini per incidenti diplomatici e scontri.
Nell’ultimo quarto di secolo, i due Paesi non sono riusciti a definire lo spazio e ad accordarsi. Questo fallimento testimonia la mancanza di fiducia tra di loro.
È duque l’assenza di questa linea che sta al centro del problema. Nonostante i diversi cicli di colloqui, tra vari gradi delle istituzioni, i due Paesi rimangono ai ferri corti, e il problema del confine continua a tormentare le loro relazioni. Un esempio alternativo a quest0, è il confine Sikkim-Tibet, delimitato nel 1896, ben definito e riconosciuto da entrambi i Paesi in questione.
Tuttavia, anche in quel caso c’erano ostacoli e frizioni: la Cina non aveva accettato la fusione del Sikkim con l’Unione indiana nel 1975. Fu il primo ministro Atal Bihari Vajpayee a fare in modo che questo cambiasse, durante una sua visita a Pechino nel 2003.
Ciò contribuì a prevenire qualsiasi incidente sulla barriera Sikkim-Tibet dove il confine è oggi saldamente delimitato. I governi successivi, con l’eccezione di quello di Vajpayee, scelsero di seguire la posizione assunta da Jawaharlal Nehru che aveva portato alla guerra del 1962. Diverse opportunità per risolvere la disputa furono dunque sprecate. Rahul Bedi, un analista della difesa con sede a Nuova Delhi, ha detto ad Al Jazeera che l’ultimo scontro sulla Lac è “grave e inquietante”. “È grave nel senso che si prevede che questi scontri si aggraveranno, non scompariranno di certo”.
Ciò che sembra necessario, a questo punto, è un nuovo sguardo alle vecchie politiche.
Nuovi approcci risolutivi devono essere portati al tavolo dei negoziati. È evidente, in un tale scenario, che l’India dovrebbe concedere alcuni luoghi che non sono mai stati in suo possesso, o dove la sua proprietà è solo nominale.
Questo tuttavia, potrebbe causare varie polemiche, tra cui l’accusa di “resa”. La questione è delicata, ma non impossibile. Un problema vecchio di oltre sei decenni che forse potrebbe risolversi con tanta chiarezza, buon senso e buona volontà.
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