Conte in testa, Letta fischiato. Un chilometro divide Pd e 5S

“Davanti alla guerra, siete chiamati a reagire con un nuovo segno di fraternità e di amicizia sociale, che non si limiti alle solo parole”. È il messaggio che Papa Francesco invia dal Bahrein alle circa 30mila persone, come rivelato dalla Questura di Roma, ritrovatesi per dire stop al conflitto in Ucraina. Parole, che vengono incarnate, da coloro che occupano una Piazza San Giovanni, gremita ed eterogenea come non mai.

La lezione incompresa

Non ci sono differenze o colori nel “popolo della pace”. A sostenere la sola bandiera presente, quella arcobaleno, lunga cinquanta metri, ci sono giovani, anziani, studenti, operai, disoccupati, omossessuali, etero e chi ne ha più ne metta. La parola d’ordine tra la gente è una soltanto: fermare un conflitto che cambia la vita di un intero pianeta. Se laddove si combatte sale il numero dei morti, un mondo intero, a causa di inutili sanzioni, rischia di finire in povertà. Ecco perché non c’è tempo da perdere e come dice il pontefice occorre “unità”. Parola, che d’altronde, compare, a più riprese, anche nella lettera del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, che apre, tra gli applausi, la lunga kermesse di interventi. Se la strada recepisce la lezione del Vaticano e dimostra grande senso di responsabilità rispetto a un tema così delicato, la politica, invece, ancora una volta, è divisa. A prendere il sopravvento, sono le corse agli striscioni e alle telecamere, i soliti protagonismi, i personalismi, le rivalità tra le diverse sigle sindacali e le beghe interne ai partiti. Non passa inosservato, ad esempio, il chilometro che separa il Movimento 5 Stelle dal Partito Democratico o le dichiarazioni di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che parla appunto di “neutralità a intermittenza”. Un punto su cui si ritrova il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che invita tutta la classe dirigente ad “avere un solo obiettivo”.

Il Conte della piazza

Il re della folla, come dimostrano gli applausi, i cori, le file per il selfie, è senza alcun dubbio, il capo politico dei gialli Giuseppe Conte. L’avvocato di Volturara Appula, il primo a lanciare l’idea di una grande mobilitazione, non utilizza giri di parole quando qualche cronista gli chiede la propria opinione rispetto a quanto sta accadendo nell’Europa orientale: “Ho sentito dire al ministro Crosetto che il governo si appresta a fare il sesto invio di armi all’Ucraina. Non si azzardi a procedere senza aver interpellato il Parlamento”. Per il leader dei gialli non bisogna rifornire l’arsenale di Zelensky, ma “promuovere un negoziato di pace”. Una linea che viene condivisa da tutte le sigle presenti, nessuna esclusa . A fare notizia, però, è soprattutto la stretta di mano tra l’ex premier e il segretario della Cgil Maurizio Landini, negli ultimi giorni dato nell’elenco dei papabili successori di Letta alla guida del Nazareno.

L’ipocrisia dem

Il Partito Democratico, pur non avendo sposato in partenza la causa dell’ “Italia neutrale”, s’intravede tra i volontari delle Acli. Sarebbe una follia far intestare un evento così importante ai soli 5 Stelle. Il Nazareno, quindi, si presenta al corteo con una delegazione composta da Debora Serracchiani, Piero De Luca, Piero Fassino, Matteo Orfini, Laura Boldrini e il governatore dell’Emilia Romana Stefano Bonaccini, che accoglie a braccia aperte chi dovrebbe cedergli il trono, chiarendo “come il suo partito non si sente imbarazzato a sfilare con le altre sigle presenti”. Diverse le polemiche, nei giorni precedenti all’evento, in cui si accusava l’ormai ex prima forza del centrosinistra di essere “ambigua” sulla necessità di una mobilitazione di massa. L’accoglienza, infatti, non è tra le migliori per Enrico Letta, che viene contestato. “Dimettiti” e “siete allo sbando” sono le accuse rivolte a chi è ormai alla guida di un partito, considerato dai contestatori “alla deriva”. Non basta al politico pisano neanche parlare di alleanze istituzionali per non ricevere le ingiurie e i fischi di chi non condivide quella linea definita della “continuità” e basata sul rinforzo costante delle truppe di Kiev. Non a caso viene definito da uno studente il “guerrafondaio”. Critiche gli arrivano pure dal suo stesso partito. Gianni Cuperlo, ad esempio, consiglia a chi dovrebbe rappresentarlo di mettere un freno vero ai rifornimenti di munizioni. Dello stesso parere il leader di Unione Popolare Luigi De Magistris e soprattutto Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista che addirittura chiama “infiltrato” il segretario dei dem. Non difende l’alleato della tornata di settembre neanche Nicola Fratoianni che evidenzia come la “diplomazia sia la sola soluzione alla guerra”. Percependo l’aria che tira, quindi, si tengono ben lontani dalla delegazione del Partito Democcratico sia Francesco Boccia che il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il quale si intrattiene al contrario con diversi parlamentari del Movimento. Qualcuno già parla di nuova intesa in vista delle prossime regionali.

