CONTEBIS: IL GOVERNO DELLE BANDIERINE

 

Ha un bel da fare e da dire il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che le forze politiche che sostengono il suo governo non devono piantare bandierine, ma lavorare all’unisono per portare avanti un programma condiviso che consenta di giungere al 2023, termine naturale della legislatura, o, quanto meno, di bypassare i primi mesi del 2022, quando scadrà il mandato settennale del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il fatto è che due forze politiche della maggioranza devono “per necessità” issare le proprie bandierine perché, se non lo facessero, sarebbero destinate all’irrilevanza se non alla sparizione dagli scranni parlamentari. Ci riferiamo chiaramente al M5S ed a Italia Viva. I pentastellati, in meno di due anni dalle elezioni del 2018, hanno dilapitato il proprio capitale elettorale superiore al 30 per cento ed ora si trovano, in base ai risultati elettorali finora raccolti nelle consultazioni regionali ed ai sondaggi, con poco più di un terzo dei voti di allora e corrono il rischio di essere sopravanzati da FdI di Giorgia Meloni, movimento dato al momento in grande spolvero. Quanto ad Italia Viva di Matteo Renzi, la neonata formazione dell’ex leader del Pd, viene data da tutti i sondaggisti al di sotto della soglia del 5% e quindi, in base all’ipotesi di nuova legge elettorale (proporzionale con quota di sbarramento per l’appunto al cinque per cento),  necessaria dopo l’approvazione della riduzione dei parlamentari, corre il rischio di essere rappresentata nel prossimo Parlamento solo da qualche esponente in base al principio del “diritto di tribuna”. Per queste due formazioni politiche, quindi, appiattirsi sulle posizioni del Pd, che appare il “dominus” del Contebis, significherebbe non avere nessun “appeal” su quella parte di cittadini che potrebbero votarli sia perché antisistema e anticasta (il M5S) sia perché riformisti e moderati di centro-sinistra (IV). Da qui le loro prese di posizione, spesso antagoniste, che certamente non giovano ad una navigazione tranquilla della navicella governativa. E’ questo, per esempio, il caso della manifestazione promossa per sabato 15 febbraio dal M5S sui vitalizi, che corre il rischio di diventare una piazza di contestazione verso il Conte-bis e verso il Pd, considerato dai militanti grillini, fino a qualche giorno prima della nascita dell’esecutivo giallo-rosso, una forza del sistema e della conservazione (non dimentichiamo la definizione che Beppe Grillo dava al maggior partito della sinistra, ovvero “il Pdl senza la elle”). Dal canto suo, Renzi, che pure ha promosso la nascita di questo governo, non manca di dare calci agli stinchi dei pentastellati e del Pd, accusato di essere troppo condiscendente nei confronti del M5S. In particolare sulle nuove norme sulla prescrizione entrate in vigore lo scorso 1° gennaio, fortemente volute dal titorale della Giustizia e attuale capo della delegazione ministeriale cinquestelle, Alfonso Bonafede, Italia Viva chiede una proroga di un anno, minacciando di non votare il “lodo Conte” di compromesso sulle diverse posizioni emerse nel governo e, in mancanza di risposta alle proprie richieste, annuncia di poter votare la proposta di legge del forzista Enrico Costa, che approderà nell’aula della Camera il 24 febbraio, che, se approvata, abrogherà la riforma Bonafede. Un bel guazzabuglio per Conte già se le “bandierine” fossero limitate solo a questo, ma altre ce ne sono ed è difficile che siano ammainate, soprattutto da parte dei cinquestelle che ad aprile terranno i loro Stati generali nei quali si confronteranno le varie anime del movimento. Non è un mistero, infatti, che, sia pure ancora sotto l’egida del fondatore Grillo, tra i pentastellati si stanno accentuando le divisioni tra coloro che hanno scelto di condividere le politiche “del nuovo Pd di Nicola Zingaretti e  di posizionarsi nell’area riformista e di sinistra (il presidente della Camera Roberto Fico ed il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli) e coloro che vogliono tornare allo spirito dell origini, ovvero nessuna scelta di campo tra sinistra e destra, ma ricollocarsi nel ruolo di antagonista di entrambi i poli (Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista). Dunque, per il governo saranno mesi di acque agitate che potrebbero causare grossi disagi anche se, a mitigare i contrasti, potrebbe contribuire la stagione delle nomine che potrebbero soddisfare gli appetiti delle forze di maggioranza. Conte e Zingaretti sono chiamati ad operare con il bilancino per non scontentare nessuno. Altrimenti saranno guai.

