Covid: cittadini sotto controllo tramite i telefonini?

Clamorose rivelazioni da Oltreoceano: giungono rassicurazioni sulla privacy, ma le perplessità restano.

A vari livelli a seconda delle latitudini, i cittadini sottoposti alle misure politiche di contrasto al Covid hanno dovuto rinunciare a pezzi della propria libertà di movimento. Ma non solo. Hanno forse perso anche aspetti della propria privacy. La riflessione in questo senso è indotta da due recenti notizie che giungono da Oltreoceano. La prima riguarda i Centri di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti (Cdc). Secondo quanto riferisce un’inchiesta di Vice, avrebbero acquisito l’accesso ai dati sulla posizione di decine di milioni di telefoni di cittadini statunitensi per eseguire analisi sul rispetto del coprifuoco. La notizia relativa agli Stati Uniti fa il paio con un’altra proveniente dal Canada: il National Post rende noto che, mentre il virus imperversava, gli spostamenti dei cittadini sono stati seguiti tramite i dispositivi digitali a loro insaputa. I dati, raccolti dall’Intelligence, sarebbero stati poi inviati all’Agenzia per la salute pubblica del Canada per aiutarla a comprendere i comportamenti dei cittadini durante la pandemia. Uno di questi rapporti è stato girato dal Governo federale al Comitato etico della Camera dei comuni e rivela che l’Agenzia è stata in grado di avere un’istantanea dettagliata del comportamento delle persone, comprese le visite ai negozi di alimentari, gli incontri con familiari e amici, il tempo trascorso in casa e quello all’aperto. I parlamentari che hanno potuto visionare il rapporto avrebbero espresso sorpresa per la quantità di dati privati acquisiti.

“Restano interrogativi sull’eventuale violazione dei diritti dei canadesi da parte del Governo federale”, ha detto Damien Kurek, deputato conservatore del distretto di Battle River-Crowfoot. Il Comitato etico ha rimproverato al Governo di non aver comunicato ai cittadini che avrebbe raccolto i loro dati privati, senza quindi averne l’autorizzazione. L’Agenzia per la salute pubblica ha risposto garantendo di aver preso molto sul serio la tutela della privacy dei canadesi e che l’analisi dei movimenti “non ha riguardato il seguire i viaggi delle persone in un luogo specifico, piuttosto capire se il numero di visite in luoghi specifici è aumentato o diminuito nel tempo”. Rassicurazioni sono state profuse anche dalla società che si è occupata di raccogliere i dati, la BlueDot, un cui portavoce ha detto che “il nostro unico obiettivo è aiutare a salvare vite dalle malattie infettive” e che “nessuna delle informazioni include mai nome, numero di telefono, indirizzo e-mail o di casa”. L’agenzia di salute pubblica ha fornito a The Canadian Press un esempio del modo in cui i dati sono stati presentati, mostrando gli indirizzi dei negozi di birra e liquori, il numero di visite e la data in cui sono avvenute. Non c’era traccia di nomi o informazioni personali identificative.

Tutto apposto allora? Insomma. Il tema della pervasività del controllo digitale imbeccata dal Covid è niente affatto banale. Qui in Italia lo scorso anno il Garante della Privacy aveva sollevato qualche dubbio di legittimità sul Green Pass. Ancora più netti, nel febbraio scorso, venticinque giuristi esperti di data protection che hanno presentato un esposto al Garante della Privacy. “Non crediamo possa essere tollerato oltre dal sistema giuridico – senza cioè un collasso strutturale – che un trattamento di dati personali sia spinto fino a questo punto di violazione normativa e di lucido perseguimento di obiettivi di castigo, oppressione economica e mentale, umiliazione”, ha scritto in un post su Linkedin, come riporta il sito Studio Cataldi, l’avvocato Enrico Pelino, fra i firmatari dell’esposto. Nel documento i giuristi si appellano al Garante Privacy affinché “ripristini lo stato di legalità conformemente al proprio mandato istituzionale, dichiarando illecito, nella sua declinazione italiana, il trattamento di dati personali ‘certificazione verde’ introdotto con DL 52/2021 e successivi atti normativi, e per l’effetto ne disponga la limitazione definitiva e il divieto in applicazione dell’art. 58, par. 2, lett. f) Gdpr, ponendo in tal modo fine al più vessatorio, distopico e distorsivo esperimento sui dati personali finora attuato dall’istituzione della Repubblica”. Con la quasi totale sospensione del Green Pass il tema può apparire ora superato dagli eventi, ma non è affatto escluso che possa tornare d’attualità l’autunno prossimo.

