Craxi: “La società è polarizzata lo scontro mette in crisi il sistema”

“Non dobbiamo consegnare all’asse Pechino-Mosca-Theran nuovi adepti. L’Italia deve essere parte attiva nelle dinamiche internazionali”. Così Stefania Craxi, presidente della commissione Affari Esteri del Senato commenta l’assalto al Parlamento di Brasilia.
Si aspettava che i si potesse arrivare a tanto?
Credo che pochi pronosticassero un finale di partita del genere. Il confronto tra Lula e Bolsonaro è stato violento e va ben oltre un’accesa campagna elettorale. La polarizzazione delle nostre società, ciò che io chiamo, parafrasando Huntington, “lo scontro nella civiltà”, è sempre più forte e mette a dura prova le democrazie. Per questo, tutte le forze politiche hanno oggi come ieri un onere in più, tanto se al governo che all’opposizione: non giocare maldestramente con le piazze. La politica ha il dovere della responsabilità.
Gli assalti a Capitol Hill e Brasilia hanno qualche collegamento tra loro?
Sono entrambi momenti di rottura, inconcepibili nei sistemi democratici, ancor più se pensiamo a una realtà come quella statunitense. C’è stata, poi, una certa affinità fra Trump e Bolsonaro. Chi segue e conosce le dinamiche sudamericane, sa bene che in questa parte del mondo ci sono situazioni precarie. Ma il Brasile è un Paese stabile, con istituzioni solide, e necessita, per una democrazia compiuta, anche di un partito alternativo a quello dei Lavoratori. Non può esistere una democrazia forte laddove le forze politiche si delegittimano vicendevolmente.
Non ritiene che le differenze sociali aumentino questo tipo di reazioni?
Non c’è dubbio che le questioni sociali siano un terreno più che fertile. Chi fa politica deve confrontarsi con questa sfida. Il tema Nord-Sud deve ritornare centrale. Reazioni come quelle di Brasilia sono il frutto avvelenato dei tempi che viviamo, di un confronto ormai mediatico, semplificato all’inverosimile, che estremizza le posizioni e tende a valorizzare quelle più radicali.
Il colore politico c’entra con tutto ciò?
Lasciamo da parte la demagogia. È un tema che riguarda la qualità delle democrazie e che non risparmia la stessa Europa. Sarebbe troppo banale e comodo pensare che riguardi la destra piuttosto che la sinistra. E poi, sempre restando al Brasile, non è che questo ultimo Lula, assai diverso da quello del 2002, si risparmi in elogi verso regimi golpisti o autoritari. Il nuovo presidente è chiamato a una prova di verità, a dimostrare che alcune delle posizioni estreme e radicali del suo partito non siano in contrasto con il sistema internazionale.
Tutto ciò che significato assume per l’Europa?
È un monito, l’ennesimo. Questi episodi barbari e settari non hanno per ora interessato la vecchia Europa, ma serve innestare nel corpo dei nostri Stati, a partire dalle istituzioni comunitarie, gli anticorpi necessari perché ciò non avvenga.
Anche Prodi, il padre dell’euro, è scettico sull’Ue. Va rivista o meglio scioglierla?
Un ritorno al passato è impossibile, prima ancora che pericoloso. Non si sceglie mai l’avventura. Bisogna guardare al futuro, correggere le tante, troppe storture della vita europea, cominciando proprio dal dare corso a una nuova stagione costituente che possa offrire linfa a istituzioni democratiche e rappresentative. La costruzione politica europea è ferma da troppo tempo, mentre è avanzata quella economica e finanziaria. Le due cose si tengono insieme, scinderle ha prodotto una disaffezione profonda e generato fenomeni di diversa natura.
Il caso Brasile mette sotto la lente di ingrandimento i Paesi Brics. Non a caso anche Putin e Pechino strizzano l’occhio a Lula. Posso nascere nuovi equilibri?
È quello che tentano di fare i nemici dell’Occidente. Per questa ragione non dobbiamo consegnare all’asse Pechino-Mosca-Teheran ulteriori adepti. Vale per il Sudamerica, ma soprattutto per le realtà a noi più prossime, penso al Mediterraneo e al Medioriente. Come Italia, siamo chiamati a essere parte attiva delle dinamiche internazionali. La nostra inazione equivale alla nostra sconfitta.
A suo parere la questione Ucraina è un qualcosa di isolato o può essere la goccia che fa traboccare il vaso?
La vicenda ucraina, ormai, si inserisce in un quadro di ridefinizione degli assetti e delle alleanze globali. È un game changer con il quale nel medio periodo saremo chiamati a confrontarci. Credo che le potenze mondiali, nonostante tutto, stiano dimostrando di comprendere i rischi connessi ad una escalation del conflitto. Lo si è visto anche con la vicenda del missile caduto in Polonia. Spero che tale consapevolezza possa anche portare alla ridefinizione di un nuovo Ordine mondiale. Questo mondo è molto più insicuro di prima e abbiamo il dovere di restituirgli un po’ di pace.
