Ambiente

Cop28 senza Francesco, Biden, Putin, Xi. Meloni e Al Jaber all’unisono: sullo sfondo il Piano Mattei

di Angelo Vitolo -


A Dubai atteso il via della Cop28, la Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si svolgerà negli Emirati Arabi dal 30 novembre al 12 dicembre, presieduta da Al Jaber. Non ci sarà Papa Francesco, nonostante il suo ripetuto proposito di parteciparci: “Mi blocca qui questa gripe (influenza in spagnolo, ndr)” ha detto nell’udienza generale di oggi, rinunciando pure a leggere la catechesi. Ma non ci saranno nemmeno Putin, Xi e Biden.

Per l’Italia ci sarà la premier Giorgia Meloni e, dal Mase, il ministro Gilberto Pichetto Fratin e la sua vice Vannia Gava, forti del viatico ottenuto a Montecitorio sulla mozione della maggioranza. La presidente del Consiglio aveva però già definito i temi della sua agenda per Dubai agli inizi di ottobre ricevendo a Roma il presidente-petroliere della Cop28, Al Jaber. Oggi Al Jaber si definisce “cautamente ottimista” a The Guardian, dicendo a portata di mano “un risultato senza precedenti”, quello di trovare l’accordo per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C.

Con Al Jaber, se non un vero e proprio asse, Meloni ha stabilito il proposito comune di “una giusta transizione – fu detto la sera del 10 ottobre scorso -, affrontando la sua dimensione sociale ed economica e garantendo la creazione di posti di lavoro di qualità”. Ma anche di “rafforzare l’impegno a sostegno del continente africano, al quale l’Italia destinerà gran parte del suo Fondo per il clima”.

Se Piano Mattei deve esserci, per esempio, cambiamenti climatici e sistemi alimentari devono essere affrontati in maniera unitaria, per “non lasciare indietro nessuno”. E Piano Mattei dovrebbe pure significare una scelta decisa per le energie rinnovabili, sempre con il target della decarbonizzazione come priorità.

Il braccio teso all’Africa nel quadro di una più ampia visione delle necessità energetiche globali – anche se il tema non sarà di certo definito a Dubai – prevederà prima o poi per il nostro Paese anche una scelta netta di campo sulle azioni di forza militare da confermare o rafforzare nel continente, in particolare nelle sue aree più fragili ove da tempo declina la presenza occidentale. Come per esempio nel Niger, nel cuore di quel Sahel divenuto l’epicentro dell’estremismo islamico. Lì l’Italia ha un contingente militare inquadrato nella Eu Military Partnership Mission che nel Paese del colpo di stato del luglio scorso serve a limitare l’avanzata dei gruppi jihadisti nell’area.


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