L’ “Italia neutrale” divisa in due

Altra polemica della giornata è certamente lo scontro a distanza tra Roma e Milano. Dalla capitale arrivano non poche bordate verso l’evento organizzato da Matteo Renzi e Carlo Calenda. Le più pungenti ovviamente provengono dal leader dei gialli, che da Piazza della Repubblica, il luogo di ritrovo dei pacifisti capitolini, accusa i terzopolisti di volere la fine delle ostilità con gli armamenti e non con la diplomazia. Una linea su cui si ritrova pure la sinistra. L’ecologista Angelo Bonelli, ad esempio, paragona il leader di Azione a Nanni Moretti in Ecce Bombo. Dalla Lombardia, intanto, tutto viene rispedito al mittente. Il Paese unito, che la Chiesa, le associazioni immaginavano, quindi, viene a mancare. Viene fuori, al contrario, il solito e noioso dibattito tra schieramenti, che ai più non piace, soprattutto quando si parla di un qualcosa da cui dipende l’avvenire sia dell’Italia che dell’intera umanità. Una linea, quindi, che agevola solo chi è a Palazzo Chigi, che certamente, in queste condizioni, non trova particolari ostacoli nel contenere una protesta di una minoranza divisa e che, come dimostrato nella capitale, è troppo legata ai palazzi e poco vicina alla gente. Non è da escludere, che con l’arrivo, del freddo, sia proprio quell’antisistema, che dopo aver fallito l’obiettivo sbarramento, potrebbe prendersi un’inattesa rivincita. 

“Davanti alla guerra, siete chiamati a reagire con un nuovo segno di fraternità e di amicizia sociale, che non si limiti alle solo parole”. È il messaggio che Papa Francesco invia dal Bahrein alle circa 30mila persone, come rivelato dalla Questura di Roma, ritrovatesi per dire stop al conflitto in Ucraina. Parole, che vengono incarnate, da coloro che occupano una Piazza San Giovanni, gremita ed eterogenea come non mai.

La lezione incompresa

Non ci sono differenze o colori nel “popolo della pace”. A sostenere la sola bandiera presente, quella arcobaleno, lunga cinquanta metri, ci sono giovani, anziani, studenti, operai, disoccupati, omossessuali, etero e chi ne ha più ne metta. La parola d’ordine tra la gente è una soltanto: fermare un conflitto che cambia la vita di un intero pianeta. Se laddove si combatte sale il numero dei morti, un mondo intero, a causa di inutili sanzioni, rischia di finire in povertà. Ecco perché non c’è tempo da perdere e come dice il pontefice occorre “unità”. Parola, che d’altronde, compare, a più riprese, anche nella lettera del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, che apre, tra gli applausi, la lunga kermesse di interventi. Se la strada recepisce la lezione del Vaticano e dimostra grande senso di responsabilità rispetto a un tema così delicato, la politica, invece, ancora una volta, è divisa. A prendere il sopravvento, sono le corse agli striscioni e alle telecamere, i soliti protagonismi, i personalismi, le rivalità tra le diverse sigle sindacali e le beghe interne ai partiti. Non passa inosservato, ad esempio, il chilometro che separa il Movimento 5 Stelle dal Partito Democratico o le dichiarazioni di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che parla appunto di “neutralità a intermittenza”. Un punto su cui si ritrova il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che invita tutta la classe dirigente ad “avere un solo obiettivo”.

