Crans-Montana, i nomi dietro i numeri: sei giovani italiani tra le 40 vittime identificate
Tre giorni di angoscia per le famiglie si concludono con la conferma più temuta. Oggi il volo di Stato riporterà a casa i corpi dei giovani ragazzi che avevano solo sedici anni e tanti sogni da realizzare.
Sono state ore interminabili, fatti di chiamate drammatiche, di illusioni che si affievolivano ora dopo ora, di famiglie aggrappate ai telefoni in attesa di notizie. Giorni in cui la parola “disperso” dava comunque possibilità di speranza. Poi, sabato sera, l’ultima identificazione. Tutte e quaranta le vittime della strage di Capodanno a Crans-Montana hanno un nome. E tra questi, sei sono italiani. Sei ragazzi giovanissimi che quella notte erano andati a festeggiare il nuovo anno in quella che doveva essere una serata di gioia e spensieratezza.
I sei ragazzi
Giovanni Tamburi, sedici anni, di Bologna. Aveva appena festeggiato il compleanno il 21 dicembre. I suoi compagni di scuola lo ricordano come un ragazzo che “nei suoi interventi lasciava il segno”. Il suo funerale si celebrerà mercoledì 7 gennaio nella Cattedrale di San Pietro, nel cuore della sua città.
Achille Barosi, sedici anni, di Milano. La sua città ha annunciato il lutto cittadino. Il sindaco Giuseppe Sala sarà presente all’arrivo della salma a Linate.
Chiara Costanzo, anche lei sedicenne milanese. È stata la quarta vittima italiana identificata, sabato pomeriggio. La sua famiglia ha atteso per giorni, sperando in un miracolo che purtroppo non è arrivato.
Emanuele Galeppini, quasi diciassette anni, di Genova. Amava il golf e aveva davanti a sé un futuro di promesse. La sua città lo accoglierà lunedì con il dolore di chi perde un figlio troppo presto.
Riccardo Minghetti, sedici anni, di Roma. Il suo feretro atterrerà a Ciampino. I funerali si terranno martedì 7 gennaio nella Basilica dei Santi Pietro e Paolo, dove i suoi amici e i suoi cari potranno dargli l’ultimo saluto.
Sofia Prosperi, quindici anni, italo-svizzera residente a Castel San Pietro, nel Canton Ticino. Frequentava la International School of Como. La sua salma non sarà imbarcata sul volo di Stato: le esequie si svolgeranno mercoledì nella cattedrale di San Lorenzo a Lugano, la sua città.
Il volo che nessuno avrebbe voluto
Oggi, lunedì 5 gennaio, alle ore 11, un C-130 dell’Aeronautica Militare decollerà da Sion. È un volo di Stato, offerto dal ministero degli Esteri alle famiglie delle vittime. “Sarà un aereo che farà vari scali”, ha spiegato l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Atterrerà prima a Milano Linate alle 11.50, poi proseguirà per Roma Ciampino.
Cinque feretri, cinque vite spezzate, cinque famiglie distrutte dal dolore. Il sesto, quello di Sofia, resterà in Svizzera, nella terra dove la ragazza viveva.
Le parole non bastano
“Esistono le disgrazie, ma questa non è stata una disgrazia, è stata una tragedia evitabile: sarebbero bastati un po’ di prevenzione e un minimo di buon senso”. L’ambasciatore Cornado non ha usato mezzi termini, oggi, al termine della cerimonia commemorativa a Crans-Montana. Le sue parole sono quelle di chi ha visto il dolore negli occhi dei genitori, di chi ha dovuto dare notizie che nessuno vorrebbe mai dare.
E il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che nei giorni scorsi si è recato sul luogo della tragedia, ha confermato: “Purtroppo le vittime italiane sono sei, tutte accertate”. Sei su quaranta. Sei ragazzi italiani tra svizzeri, francesi, rumeni, turchi, portoghesi, belgi. Una strage internazionale che ha colpito una generazione intera.
Gli altri ragazzi, quelli che lottano
Ma la tragedia non si è fermata a quei quaranta nomi. All’ospedale Niguarda di Milano sono ricoverati undici ragazzi italiani, sette dei quali in condizioni gravissime. Hanno quasi tutti quindici o sedici anni. Lottano tra la vita e la morte nel Centro Grandi Ustioni.
Sabato pomeriggio è arrivato Kean, sedicenne del liceo Virgilio, trasferito da Zurigo. Era ospite nella casa di Francesca, anche lei ricoverata a Niguarda. In Svizzera restano ancora tre pazienti italiani, troppo gravi per essere trasportati. “Faremo valutazioni nei prossimi giorni, è importante che ci sia l’idoneità al trasporto”, spiega Massimiliano Borzetti, responsabile della Protezione civile a Crans-Montana.
Una notte di festa che non doveva finire così
Era l’una e trenta della notte di Capodanno. Nel locale seminterrato “Le Constellation” si festeggiava l’arrivo del 2026. Poi le fiamme. Le testimonianze parlano di candele scintillanti sulle bottiglie di champagne, troppo vicine al soffitto. Un “flashover”, dicono gli esperti: un fenomeno in cui tutto ciò che è combustibile in un ambiente chiuso prende fuoco simultaneamente.
“La porta d’uscita era troppo piccola per tutte le persone presenti”, hanno raccontato due ragazze francesi sopravvissute. “Qualcuno ha rotto una finestra per permettere alla gente di scappare”. Una donna che lavora lì vicino ha aggiunto: “Il locale non ha uscite di sicurezza adeguate. Quei ragazzi non hanno avuto alcuna possibilità”.
Ora la procura del Canton Vallese indaga per omicidio colposo, lesioni e incendio colposo. Sotto inchiesta ci sono Jacques Moretti e Jessica Maric, i gestori del locale. Ma non sono stati arrestati: “Non ci sono i termini per la detenzione preventiva”, hanno spiegato gli inquirenti.
Un Paese in lutto
La Svizzera ha proclamato il lutto nazionale per venerdì 9 gennaio. Alle 14 un minuto di silenzio, le campane delle chiese suoneranno in tutto il Paese. A Crans-Montana si terrà una cerimonia ufficiale.
Ieri, domenica 4 gennaio, migliaia di persone si sono radunate nella chiesa di Saint-Christophe per la messa celebrata dal vescovo di Sion. Poi una marcia silenziosa per le vie del paese. Un silenzio rotto solo dalle lacrime, poi da un applauso scrosciante per i soccorritori, i pompieri, tutti coloro che hanno visto “un orrore indicibile”.
Davanti al “Le Constellation”, ormai nascosto da teli bianchi, centinaia di mazzi di fiori, candele accese, biglietti scritti a mano. “Non vi dimenticheremo mai”, dice uno. “Eravate troppo giovani”, dice un altro.
E mentre l’Italia si prepara ad accogliere i suoi ragazzi per l’ultima volta, resta l’eco di quelle parole dell’ambasciatore: “Una tragedia evitabile”. Sei giovani vite che dovevano ancora essere vissute.
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