L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Da Portobello al “Porto Franco”: L’eterna impunità di una Giustizia senza bilancia

di Alberto Filippi -

ENZO TORTORA


Di “Dove eravamo rimasti?” si è scritto molto. Ma la vera domanda, oggi, è: “Cosa abbiamo imparato?”. La risposta, tragicamente, sembra essere: nulla.

C’è un filo rosso sangue (o forse rosso vergogna) che lega l’Italia degli anni ’80 a quella di oggi. È il filo degli errori giudiziari, delle vite tritate in prima pagina e poi dimenticate nei trafiletti delle assoluzioni. Il capostipite, il peccato originale della nostra magistratura moderna, porta un nome e un cognome che ancora oggi fanno tremare i polsi: Enzo Tortora.

Era il 17 giugno 1983 quando l’Italia si svegliò guardando il volto del presentatore più amato del Paese associato all’infamia della camorra. Un castello di accuse costruito sulla sabbia mobile delle parole di pentiti in cerca di sconti, senza uno straccio di prova, orchestrato da una giustizia che aveva bisogno di un trofeo da esibire. Tortora fu stritolato da un meccanismo cieco e sordo. E come lui, nel silenzio generale, migliaia di altri “piccoli Tortora” – cittadini comuni senza la ribalta mediatica – hanno visto le loro vite distrutte, i loro conti svuotati, le loro famiglie umiliate da accuse rivelatesi poi infondate.

Come ci ricorda in modo viscerale anche il recente film appena uscito nelle sale cinematografiche, riaccendendo i riflettori su una delle pagine più buie della nostra Repubblica, il dramma non si esaurisce con l’assoluzione. Il dramma prosegue quando si guardano i titoli di coda di queste storie.

Nel mondo reale, se un medico sbaglia un intervento, paga. Se un ingegnere progetta un ponte che crolla, paga. Se un cittadino salta un semaforo rosso, paga. Esiste però un “porto franco” nel nostro ordinamento: quello di chi indossa la toga. I magistrati che accusarono ingiustamente Tortora non solo non hanno mai pagato per quell’errore clamoroso che costò anni di vita, salute e dignità a un innocente, ma hanno persino fatto carriera. Sono diventati membri del CSM, Procuratori Capo, vertici dell’Antimafia, Presidenti di sezione in Cassazione. Una progressione inarrestabile, quasi un premio per aver piegato la legge a uno scopo che di legale aveva ben poco.

È questo il cuore di un sistema che molti italiani oggi denunciano come “marcio”. Un sistema in cui la giustizia, spesso supportata da una gogna mediatica connivente, sembra aver smarrito la sua funzione istituzionale per trasformarsi, in certi decenni storici, in una clava politica. L’accusa, mossa da ampie fette dell’opinione pubblica, è che alcune indagini abbiano storicamente cambiato colore alle istituzioni non per tutelare la legge, ma per colpire una specifica coalizione politica, bypassando di fatto il voto democratico e il Parlamento.

La bilancia della Giustizia, insomma, sembra aver perso i suoi pesi, sostituendoli con simpatie, convenienze e un patto di non belligeranza interna che garantisce l’intoccabilità a chi sbaglia.

Ma ogni sistema chiuso, prima o poi, deve fare i conti con la realtà. Le voci di chi, all’interno dello stesso mondo giuridico, ammette le falle e chiede strumenti di tutela per i cittadini, si fanno sempre più forti. Ed è in questo clima di profonda frattura tra Stato e cittadino che si inserisce il richiamo alle urne. Il prossimo referendum per la giustizia non è più visto solo come un tecnicismo burocratico, ma da molti è percepito come l’unico grimaldello per scardinare lo status quo.

Scegliere di votare “Sì” a una riforma profonda significa, per molti elettori, chiedere finalmente che la parola “responsabilità” torni a valere per tutti, anche per chi sta seduto sullo scranno più alto del tribunale. Perché per non avere più “casi Tortora”, non basta un’assoluzione postuma. Serve che chi ha tenuto in mano la mannaia, e ha colpito l’innocente, venga chiamato a risponderne. Solo allora potremo davvero dire, con il sorriso fiero di Enzo: “Dove eravamo rimasti?”.


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