Dall’Italia ancora armi, Macron apre alla pace

Il governo Meloni tira dritto sul fronte dell’invio incondizionato di armi a Kiev. Ieri il Cdm ha dato il via libera al decreto per la proroga “fino al 31 dicembre 2023”, citiamo testualmente, “dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina”. Ovviamente, “previo atto di indirizzo delle Camere”.
Mentre il presidente francese Emmanuel Macron, in visita negli Usa diceva al capo della Casa Bianca Joe Biden che parlerà con Putin per tentare la via dei negoziati, “ancora possibile”, il governo italiano resta schierato con chi ritiene che l’unico modo per far sedere Russia e Ucraina al tavolo del cessate il fuoco è continuare ad armare Kiev per permettere al presidente Volodymyr Zelensky di trattare alla pari. In Parlamento peraltro la posizione della premier Giorgia Meloni e dell’esecutivo di centrodestra – che poi è quella dell’ex premier Mario Draghi – è condivisa anche da parte dell’opposizione, come Pd e +Europa. Unici contrari, i 5 Stelle guidati da Giuseppe Conte, che sostengono che non bisogna pensare di poter sconfiggere Putin ma bisogna puntare alla pace. A sentire gli esponenti della maggioranza però è questione di coerenza. Come afferma Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera: “La coerenza non è un optional. La scelta dell’invio delle armi a Kiev venne assunta per primo da Conte, che oggi la contesta. Non andrei dietro a coloro i quali cercano un centro di gravità permanente che non gli faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente…”, chiosa citando una nota canzone di Battiato. Prima delle armi a Kiev però viene la manovra, anche perché il tempo stringe. “Cercheremo di convertire il decreto entro il 31 dicembre, devo dire però che la Camera è molto ingolfata a partire dalla seconda settimana di dicembre. Dato che l’eventuale esercizio provvisorio sarebbe una sciagura, daremo una corsia preferenziale alla legge di bilancio alla Camera in modo da consegnarla al Senato per l’ok definitivo entro il 31”.
I 5 Stelle non voteranno il decreto e si preparano a contestarlo in Aula. “Dopo mesi che chiedevamo che il Parlamento non fosse esautorato, e che ci fosse un dibattito sul nuovo invio di armi finalmente abbiamo ottenuto questo risultato. Ci sarà un dibattito parlamentare e la Meloni dovrà spiegare le strategie dell’Italia e cosa vorrà fare il suo governo su questo fronte – fa presente Barbara Floridia, capogruppo M5s al Senato -. Detto questo la nostra posizione nel merito rimane sempre la stessa: dopo una fase iniziale dove le armi servivano per un meccanismo di legittima difesa del popolo ucraino in base all’articolo 51 delle Nazioni Unite, da mesi chiediamo che si lavori su un’escalation diplomatica. Il nostro sarà dunque un voto negativo”.
C’è peraltro pure una questione economica da non prendere sotto gamba. La Meloni, più atlantista della Nato, promette armi a Kiev e ogni sostegno possibile, in linea peraltro con Usa e Ue. Però alla lunga è un impegno che potrebbe costare caro. Posto che a sentire Politico, la Francia, tanto per fare un esempio, è in difficoltà nel garantire ancora forniture di armi – e non a caso cerca la pace – in Italia, in caso di misure “lacrime e sangue” perché ce lo chiede l’Europa, la potresta di piazza potrebbe montare. A fronte di poche risorse per la crisi economica, si spendono soldi per aiutare Kiev, sarebbe la legittima obiezione. E qualcosa ci dice che Conte, ormai lanciato nel suo già ultimato sorpasso a sinistra del Pd, potrebbe cavalcare questa protesta.
Ma il dato che fa riflettere di più è la proroga in bianco dell’invio di armi a Kiev fino al 31 dicembre 2023. Un altro anno di guerra. Una prospettiva quanto meno ottimistica (paradossalmente): perché di questo passo l’Ucraina non arriverà alla prossima primavera. Con il cambio di strategia, Mosca punta a lasciare le città ucraine senza luce, senza riscaldamento, senza acqua. In balia del gelo. Ecco perché la pace va cercata ora, prima che il Paese collassi.
Peccato però che sembra che, perlmeno in Italia, questo pericolo non sia evidente a tutti.

