“Compreremo gas e petrolio dagli Usa a prezzi più alti”
L'analisi di Marsiglia (Federpetroli): "Le debolezze Ue innescano la speculazione"
Non solo gas e petrolio. Viviamo tempi (fin troppo) interessanti. Con l’attacco di Usa e Israele all’Iran è accaduto ciò che, da mesi, tutti temevano. Con la “chiusura” dello Stretto di Hormuz il globo trema. L’Europa, se possibile, rischia più di tutti. Dovrà pagare, in prima persona, il prezzo della guerra. Un costo, peraltro, che si era già impegnata a spendere quando negoziò con Trump per i dazi. A L’Identità, il presidente Federpetroli Michele Marsiglia fa il punto della situazione internazionale ed economica
Presidente Marsiglia, alla fine è successo: lo Stretto di Hormuz è chiuso…
“Non era tanto inaspettato. Sapevamo che prima o poi qualcosa sarebbe successo in quella parte di mondo. Nessuno, però, era preparato a una politica americana così aggressiva”.
Ci perde pure l’Iran: non conviene riaprirlo anche a loro?
“Dobbiamo precisare che, a oggi, secondo le norme del diritto marittimo e internazionale lo Stretto di Hormuz non è chiuso. Certo, si tratta comunque di una zona su cui grava un alto rischio bellico e pertanto si consiglia di evitarla. E sì, certo, l’Iran ci sta perdendo, sicuramente. Ma si trova anche in una posizione in cui gli è rimasto davvero ben ha poco da perdere. Il clero sciita non si arrende facilmente. L’abbiamo visto a Beirut e Gaza: è gente che non s’arrende così facilmente. La scelta di bombardare presa da Teheran è solo ed esclusivamente per toccare interessi bellici Usa. Stiamo monitorando la situazione. Di certo c’è, col rally che stiamo vedendo sul Wti e sul Brent oltre che sul gas, sicuramente ci saranno rialzi importanti continua l’escalation”.
Sembra di esser tornati al 2022. Ci sono delle similitudini con l’inizio della crisi energetica scatenata dalla guerra tra Russia e Ucraina?
“C’è qualcosa in comune: la dipendenza. A quell’epoca, per l’Italia e l’Europa, dalla Russia. Oggi dal Medio Oriente come baricentro del petrolio a livello globale. Ma c’è pure una grande differenza. Nel 2022 avevamo un flusso di gas corrente con la Russia e siamo stati noi a decidere se utilizzarlo o meno. Con Hormuz, la situazione è del tutto differente. Lo Stretto è una sorta di cancello oggi socchiuso. O si entra o si esce. Non decidiamo più noi. Una differenza sostanziale, questa, che condizionerà i nostri consumi e gli indotti energetici internazionali con grossi deficit che andremo a vedere nei prossimi giorni”.
E con il cancello socchiuso, è plausibile lo scenario del petrolio a 100 dollari al barile?
“Dobbiamo dare una differenza. C’è il mercato fisico e poi c’è quello finanziario dei futures. Su quello fisico, in questo momento, le merci costano tanto. E poi c’è il caso delle assicurazioni: le polizze hanno già raggiunto prezzi esorbitanti. A questo si unisce il nodo dei noli: tanti armatori non permettono più di passare nell’area avendo deciso di sospendere la navigare pure in quella zona ad altissimo rischio. Il mercato finanziario, invece, è speculazione. E il prezzo già sta risalendo. Non credo così impossibile, come asserisce qualcuno, che il prezzo del petrolio possa raggiungere i 100 e pure i 150 dollari al barile. Dall’Iran arrivano dichiarazioni in cui ci si attende il prezzo petrolio a 200 dollari. Potrebbero presto colpire gasdotti e oleodotti. Insomma, non escludo nulla. In un contesto così tutto è possibile in base alle azioni militari”.
Allo stato attuale, quale è la situazione sul fronte dei danni alle infrastrutture?
“Il primo attacco è stato solo ed esclusivamente su obiettivi militari. L’Iran ha attaccato, negli altri Paesi della Regione, le postazioni e le basi militari americane. E poi, a catena, si sono registrati altri attacchi. Anche alle infrastrutture come il drone che ha colpito gli impianti di Saudi Aramco, la compagnia energetica saudita”.
L’Opec aveva promesso di aumentare la produzione per garantire una certa stabilità. L’aumento è arrivato: 206mila barili in più al giorno da aprile: basterà?
“Non è altro che uno zuccherino che inciderà poco sulla massa totale dell’indotto energetico mondiale. L’Opec è in forte difficoltà e deve mantenere, come organizzazione, una posizione di equilibrio. Sicuramente c’era già intenzione di aumentare e questo mini-aumento non ha scosso il mercato. Nelle prossime settimane, come già si dice a Vienna, ci saranno riunioni straordinarie vista l’escalation in corso”.
E sul fronte del gas?
“Il Ttf di Amsterdam sta facendo il copia-incolla di quanto accadde all’inizio del conflitto russo-ucraino. Sanno benissimo che l’Ue ha un grandissimo deficit di approvvigionamento, specialmente sul gas, e sanno che i nostri stoccaggi, sia italiani che europei, sono sotto la soglia del 2025. Questa criticità, evidente, diventa automaticamente vulnerabilità sui mercati e causa forte speculazione. Non dimentichiamo che il Ttf corre più veloce del prezzo del greggio. Aumentare di dieci punti in dieci punti a distanza di ore è totalmente possibile.
La Ue però s’è dotata di meccanismi per evitare i guasti della speculazione, a cominciare dal price cap…
“Sono stati tutti meccanismi fallimentari. Abbiamo dovuto diversificare gli approvvigionamenti per il gas sostenendo grossi costi. Se non ci fosse stata Eni, l’Italia sarebbe stata in una posizione critica. Né le sanzioni né il price cap son servite a granché: oggi la Russia è uno dei Paesi più grandi esportatori sia di gas e petroli. Ormai i Paesi sono organizzati e hanno strutture di politica energetica diversa rispetto all’Europa”.
E quindi dove andremo a comprare gas e petrolio?
“Tutto torna. Svelando la validità della politica americana di Trump. Per gli Stati Uniti, però. Che rimarranno gli unici canali di approvvigionamento. Considerando, inoltre, che l’Ue s’è impegnata per i prossimi tre anni ad acquistare miliardi di energia. Ecco, acquisteremo quel famoso petrolio venezuelano, raffinato a poco costo ma venduto a noi a costo più alto, e ci arriverà gas a prezzo non conveniente. Ma viste le necessità dovremo comprarlo: per l’Italia e l’Europa sarà fondamentale averlo”.
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