Il Conte della piazza

Il re della folla, come dimostrano gli applausi, i cori, le file per il selfie, è senza alcun dubbio, il capo politico dei gialli Giuseppe Conte. L’avvocato di Volturara Appula, il primo a lanciare l’idea di una grande mobilitazione, non utilizza giri di parole quando qualche cronista gli chiede la propria opinione rispetto a quanto sta accadendo nell’Europa orientale: “Ho sentito dire al ministro Crosetto che il governo si appresta a fare il sesto invio di armi all’Ucraina. Non si azzardi a procedere senza aver interpellato il Parlamento”. Per il leader dei gialli non bisogna rifornire l’arsenale di Zelensky, ma “promuovere un negoziato di pace”. Una linea che viene condivisa da tutte le sigle presenti, nessuna esclusa . A fare notizia, però, è soprattutto la stretta di mano tra l’ex premier e il segretario della Cgil Maurizio Landini, negli ultimi giorni dato nell’elenco dei papabili successori di Letta alla guida del Nazareno.

L’ipocrisia dem

Il Partito Democratico, pur non avendo sposato in partenza la causa dell’ “Italia neutrale”, s’intravede tra i volontari delle Acli. Sarebbe una follia far intestare un evento così importante ai soli 5 Stelle. Il Nazareno, quindi, si presenta al corteo con una delegazione composta da Debora Serracchiani, Piero De Luca, Piero Fassino, Matteo Orfini, Laura Boldrini e il governatore dell’Emilia Romana Stefano Bonaccini, che accoglie a braccia aperte chi dovrebbe cedergli il trono, chiarendo “come il suo partito non si sente imbarazzato a sfilare con le altre sigle presenti”. Diverse le polemiche, nei giorni precedenti all’evento, in cui si accusava l’ormai ex prima forza del centrosinistra di essere “ambigua” sulla necessità di una mobilitazione di massa. L’accoglienza, infatti, non è tra le migliori per Enrico Letta, che viene contestato. “Dimettiti” e “siete allo sbando” sono le accuse rivolte a chi è ormai alla guida di un partito, considerato dai contestatori “alla deriva”. Non basta al politico pisano neanche parlare di alleanze istituzionali per non ricevere le ingiurie e i fischi di chi non condivide quella linea definita della “continuità” e basata sul rinforzo costante delle truppe di Kiev. Non a caso viene definito da uno studente il “guerrafondaio”. Critiche gli arrivano pure dal suo stesso partito. Gianni Cuperlo, ad esempio, consiglia a chi dovrebbe rappresentarlo di mettere un freno vero ai rifornimenti di munizioni. Dello stesso parere il leader di Unione Popolare Luigi De Magistris e soprattutto Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista che addirittura chiama “infiltrato” il segretario dei dem. Non difende l’alleato della tornata di settembre neanche Nicola Fratoianni che evidenzia come la “diplomazia sia la sola soluzione alla guerra”. Percependo l’aria che tira, quindi, si tengono ben lontani dalla delegazione del Partito Democcratico sia Francesco Boccia che il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il quale si intrattiene al contrario con diversi parlamentari del Movimento. Qualcuno già parla di nuova intesa in vista delle prossime regionali.

L’ “Italia neutrale” divisa in due

Altra polemica della giornata è certamente lo scontro a distanza tra Roma e Milano. Dalla capitale arrivano non poche bordate verso l’evento organizzato da Matteo Renzi e Carlo Calenda. Le più pungenti ovviamente provengono dal leader dei gialli, che da Piazza della Repubblica, il luogo di ritrovo dei pacifisti capitolini, accusa i terzopolisti di volere la fine delle ostilità con gli armamenti e non con la diplomazia. Una linea su cui si ritrova pure la sinistra. L’ecologista Angelo Bonelli, ad esempio, paragona il leader di Azione a Nanni Moretti in Ecce Bombo. Dalla Lombardia, intanto, tutto viene rispedito al mittente. Il Paese unito, che la Chiesa, le associazioni immaginavano, quindi, viene a mancare. Viene fuori, al contrario, il solito e noioso dibattito tra schieramenti, che ai più non piace, soprattutto quando si parla di un qualcosa da cui dipende l’avvenire sia dell’Italia che dell’intera umanità. Una linea, quindi, che agevola solo chi è a Palazzo Chigi, che certamente, in queste condizioni, non trova particolari ostacoli nel contenere una protesta di una minoranza divisa e che, come dimostrato nella capitale, è troppo legata ai palazzi e poco vicina alla gente. Non è da escludere, che con l’arrivo, del freddo, sia proprio quell’antisistema, che dopo aver fallito l’obiettivo sbarramento, potrebbe prendersi un’inattesa rivincita. 

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