Cuori di mamma

Domenica 9 ottobre. E’ il primo pomeriggio quando arriva l’organo vitale che l’equipe medica era partita a ricuperare nel corso della notte. Come sempre avviene in questi casi è una corsa contro il tempo. Adrenalina pura. Adrenalina ammantata da una quotidianità che riesce quasi a trasformare un evento straordinario, come un trapianto di cuore, in un rincorrersi di ore routinarie. I preparativi sono una perfetta macchina da guerra in chiave salvifica. No, non c’è più tempo da aspettare. Ogni minuto è prezioso. La paziente, una giovane catanese, studentessa di 24 anni, arrivata dal nosocomio triestino di Cattinara all’ospedale civile di Udine, da due mesi vive in terapia intensiva abbarbicata soltanto alla speranza che un donatore le possa garantire di nuovo il futuro. Sa che l’intera sua esistenza dipenderà da quell’intervento chirurgico, da quell’ultimo tentativo di sopravvivenza, da quelle sei ore in sala operatoria. Lo staff medico è guidato da Ugolino Livi, direttore del Dipartimento cardiotoracico, docente universitario, ha un ineffabile pedigree sanitario, è un famoso cardiochirurgo che può vantare, tra l’altro, 500 pubblicazioni per lo più internazionali. L’intervento va a buon fine. Sono trascorsi pochi giorni e Benedetta ha già fatto progressi incredibili. Ha già mosso i primi passi, ha ritrovato il sorriso. Ha riabbracciato i genitori. E guarda la mamma con affetto smisurato, consapevole di essere accomunata dallo stesso destino, dalla stessa genetica che ha provocato la medesima, gravissima patologia. Domenica 9 novembre rappresenta l’epilogo di una favola, una favola bellissima per capire la quale bisogna riannodare il film di questa incredibile storia.

Gennaio del 1988. E’ una giornata fredda. Livi arriva all’ospedale di Padova dove fa l’aiuto in cardiochirurgia. E’ molto emozionato. Lo attende infatti il suo primo trapianto di cuore da primo operatore. Un “battesimo” professionale mozzafiato. La paziente è una donna di 28 anni. Vive a Catania con il marito medico. “Era un caso non proprio lineare – ricorda Livi – nel senso che la decisione del trapianto era sorta dopo una serie di confronti tra colleghi. La donna, infatti, era affetta da una patologia che determina anche alterazioni polmonari. Lei e il marito si erano recati anche a Parigi per capire se ci fossero cure che scongiurassero il trapianto. Per questo, quando hanno deciso di venire a Padova e affidarsi alle mie mani mi sono sentito gravato di una responsabilità ancora più grande”. Il trapianto – circa sei ore di intervento – andò molto bene. E la donna è tuttora in ottima forma. “La sua patologia – aggiunge il cardiochirurgo – era genetica e quindi a rischio di trasmissibilità nel caso avesse voluto fare un figlio”.

Ma la donna è tenace. Pur edotta su questo rischio decide di diventare mamma. Vuole un figlio – dirà a Livi – anche a completamento della sua rinascita. E poi, in cuor suo spera con tutto il cuore che la genetica possa essere smentita. Decide di andare a partorire a Padova e chiede a Livi di essere presente in sala parto. “Le fecero il cesareo – dice ancora il medico – e quindi vidi la Benedetta figlioletta che usciva dal grembo della mamma. E ricordo il viso estasiato di quella donna che caparbiamente aveva raggiunto un altro traguardo”. La patologia è presente in Benedetta, è latente, e non dà segni fino all’età adolescenziale quando compaiono i primi sintomi. Benedetta sa, sa che la situazione è destinata a peggiorare perché è conoscenza della storia della mamma. Ma è determinata a vivere la sua vita giorno per giorno. Studia. Si impegna. Non si piange addosso. Eppure, la contrazione della sua capacità motoria risente di quel cuore ammalto. Prima il fiato diventa corto dopo una rampa di scale, poi sono sufficienti cinque gradini a metterla in difficoltà e infine anche un breve tratto in pianura a passo lento le provoca mancanza di respiro e un micidiale affaticamento. Nemmeno i farmaci ormai possono fare miracoli. Non demorde. Si iscrive all’università. E va a studiare in Olanda. Il suo quadro clinico peggiora giorno dopo giorno. Alla fine è costretta a gettare la spugna e fare rientro a Catania. “Sua madre – rivela Livi – si è fatta viva alcuni mesi fa con una telefonata e mi ha chiesto di affidarmi sua figlia. Sentivo che era molto provata, triste”. Viene ricoverata nel reparto di Cardiologia dell’ospedale di Trieste e seguita direttamente dal professor Sinagra, un altro luminare in questo campo. Le sue condizioni peggiorano e finisce in terapia intensiva dove è costretta a rimanere due mesi. La sua vita è appesa a un filo. L’unica possibilità di sopravvivenza è cambiare il suo cuore. Da Trieste arriva quando si sa che c’è un donatore… Il resto è cronaca fi questi giorni.

“La ragazza sta molto bene – afferma Livi – il decorso è normale forse tra un paio dei8 settimane potrà fare ritorno a casa. L’ho incontrata proprio questa mattina (ieri per chi legge ndr). Era sorridente, per lei è stato un sollievo gigantesco. E’ consapevole di essersi liberata da una sorta di schiavitù che l’avrebbe portata alla morte. Ho visto nei suoi occhi la stessa sete di vita che aveva sua mamma quel giorno di 28 anni fa, a Padova”.