Clamorose rivelazioni da Oltreoceano: giungono rassicurazioni sulla privacy, ma le perplessità restano.

A vari livelli a seconda delle latitudini, i cittadini sottoposti alle misure politiche di contrasto al Covid hanno dovuto rinunciare a pezzi della propria libertà di movimento. Ma non solo. Hanno forse perso anche aspetti della propria privacy. La riflessione in questo senso è indotta da due recenti notizie che giungono da Oltreoceano. La prima riguarda i Centri di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti (Cdc). Secondo quanto riferisce un’inchiesta di Vice, avrebbero acquisito l’accesso ai dati sulla posizione di decine di milioni di telefoni di cittadini statunitensi per eseguire analisi sul rispetto del coprifuoco. La notizia relativa agli Stati Uniti fa il paio con un’altra proveniente dal Canada: il National Post rende noto che, mentre il virus imperversava, gli spostamenti dei cittadini sono stati seguiti tramite i dispositivi digitali a loro insaputa. I dati, raccolti dall’Intelligence, sarebbero stati poi inviati all’Agenzia per la salute pubblica del Canada per aiutarla a comprendere i comportamenti dei cittadini durante la pandemia. Uno di questi rapporti è stato girato dal Governo federale al Comitato etico della Camera dei comuni e rivela che l’Agenzia è stata in grado di avere un’istantanea dettagliata del comportamento delle persone, comprese le visite ai negozi di alimentari, gli incontri con familiari e amici, il tempo trascorso in casa e quello all’aperto. I parlamentari che hanno potuto visionare il rapporto avrebbero espresso sorpresa per la quantità di dati privati acquisiti.

“Restano interrogativi sull’eventuale violazione dei diritti dei canadesi da parte del Governo federale”, ha detto Damien Kurek, deputato conservatore del distretto di Battle River-Crowfoot. Il Comitato etico ha rimproverato al Governo di non aver comunicato ai cittadini che avrebbe raccolto i loro dati privati, senza quindi averne l’autorizzazione. L’Agenzia per la salute pubblica ha risposto garantendo di aver preso molto sul serio la tutela della privacy dei canadesi e che l’analisi dei movimenti “non ha riguardato il seguire i viaggi delle persone in un luogo specifico, piuttosto capire se il numero di visite in luoghi specifici è aumentato o diminuito nel tempo”. Rassicurazioni sono state profuse anche dalla società che si è occupata di raccogliere i dati, la BlueDot, un cui portavoce ha detto che “il nostro unico obiettivo è aiutare a salvare vite dalle malattie infettive” e che “nessuna delle informazioni include mai nome, numero di telefono, indirizzo e-mail o di casa”. L’agenzia di salute pubblica ha fornito a The Canadian Press un esempio del modo in cui i dati sono stati presentati, mostrando gli indirizzi dei negozi di birra e liquori, il numero di visite e la data in cui sono avvenute. Non c’era traccia di nomi o informazioni personali identificative.

Tutto apposto allora? Insomma. Il tema della pervasività del controllo digitale imbeccata dal Covid è niente affatto banale. Qui in Italia lo scorso anno il Garante della Privacy aveva sollevato qualche dubbio di legittimità sul Green Pass. Ancora più netti, nel febbraio scorso, venticinque giuristi esperti di data protection che hanno presentato un esposto al Garante della Privacy. “Non crediamo possa essere tollerato oltre dal sistema giuridico – senza cioè un collasso strutturale – che un trattamento di dati personali sia spinto fino a questo punto di violazione normativa e di lucido perseguimento di obiettivi di castigo, oppressione economica e mentale, umiliazione”, ha scritto in un post su Linkedin, come riporta il sito Studio Cataldi, l’avvocato Enrico Pelino, fra i firmatari dell’esposto. Nel documento i giuristi si appellano al Garante Privacy affinché “ripristini lo stato di legalità conformemente al proprio mandato istituzionale, dichiarando illecito, nella sua declinazione italiana, il trattamento di dati personali ‘certificazione verde’ introdotto con DL 52/2021 e successivi atti normativi, e per l’effetto ne disponga la limitazione definitiva e il divieto in applicazione dell’art. 58, par. 2, lett. f) Gdpr, ponendo in tal modo fine al più vessatorio, distopico e distorsivo esperimento sui dati personali finora attuato dall’istituzione della Repubblica”. Con la quasi totale sospensione del Green Pass il tema può apparire ora superato dagli eventi, ma non è affatto escluso che possa tornare d’attualità l’autunno prossimo.

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