“Decreti? Solo urgenti. Un errore rinviare la riforma Cartabia”

“La politica ha cercato di tirarsi fuori dalle liti sulla giustizia tra magistrati e avvocati, lasciando che fossero loro a litigare sugli aspetti tecnici, non esprimendo opzioni di carattere politico e non assumendosi responsabilità nelle scelte. L’ultima campagna elettorale, per quanto accesa, ha praticamente ignorato il tema della giustizia”. Giurista, ex ministro delle Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale. Giovanni Maria Flick ha rilasciato una lunga intervista a Errico Novi, su Il Dubbio. E oggi approfondiamo con lui altri aspetti importanti.

Presidente, al governo c’è una classe politica di destra-centro che, vista per la presenza liberale, dovrebbe mettere in atto una linea garantista. Eppure i primi provvedimenti non fanno ben sperare in una riforma sostanziale.
“La riforma sostanziale c’è stata ed è la riforma Cartabia. Adesso si tratta di attuarla. Io non credo che la scelta del governo possa essere liquidata come pugno duro con i deboli sui rave party e debole con i forti per il rinvio della riforma Cartabia. Il rinvio, sul quale io nutro un po’ di perplessità, è reso necessario, almeno per una parte della riforma, dalla mancanza delle strutture capaci di porla in essere. Non è un rinvio perché questa riforma è troppo blanda, è motivato dalla lettera dei procuratori generali, che dice che alcune prescrizioni della riforma non si possono mettere in pratica per mancanza delle strutture tecniche. Io ho dei dubbi che si possano sanare in due mesi. Si vedrà. Il problema diventa un altro: perché non si è distinta la parte che non doveva entrare in vigore dalla quella più ampia che poteva entrare in vigore subito?”.

Quindi come valuta l’atteggiamento del governo?
“Una scelta politica. Che il governo ha fatto con un decreto legge, il quale dovrà essere convalidato in 60 giorni dalle Camere. Senza contare che il governo, per introdurre questo tipo di reato per i rave party, ha usato una forma eccezionale, cioè il decreto legge, che si può usare solo nei casi di necessità e urgenza. E sarà il Presidente della Repubblica a valutare se vi siano gli estremi della necessità e dell’urgenza. Non mi pare che questo sia il primo rave party e non sarà l’ultimo” .

Se il Capo dello Stato non ravvisasse gli estremi dell’urgenza e della necessità?
“Potrebbe non firmare il decreto legge, perlomeno per questa parte. Potrebbe non promulgarlo e a quel punto non entrerebbe in vigore, perché le “leggi” rappresentate per casi di urgenza e necessità del governo, che poi il Parlamento deve convalidare, devono comunque essere controfirmate e promulgate dal Presidente della Repubblica”.

Secondo lei perché la politica continua sulla via dell’inasprimento delle pene?
“La scelta di usare il diritto penale come leva, come strumento non più di estrema ratio ma di controllo della diversità è un problema di scelta politica, che io non condivido, ma che non urta necessariamente contro la Costituzione.

Lo sbilanciamento forte tra l’accusa e la difesa non dovrebbe essere sanato? Chi accusa dovrebbe provare la colpevolezza rispetto alla situazione in cui un indagato deve esibire prove a discolpa?
“È ovvio e doveroso che chi accusa debba portare le prove dell’accusa. Di fronte a quelle prove, se vi sono e come vi sono, la difesa ha il diritto e il dovere di portare le prove che documentano il contrario”.

Purtroppo molte volte abbiamo visto che non accade…
“Io posso fornire solo una valutazione di principio, Lo so che in concreto non sempre la giustizia funziona”.

La giustizia è ostaggio del braccio di ferro tra Magistratura e politica. Cosa deve cambiare da ambo le parti?
“La capacità di sedersi a un tavolo e di fare un dialogo tra poteri dello Stato. Un dialogo in cui qualcuno cerchi di non straripare dalle sue competenze e di trovare un accordo con l’altra parte”.

Così semplice?
“Il diritto è una cosa semplice, diventa complicato perché siamo noi a farlo diventare tale. Perché così si litiga di più, si presentano meglio i temi ai propri seguaci, si può spaventare la gente dicendo non c’è più sicurezza e dobbiamo rafforzare i controlli. O si può dire: noi stiamo sacrificando la libertà. Basta seguire la Costituzione. 

