Da oggi stop alle plastiche monouso: l’allarme degli ambientalisti

La direttiva europea, che vieta l’utilizzo degli oggetti in plastica monouso non biodegradabili e non compostabili, da oggi è ufficialmente in vigore. Piatti, posate, contenitori in polistirolo per alimenti e bevande sono messi al bando nel tentativo, disegnato dall’Europa, di ridurre del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030 l’inquinamento dovuto alla plastica.

Nel nostro Paese, tuttavia, potranno rimanere in commercio piatti e posate al 100% di plastica biodegradabile, oltre che piatti e posate in plastica lavabile e riutilizzabile. Non solo. È riconosciuto anche un contributo sotto forma di credito d’imposta per le imprese che, nel triennio 2022/20224, acquistano e utilizzano prodotti riutilizzabili definiti dalla direttiva o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile certificato secondo la normativa Uni EN 13432:2002.

Una maniera di recepire la direttiva europea, quella dell’Italia, che segue la filosofia dell’economia circolare combattendo il consumo “usa e getta” ma che non ha mancato di suscitare polemiche soprattutto da parte delle associazioni ambientaliste, capitanate da Greenpeace, prima firmataria di un ricorso alle autorità europee che segnala un contrasto tra lo spirito della normativa europea e l’interpretazione italiana.

In particolare, l’ong canadese sottolinea le “incomprensibili esenzioni nei confronti di prodotti rivestiti in plastica e deroghe ingiustificate per gli articoli monouso in plastica compostabile”. In sostanza, il mercato potrebbe popolarsi di alternative “ibride”, come plastiche riutilizzabili solo un numero limitato di volte, che non scongiurerebbero l’inquinamento dei mari e impedirebbero di raggiungere gli obiettivi che l’Unione Europea si è prefissa.

Da qui la richiesta di un inasprimento delle sanzioni: “Le grandi multinazionali continuano a produrre e vendere sempre più plastica – sostiene Greenpeace – utilizzandola soprattutto per imballaggi monouso. Di tutta la plastica prodotta però più del 90% non è mai stato riciclato. Ogni minuto, ogni giorno, l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani, provocando la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini. Dobbiamo intervenire alla fonte e le aziende devono assumersi le loro responsabilità”.

In un simile scenario, è evidente che la sola raccolta differenziata dei rifiuti non può più bastare: “Fare una corretta raccolta differenziata – dice Greenpeace – è un dovere di ogni cittadino, ma è ormai chiaro che il riciclo da solo non basta più. La colpa non può essere scaricata solo sui consumatori, quando le aziende ne vendono sempre di più: la produzione attuale raddoppierà i volumi entro il 2030 per quadruplicarli entro il 2050!”.

La direttiva europea, che vieta l’utilizzo degli oggetti in plastica monouso non biodegradabili e non compostabili, da oggi è ufficialmente in vigore. Piatti, posate, contenitori in polistirolo per alimenti e bevande sono messi al bando nel tentativo, disegnato dall’Europa, di ridurre del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030 l’inquinamento dovuto alla plastica.

Nel nostro Paese, tuttavia, potranno rimanere in commercio piatti e posate al 100% di plastica biodegradabile, oltre che piatti e posate in plastica lavabile e riutilizzabile. Non solo. È riconosciuto anche un contributo sotto forma di credito d’imposta per le imprese che, nel triennio 2022/20224, acquistano e utilizzano prodotti riutilizzabili definiti dalla direttiva o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile certificato secondo la normativa Uni EN 13432:2002.

Una maniera di recepire la direttiva europea, quella dell’Italia, che segue la filosofia dell’economia circolare combattendo il consumo “usa e getta” ma che non ha mancato di suscitare polemiche soprattutto da parte delle associazioni ambientaliste, capitanate da Greenpeace, prima firmataria di un ricorso alle autorità europee che segnala un contrasto tra lo spirito della normativa europea e l’interpretazione italiana.

In particolare, l’ong canadese sottolinea le “incomprensibili esenzioni nei confronti di prodotti rivestiti in plastica e deroghe ingiustificate per gli articoli monouso in plastica compostabile”. In sostanza, il mercato potrebbe popolarsi di alternative “ibride”, come plastiche riutilizzabili solo un numero limitato di volte, che non scongiurerebbero l’inquinamento dei mari e impedirebbero di raggiungere gli obiettivi che l’Unione Europea si è prefissa.

Da qui la richiesta di un inasprimento delle sanzioni: “Le grandi multinazionali continuano a produrre e vendere sempre più plastica – sostiene Greenpeace – utilizzandola soprattutto per imballaggi monouso. Di tutta la plastica prodotta però più del 90% non è mai stato riciclato. Ogni minuto, ogni giorno, l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani, provocando la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini. Dobbiamo intervenire alla fonte e le aziende devono assumersi le loro responsabilità”.

In un simile scenario, è evidente che la sola raccolta differenziata dei rifiuti non può più bastare: “Fare una corretta raccolta differenziata – dice Greenpeace – è un dovere di ogni cittadino, ma è ormai chiaro che il riciclo da solo non basta più. La colpa non può essere scaricata solo sui consumatori, quando le aziende ne vendono sempre di più: la produzione attuale raddoppierà i volumi entro il 2030 per quadruplicarli entro il 2050!”.

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