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La moda “Made in Italy” è sotto attacco

di Andrea Scarso -


Per decenni Made in Italy è stato molto più di un’etichetta: una promessa. Qualità, artigianato, bellezza, lavoro ben fatto. Oggi quella promessa scricchiola. Non per colpa di una moda passeggera o di un calo della domanda, ma per qualcosa di più profondo e scomodo: il lavoro.

L’inchiesta del Financial Times ha acceso un faro potente su una realtà che, come ammettono in molti, era “un segreto di Pulcinella”. Ma il punto non è solo lo scandalo. Il punto è capire se questa crisi del Made in Italy possa diventare anche un’occasione di rinascita.

La crisi del “Made in Italy”: dal mito all’inchiesta giudiziaria

Il quotidiano britannico scrive che l’etichetta Made in Italy è stata a lungo “una parola d’ordine per un artigianato sofisticato e un mezzo per vendere alcuni degli abiti, delle borse e delle scarpe più costose al mondo”. Ma nel 2025, avverte il FT, “la sua reputazione come marchio di qualità per il lusso è sottoposta a una minaccia senza precedenti”.

Le condizioni di lavoro nella filiera della moda italiana, sottolinea il giornale, “sono state un segreto aperto per anni”. Eppure, “né i marchi né i clienti sembravano prestare molta attenzione alle notizie secondo cui alcuni lavoratori dell’alta moda venivano pagati pochissimo”.

La svolta arriva con l’azione della procura di Milano e, in particolare, del magistrato Paolo Storari. Le indagini coinvolgono nomi simbolo del lusso: Loro PianaDiorTod’sArmani. Quello che era percepito come un problema marginale diventa, scrive il FT, “uno scandalo nazionale”.

«Un sistema di sfruttamento radicato»

Nei documenti giudiziari citati dal giornale, i magistrati parlano di un sistema di sfruttamento “così radicato e collaudato da poter essere considerato parte di una politica aziendale più ampia, mirata esclusivamente ad aumentare i profitti”. Una frase che pesa come un macigno sull’intero settore.

Le inchieste non sono concluse. I pm hanno indicato 13 marchi di lusso sospettati di aver subappaltato a produttori che sfruttavano lavoratori migranti in Italia, anche se, precisa il FT, nessuno di questi è formalmente indagato.

Leggi anche: I “nuovi schiavi” del caporalato nella moda: inchiesta su 13 marchi

Secondo Michael Posner, professore alla Stern School of Business di New York, “quello che accade nella filiera italiana non è una novità. La differenza è la presenza di un procuratore determinato, che lavora in modo sistematico, un’industria del lusso che reagisce con forza e una reale escalation delle tensioni”.

Prezzi alti, salari bassi: la contraddizione del lusso

Uno dei punti più disturbanti dell’inchiesta riguarda l’assunto implicito del consumatore: se un prodotto costa migliaia di euro, chi lo realizza sarà pagato bene. Ma, come ricorda il Financial Times, anche il lusso esternalizza parte della produzione, “che si tratti di una zip o delle cuciture di un abito”.

La pressione della domanda globale, in particolare cinese, e il boom post-pandemico hanno spinto molti fornitori oltre il limite. In Italia, dove non esiste un salario minimo nazionale, i rischi di abuso aumentano.

Deborah Lucchetti, della Clean Clothes Campaign, parla senza mezzi termini: i fornitori “sono in balia dei grandi marchi, che impongono condizioni commerciali, a partire da prezzi troppo bassi per coprire tutti i costi”. Il risultato è “una catena di sfruttamento” che colpisce soprattutto i lavoratori migranti.

Difesa, attacco e nervi scoperti

I brand si difendono. Sostengono che i subappalti irregolari siano avvenuti “alle loro spalle”. Diego Della Valle, fondatore di Tod’s, afferma che se un fornitore “nasconde il ricorso ai subappaltatori, questo può sfuggire ai nostri controlli”.

Ma lo scontro diventa frontale quando Della Valle attacca direttamente Storari, accusandolo di “infangare la reputazione” del lusso italiano e dichiarando: “È assolutamente inescusabile che un procuratore si svegli un giorno e ci tratti come criminali”.

Poche settimane dopo, Tod’s e tre suoi dirigenti finiscono sotto indagine.

I numeri, la politica e le soluzioni parziali

Per Carlo Capasa, presidente della Camera della Moda, i lavoratori “irregolari” sarebbero “solo” 30mila su 600mila addetti della filiera. Una parola, solo, che dice molto sulla distanza tra percezione e realtà.

Il governo, tramite il ministro Adolfo Urso, promette riforme: certificazioni di filiera, maggiore tracciabilità, difesa del marchio nazionale. “Abbiamo il dovere di proteggere il Made in Italy e renderlo più forte, anche sul piano della legalità”, afferma Urso.

Ma le critiche restano. Secondo Posner, database e certificazioni rischiano di essere “una cortina fumogena che protegge le aziende”, consentendo loro di dichiarare buone intenzioni “senza cambiare davvero il modello di business”.

Crisi del “Made in Italy”: una via d’uscita esiste?

Non tutto però è compromesso. Alcuni gruppi, come ChanelHermès e Zegna, hanno acquistato direttamente i fornitori per evitare subappalti opachi. Brunello Cucinelli paga sopra la media, accettando margini più bassi per ridurre i rischi.

È qui che si intravede una possibile redenzione del Made in Italy: meno retorica, più responsabilità; meno mito, più trasparenza.


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