“La politica ha cercato di tirarsi fuori dalle liti sulla giustizia tra magistrati e avvocati, lasciando che fossero loro a litigare sugli aspetti tecnici, non esprimendo opzioni di carattere politico e non assumendosi responsabilità nelle scelte. L’ultima campagna elettorale, per quanto accesa, ha praticamente ignorato il tema della giustizia”. Giurista, ex ministro delle Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale. Giovanni Maria Flick ha rilasciato una lunga intervista a Errico Novi, su Il Dubbio. E oggi approfondiamo con lui altri aspetti importanti.

Presidente, al governo c’è una classe politica di destra-centro che, vista per la presenza liberale, dovrebbe mettere in atto una linea garantista. Eppure i primi provvedimenti non fanno ben sperare in una riforma sostanziale.
“La riforma sostanziale c’è stata ed è la riforma Cartabia. Adesso si tratta di attuarla. Io non credo che la scelta del governo possa essere liquidata come pugno duro con i deboli sui rave party e debole con i forti per il rinvio della riforma Cartabia. Il rinvio, sul quale io nutro un po’ di perplessità, è reso necessario, almeno per una parte della riforma, dalla mancanza delle strutture capaci di porla in essere. Non è un rinvio perché questa riforma è troppo blanda, è motivato dalla lettera dei procuratori generali, che dice che alcune prescrizioni della riforma non si possono mettere in pratica per mancanza delle strutture tecniche. Io ho dei dubbi che si possano sanare in due mesi. Si vedrà. Il problema diventa un altro: perché non si è distinta la parte che non doveva entrare in vigore dalla quella più ampia che poteva entrare in vigore subito?”.

Quindi come valuta l’atteggiamento del governo?
“Una scelta politica. Che il governo ha fatto con un decreto legge, il quale dovrà essere convalidato in 60 giorni dalle Camere. Senza contare che il governo, per introdurre questo tipo di reato per i rave party, ha usato una forma eccezionale, cioè il decreto legge, che si può usare solo nei casi di necessità e urgenza. E sarà il Presidente della Repubblica a valutare se vi siano gli estremi della necessità e dell’urgenza. Non mi pare che questo sia il primo rave party e non sarà l’ultimo” .

Se il Capo dello Stato non ravvisasse gli estremi dell’urgenza e della necessità?
“Potrebbe non firmare il decreto legge, perlomeno per questa parte. Potrebbe non promulgarlo e a quel punto non entrerebbe in vigore, perché le “leggi” rappresentate per casi di urgenza e necessità del governo, che poi il Parlamento deve convalidare, devono comunque essere controfirmate e promulgate dal Presidente della Repubblica”.

Secondo lei perché la politica continua sulla via dell’inasprimento delle pene?
“La scelta di usare il diritto penale come leva, come strumento non più di estrema ratio ma di controllo della diversità è un problema di scelta politica, che io non condivido, ma che non urta necessariamente contro la Costituzione.

Lo sbilanciamento forte tra l’accusa e la difesa non dovrebbe essere sanato? Chi accusa dovrebbe provare la colpevolezza rispetto alla situazione in cui un indagato deve esibire prove a discolpa?
“È ovvio e doveroso che chi accusa debba portare le prove dell’accusa. Di fronte a quelle prove, se vi sono e come vi sono, la difesa ha il diritto e il dovere di portare le prove che documentano il contrario”.

Purtroppo molte volte abbiamo visto che non accade…
“Io posso fornire solo una valutazione di principio, Lo so che in concreto non sempre la giustizia funziona”.

La giustizia è ostaggio del braccio di ferro tra Magistratura e politica. Cosa deve cambiare da ambo le parti?
“La capacità di sedersi a un tavolo e di fare un dialogo tra poteri dello Stato. Un dialogo in cui qualcuno cerchi di non straripare dalle sue competenze e di trovare un accordo con l’altra parte”.

Così semplice?
“Il diritto è una cosa semplice, diventa complicato perché siamo noi a farlo diventare tale. Perché così si litiga di più, si presentano meglio i temi ai propri seguaci, si può spaventare la gente dicendo non c’è più sicurezza e dobbiamo rafforzare i controlli. O si può dire: noi stiamo sacrificando la libertà. Basta seguire la Costituzione. 

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