Giuseppe Leone

 

 

Ha un bel da fare e da dire il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che le forze politiche che sostengono il suo governo non devono piantare bandierine, ma lavorare all’unisono per portare avanti un programma condiviso che consenta di giungere al 2023, termine naturale della legislatura, o, quanto meno, di bypassare i primi mesi del 2022, quando scadrà il mandato settennale del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il fatto è che due forze politiche della maggioranza devono “per necessità” issare le proprie bandierine perché, se non lo facessero, sarebbero destinate all’irrilevanza se non alla sparizione dagli scranni parlamentari. Ci riferiamo chiaramente al M5S ed a Italia Viva. I pentastellati, in meno di due anni dalle elezioni del 2018, hanno dilapitato il proprio capitale elettorale superiore al 30 per cento ed ora si trovano, in base ai risultati elettorali finora raccolti nelle consultazioni regionali ed ai sondaggi, con poco più di un terzo dei voti di allora e corrono il rischio di essere sopravanzati da FdI di Giorgia Meloni, movimento dato al momento in grande spolvero. Quanto ad Italia Viva di Matteo Renzi, la neonata formazione dell’ex leader del Pd, viene data da tutti i sondaggisti al di sotto della soglia del 5% e quindi, in base all’ipotesi di nuova legge elettorale (proporzionale con quota di sbarramento per l’appunto al cinque per cento),  necessaria dopo l’approvazione della riduzione dei parlamentari, corre il rischio di essere rappresentata nel prossimo Parlamento solo da qualche esponente in base al principio del “diritto di tribuna”. Per queste due formazioni politiche, quindi, appiattirsi sulle posizioni del Pd, che appare il “dominus” del Contebis, significherebbe non avere nessun “appeal” su quella parte di cittadini che potrebbero votarli sia perché antisistema e anticasta (il M5S) sia perché riformisti e moderati di centro-sinistra (IV). Da qui le loro prese di posizione, spesso antagoniste, che certamente non giovano ad una navigazione tranquilla della navicella governativa. E’ questo, per esempio, il caso della manifestazione promossa per sabato 15 febbraio dal M5S sui vitalizi, che corre il rischio di diventare una piazza di contestazione verso il Conte-bis e verso il Pd, considerato dai militanti grillini, fino a qualche giorno prima della nascita dell’esecutivo giallo-rosso, una forza del sistema e della conservazione (non dimentichiamo la definizione che Beppe Grillo dava al maggior partito della sinistra, ovvero “il Pdl senza la elle”). Dal canto suo, Renzi, che pure ha promosso la nascita di questo governo, non manca di dare calci agli stinchi dei pentastellati e del Pd, accusato di essere troppo condiscendente nei confronti del M5S. In particolare sulle nuove norme sulla prescrizione entrate in vigore lo scorso 1° gennaio, fortemente volute dal titorale della Giustizia e attuale capo della delegazione ministeriale cinquestelle, Alfonso Bonafede, Italia Viva chiede una proroga di un anno, minacciando di non votare il “lodo Conte” di compromesso sulle diverse posizioni emerse nel governo e, in mancanza di risposta alle proprie richieste, annuncia di poter votare la proposta di legge del forzista Enrico Costa, che approderà nell’aula della Camera il 24 febbraio, che, se approvata, abrogherà la riforma Bonafede. Un bel guazzabuglio per Conte già se le “bandierine” fossero limitate solo a questo, ma altre ce ne sono ed è difficile che siano ammainate, soprattutto da parte dei cinquestelle che ad aprile terranno i loro Stati generali nei quali si confronteranno le varie anime del movimento. Non è un mistero, infatti, che, sia pure ancora sotto l’egida del fondatore Grillo, tra i pentastellati si stanno accentuando le divisioni tra coloro che hanno scelto di condividere le politiche “del nuovo Pd di Nicola Zingaretti e  di posizionarsi nell’area riformista e di sinistra (il presidente della Camera Roberto Fico ed il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli) e coloro che vogliono tornare allo spirito dell origini, ovvero nessuna scelta di campo tra sinistra e destra, ma ricollocarsi nel ruolo di antagonista di entrambi i poli (Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista). Dunque, per il governo saranno mesi di acque agitate che potrebbero causare grossi disagi anche se, a mitigare i contrasti, potrebbe contribuire la stagione delle nomine che potrebbero soddisfare gli appetiti delle forze di maggioranza. Conte e Zingaretti sono chiamati ad operare con il bilancino per non scontentare nessuno. Altrimenti saranno guai.

Giuseppe Leone

 

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