Il governo Meloni tira dritto sul fronte dell’invio incondizionato di armi a Kiev. Ieri il Cdm ha dato il via libera al decreto per la proroga “fino al 31 dicembre 2023”, citiamo testualmente, “dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina”. Ovviamente, “previo atto di indirizzo delle Camere”.
Mentre il presidente francese Emmanuel Macron, in visita negli Usa diceva al capo della Casa Bianca Joe Biden che parlerà con Putin per tentare la via dei negoziati, “ancora possibile”, il governo italiano resta schierato con chi ritiene che l’unico modo per far sedere Russia e Ucraina al tavolo del cessate il fuoco è continuare ad armare Kiev per permettere al presidente Volodymyr Zelensky di trattare alla pari. In Parlamento peraltro la posizione della premier Giorgia Meloni e dell’esecutivo di centrodestra – che poi è quella dell’ex premier Mario Draghi – è condivisa anche da parte dell’opposizione, come Pd e +Europa. Unici contrari, i 5 Stelle guidati da Giuseppe Conte, che sostengono che non bisogna pensare di poter sconfiggere Putin ma bisogna puntare alla pace. A sentire gli esponenti della maggioranza però è questione di coerenza. Come afferma Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera: “La coerenza non è un optional. La scelta dell’invio delle armi a Kiev venne assunta per primo da Conte, che oggi la contesta. Non andrei dietro a coloro i quali cercano un centro di gravità permanente che non gli faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente…”, chiosa citando una nota canzone di Battiato. Prima delle armi a Kiev però viene la manovra, anche perché il tempo stringe. “Cercheremo di convertire il decreto entro il 31 dicembre, devo dire però che la Camera è molto ingolfata a partire dalla seconda settimana di dicembre. Dato che l’eventuale esercizio provvisorio sarebbe una sciagura, daremo una corsia preferenziale alla legge di bilancio alla Camera in modo da consegnarla al Senato per l’ok definitivo entro il 31”.
I 5 Stelle non voteranno il decreto e si preparano a contestarlo in Aula. “Dopo mesi che chiedevamo che il Parlamento non fosse esautorato, e che ci fosse un dibattito sul nuovo invio di armi finalmente abbiamo ottenuto questo risultato. Ci sarà un dibattito parlamentare e la Meloni dovrà spiegare le strategie dell’Italia e cosa vorrà fare il suo governo su questo fronte – fa presente Barbara Floridia, capogruppo M5s al Senato -. Detto questo la nostra posizione nel merito rimane sempre la stessa: dopo una fase iniziale dove le armi servivano per un meccanismo di legittima difesa del popolo ucraino in base all’articolo 51 delle Nazioni Unite, da mesi chiediamo che si lavori su un’escalation diplomatica. Il nostro sarà dunque un voto negativo”.
C’è peraltro pure una questione economica da non prendere sotto gamba. La Meloni, più atlantista della Nato, promette armi a Kiev e ogni sostegno possibile, in linea peraltro con Usa e Ue. Però alla lunga è un impegno che potrebbe costare caro. Posto che a sentire Politico, la Francia, tanto per fare un esempio, è in difficoltà nel garantire ancora forniture di armi – e non a caso cerca la pace – in Italia, in caso di misure “lacrime e sangue” perché ce lo chiede l’Europa, la potresta di piazza potrebbe montare. A fronte di poche risorse per la crisi economica, si spendono soldi per aiutare Kiev, sarebbe la legittima obiezione. E qualcosa ci dice che Conte, ormai lanciato nel suo già ultimato sorpasso a sinistra del Pd, potrebbe cavalcare questa protesta.
Ma il dato che fa riflettere di più è la proroga in bianco dell’invio di armi a Kiev fino al 31 dicembre 2023. Un altro anno di guerra. Una prospettiva quanto meno ottimistica (paradossalmente): perché di questo passo l’Ucraina non arriverà alla prossima primavera. Con il cambio di strategia, Mosca punta a lasciare le città ucraine senza luce, senza riscaldamento, senza acqua. In balia del gelo. Ecco perché la pace va cercata ora, prima che il Paese collassi.
Peccato però che sembra che, perlmeno in Italia, questo pericolo non sia evidente a tutti.

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