Domenica 9 ottobre. E’ il primo pomeriggio quando arriva l’organo vitale che l’equipe medica era partita a ricuperare nel corso della notte. Come sempre avviene in questi casi è una corsa contro il tempo. Adrenalina pura. Adrenalina ammantata da una quotidianità che riesce quasi a trasformare un evento straordinario, come un trapianto di cuore, in un rincorrersi di ore routinarie. I preparativi sono una perfetta macchina da guerra in chiave salvifica. No, non c’è più tempo da aspettare. Ogni minuto è prezioso. La paziente, una giovane catanese, studentessa di 24 anni, arrivata dal nosocomio triestino di Cattinara all’ospedale civile di Udine, da due mesi vive in terapia intensiva abbarbicata soltanto alla speranza che un donatore le possa garantire di nuovo il futuro. Sa che l’intera sua esistenza dipenderà da quell’intervento chirurgico, da quell’ultimo tentativo di sopravvivenza, da quelle sei ore in sala operatoria. Lo staff medico è guidato da Ugolino Livi, direttore del Dipartimento cardiotoracico, docente universitario, ha un ineffabile pedigree sanitario, è un famoso cardiochirurgo che può vantare, tra l’altro, 500 pubblicazioni per lo più internazionali. L’intervento va a buon fine. Sono trascorsi pochi giorni e Benedetta ha già fatto progressi incredibili. Ha già mosso i primi passi, ha ritrovato il sorriso. Ha riabbracciato i genitori. E guarda la mamma con affetto smisurato, consapevole di essere accomunata dallo stesso destino, dalla stessa genetica che ha provocato la medesima, gravissima patologia. Domenica 9 novembre rappresenta l’epilogo di una favola, una favola bellissima per capire la quale bisogna riannodare il film di questa incredibile storia.

Gennaio del 1988. E’ una giornata fredda. Livi arriva all’ospedale di Padova dove fa l’aiuto in cardiochirurgia. E’ molto emozionato. Lo attende infatti il suo primo trapianto di cuore da primo operatore. Un “battesimo” professionale mozzafiato. La paziente è una donna di 28 anni. Vive a Catania con il marito medico. “Era un caso non proprio lineare – ricorda Livi – nel senso che la decisione del trapianto era sorta dopo una serie di confronti tra colleghi. La donna, infatti, era affetta da una patologia che determina anche alterazioni polmonari. Lei e il marito si erano recati anche a Parigi per capire se ci fossero cure che scongiurassero il trapianto. Per questo, quando hanno deciso di venire a Padova e affidarsi alle mie mani mi sono sentito gravato di una responsabilità ancora più grande”. Il trapianto – circa sei ore di intervento – andò molto bene. E la donna è tuttora in ottima forma. “La sua patologia – aggiunge il cardiochirurgo – era genetica e quindi a rischio di trasmissibilità nel caso avesse voluto fare un figlio”.

Ma la donna è tenace. Pur edotta su questo rischio decide di diventare mamma. Vuole un figlio – dirà a Livi – anche a completamento della sua rinascita. E poi, in cuor suo spera con tutto il cuore che la genetica possa essere smentita. Decide di andare a partorire a Padova e chiede a Livi di essere presente in sala parto. “Le fecero il cesareo – dice ancora il medico – e quindi vidi la Benedetta figlioletta che usciva dal grembo della mamma. E ricordo il viso estasiato di quella donna che caparbiamente aveva raggiunto un altro traguardo”. La patologia è presente in Benedetta, è latente, e non dà segni fino all’età adolescenziale quando compaiono i primi sintomi. Benedetta sa, sa che la situazione è destinata a peggiorare perché è conoscenza della storia della mamma. Ma è determinata a vivere la sua vita giorno per giorno. Studia. Si impegna. Non si piange addosso. Eppure, la contrazione della sua capacità motoria risente di quel cuore ammalto. Prima il fiato diventa corto dopo una rampa di scale, poi sono sufficienti cinque gradini a metterla in difficoltà e infine anche un breve tratto in pianura a passo lento le provoca mancanza di respiro e un micidiale affaticamento. Nemmeno i farmaci ormai possono fare miracoli. Non demorde. Si iscrive all’università. E va a studiare in Olanda. Il suo quadro clinico peggiora giorno dopo giorno. Alla fine è costretta a gettare la spugna e fare rientro a Catania. “Sua madre – rivela Livi – si è fatta viva alcuni mesi fa con una telefonata e mi ha chiesto di affidarmi sua figlia. Sentivo che era molto provata, triste”. Viene ricoverata nel reparto di Cardiologia dell’ospedale di Trieste e seguita direttamente dal professor Sinagra, un altro luminare in questo campo. Le sue condizioni peggiorano e finisce in terapia intensiva dove è costretta a rimanere due mesi. La sua vita è appesa a un filo. L’unica possibilità di sopravvivenza è cambiare il suo cuore. Da Trieste arriva quando si sa che c’è un donatore… Il resto è cronaca fi questi giorni.

“La ragazza sta molto bene – afferma Livi – il decorso è normale forse tra un paio dei8 settimane potrà fare ritorno a casa. L’ho incontrata proprio questa mattina (ieri per chi legge ndr). Era sorridente, per lei è stato un sollievo gigantesco. E’ consapevole di essersi liberata da una sorta di schiavitù che l’avrebbe portata alla morte. Ho visto nei suoi occhi la stessa sete di vita che aveva sua mamma quel giorno di 28 anni fa, a Padova”.

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