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Editoriale

Cosa ci insegna lo Stretto di Hormuz (che l’Ue non capisce)

di Adolfo Spezzaferro -


La crisi dello stretto di Hormuz ha scatenato gli esperti di geopolitica da bar (che poi prima bisognerebbe conoscere bene la geografia, come ripetiamo da tempo). Il controllo del passaggio delle navi in quello stretto è un’arma geopolitica tale, per l’Iran, che negli ultimi giorni il presidente Usa Trump ha lanciato tutta una serie di penultimatum per far riaprire Hormuz.

È chiaro che Teheran lo riaprirà alle sue condizioni, perché per gli Usa e Israele sarebbe un bagno di sangue provare a strappare il controllo dello stretto ai pasdaran. Ora quindi sono tutti esperti di geopolitica (un po’ come con il Covid, che erano tutti laureati in vaccinologia), eppure nessuno al momento ha notato il fatto più importante: non esiste più la globalizzazione come gli Usa ci hanno abituati per anni a immaginarla.

Oggi c’è un posto dove per passare si paga un pedaggio e comunque ci passano solo le navi amiche dell’Iran. Un luogo che oggi è il contrario esatto del mercato globale, delle rotte internazionali, del globo terracqueo visto come una sorta di grande paese di tutti (stortura tutta occidentale, peraltro). Come non pensare poi a Trump che vorrebbe fare lo stesso con le rotte artiche in Groenlandia.

Insomma, il mondo è cambiato, con l’Onu che resta a guardare e il diritto della forza che ha soppiantato la forza del diritto (come è successo per millenni, d’altronde). In tutto questo chi ne sta uscendo peggio è l’Unione europea, senza energia per via del doppio blocco, quello con la Russia prima e quello con l’Iran ora; ingabbiata in veti e follie green; vittima di un modello neoliberista e della crisi della liberaldemocrazia (Trump è il capo della più grande democrazia al mondo eppure minaccia il genocidio del popolo iraniano); incapace di prendere decisioni, di ritagliarsi un minimo di autonomia strategica; ma soprattutto vigliacca, perché dovrebbe chiedere la pace.


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