“Non dobbiamo consegnare all’asse Pechino-Mosca-Theran nuovi adepti. L’Italia deve essere parte attiva nelle dinamiche internazionali”. Così Stefania Craxi, presidente della commissione Affari Esteri del Senato commenta l’assalto al Parlamento di Brasilia.
Si aspettava che i si potesse arrivare a tanto?
Credo che pochi pronosticassero un finale di partita del genere. Il confronto tra Lula e Bolsonaro è stato violento e va ben oltre un’accesa campagna elettorale. La polarizzazione delle nostre società, ciò che io chiamo, parafrasando Huntington, “lo scontro nella civiltà”, è sempre più forte e mette a dura prova le democrazie. Per questo, tutte le forze politiche hanno oggi come ieri un onere in più, tanto se al governo che all’opposizione: non giocare maldestramente con le piazze. La politica ha il dovere della responsabilità.
Gli assalti a Capitol Hill e Brasilia hanno qualche collegamento tra loro?
Sono entrambi momenti di rottura, inconcepibili nei sistemi democratici, ancor più se pensiamo a una realtà come quella statunitense. C’è stata, poi, una certa affinità fra Trump e Bolsonaro. Chi segue e conosce le dinamiche sudamericane, sa bene che in questa parte del mondo ci sono situazioni precarie. Ma il Brasile è un Paese stabile, con istituzioni solide, e necessita, per una democrazia compiuta, anche di un partito alternativo a quello dei Lavoratori. Non può esistere una democrazia forte laddove le forze politiche si delegittimano vicendevolmente.
Non ritiene che le differenze sociali aumentino questo tipo di reazioni?
Non c’è dubbio che le questioni sociali siano un terreno più che fertile. Chi fa politica deve confrontarsi con questa sfida. Il tema Nord-Sud deve ritornare centrale. Reazioni come quelle di Brasilia sono il frutto avvelenato dei tempi che viviamo, di un confronto ormai mediatico, semplificato all’inverosimile, che estremizza le posizioni e tende a valorizzare quelle più radicali.
Il colore politico c’entra con tutto ciò?
Lasciamo da parte la demagogia. È un tema che riguarda la qualità delle democrazie e che non risparmia la stessa Europa. Sarebbe troppo banale e comodo pensare che riguardi la destra piuttosto che la sinistra. E poi, sempre restando al Brasile, non è che questo ultimo Lula, assai diverso da quello del 2002, si risparmi in elogi verso regimi golpisti o autoritari. Il nuovo presidente è chiamato a una prova di verità, a dimostrare che alcune delle posizioni estreme e radicali del suo partito non siano in contrasto con il sistema internazionale.
Tutto ciò che significato assume per l’Europa?
È un monito, l’ennesimo. Questi episodi barbari e settari non hanno per ora interessato la vecchia Europa, ma serve innestare nel corpo dei nostri Stati, a partire dalle istituzioni comunitarie, gli anticorpi necessari perché ciò non avvenga.
Anche Prodi, il padre dell’euro, è scettico sull’Ue. Va rivista o meglio scioglierla?
Un ritorno al passato è impossibile, prima ancora che pericoloso. Non si sceglie mai l’avventura. Bisogna guardare al futuro, correggere le tante, troppe storture della vita europea, cominciando proprio dal dare corso a una nuova stagione costituente che possa offrire linfa a istituzioni democratiche e rappresentative. La costruzione politica europea è ferma da troppo tempo, mentre è avanzata quella economica e finanziaria. Le due cose si tengono insieme, scinderle ha prodotto una disaffezione profonda e generato fenomeni di diversa natura.
Il caso Brasile mette sotto la lente di ingrandimento i Paesi Brics. Non a caso anche Putin e Pechino strizzano l’occhio a Lula. Posso nascere nuovi equilibri?
È quello che tentano di fare i nemici dell’Occidente. Per questa ragione non dobbiamo consegnare all’asse Pechino-Mosca-Teheran ulteriori adepti. Vale per il Sudamerica, ma soprattutto per le realtà a noi più prossime, penso al Mediterraneo e al Medioriente. Come Italia, siamo chiamati a essere parte attiva delle dinamiche internazionali. La nostra inazione equivale alla nostra sconfitta.
A suo parere la questione Ucraina è un qualcosa di isolato o può essere la goccia che fa traboccare il vaso?
La vicenda ucraina, ormai, si inserisce in un quadro di ridefinizione degli assetti e delle alleanze globali. È un game changer con il quale nel medio periodo saremo chiamati a confrontarci. Credo che le potenze mondiali, nonostante tutto, stiano dimostrando di comprendere i rischi connessi ad una escalation del conflitto. Lo si è visto anche con la vicenda del missile caduto in Polonia. Spero che tale consapevolezza possa anche portare alla ridefinizione di un nuovo Ordine mondiale. Questo mondo è molto più insicuro di prima e abbiamo il dovere di restituirgli un po’ di pace.
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