“Deluso dal Qatar troppi soldi, così il calcio va in crisi”

“Nel calcio girano troppi soldi. I latini dicevano pecunia non olet, ma se il denaro non puzza molto spesso sporca”. Bruno Pizzul (che lo scorso 4 novembre è stato nominato commendatore dal Capo dello Stato), prima voce per la Rai degli incontri della nazionale italiana di calcio dal 1986 al 2002, ex giocatore professionista (Catania, Udinese, Cremonese) costretto a lasciare per un grave infortunio, laureato in Giurisprudenza, parla dei mondiali, dei mali del calcio e della nostra nazionale.

Posso definirti un buongustaio del calcio?
Se ti fa piacere…

Bene. E allora il Pizzul buongustaio del calcio ma soprattutto il cronista sportivo come racconterebbe questi mondiali, anomali per diversi aspetti?
Diure, e sarebbe stata una doverosa premessa, che i mondiali del Qatar sono caratterizzati, in maniera evidente a tutti, da componenti non strettamente legate alla “filosofia” del calcio, da episodi cioè che li hanno macchiati.

Ti riferisci ovviamente a quello che emerso in fase di preparazione di questa gigantesca macchina organizzativa?
Certamente! Questo perché la fase preparatoria ha portato alla ribalta diversi temi socialmente molto delicati. Mi riferisco ai diritti civili, alle migliaia di morti per realizzare gli stadi e quant’altro. Mi riferisco in generale alle condizioni di lavoro cui sono stati sottoposti migliaia e migliaia di migranti, che hanno lavorato in maniera forsennata senza tutele. Poi, però…

Però, cosa?
Poi, quando il pallone rotola sul tappeto verde, quando sugli spalti i tifosi fanno festa, quando lo stadio diventa una bolgia, quando l’arbitro dà il fischio d’inizio… beh, del calcio rimane soltanto il lato positivo che è quello della godibilità di uno sport meraviglioso.

Ma si sarebbe potuto fare di più?
Si può sempre fare di più. Ma il rischio, al di là della protesta dei giocatori iraniani che non hanno voluto cantare l’inno nazionale, è che poi scattino alcune esagerazioni. Le proteste vanno bene, ma nella misura in cui non devono inficiare la manifestazione.

Tardelli, nell’intervista che ha rilasciato ieri al nostro giornale, dice che questo mondiale è stato organizzato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. È d’accordo?
È una considerzione che va condivisa. E non è soltanto di Tardelli. È una critica che non emerge adesso, ma che era scoppiata quando fu scelto il Qatar. Le proteste riguardarono, appunto, sia la scelta di un Paese ospitante che poco aveva da spartire con la tradizione calcistica sia la scelta del periodo per la competizione che è in netto contrario con quasi tutti i principali campionati calcistici del mondo.

Ma perché allora si è ceduto?
Si è ceduto perché di fronte al denaro… Vedi, questi hanno riempito tutti di petroldollari tutti, senza distinzioni.

E torniamo così a uno dei mali del calcio di questi tempi, dove, più che in ogni altro sport girano soldi, tanti soldi, troppi soldi. È così?
Come sai bene, i latini ripetevano che pecunia non olet. Può essere vero, ma se non puzza di certo il troppo denaro sporca. Ci sono situazioni nella gestione dei singoli giocatori, dei singoli club, dei procuratori che conosciamo bene e che sono spesso fuori controllo. Ormai il denaro è diventato l’aspetto prevalente rispetto a tutto il resto. Il denaro e il business che sempre di più ruotano attorno al pallone, hanno fatto piazza pulita di molti “valori” calcistici. Due esempi? Eccoli: non esistono più i calciatori bandiera come sono stati, ad esempio, Rivera, Mazzola, Totti e soprattutto il lato, che io definisco romantico, orami non c’è più. Finito.

Ti sento perlomeno pessimista.
No, realista. Nel calcio di oggi, e non soltanto, c’è una fame di denaro che viene alimentata da un sistema che ruota attorno ai diritti televisivi, agli sponsor e quant’altro. E il paradosso è che quasi tutte le società calcistiche – e ovviamente non mi riferisco soltanto all’Italia – adesso sono oberate da debiti.

Senti, se ti chiedessero come sarà il calcio, che ne so, tra 30 anni, tu che cosa risponderesti?
Ti rispondo rispolverando una domanda analoga che fecero tanti anni fa a diversi giocatori. Eravamo nel 1999 e il quesito era il seguente: come sarebbe stato il gioco del calcio alla fine di questo secolo che stava per cominciare. Bene, Costacurta non ebbe neppure un attimo di esitazione e disse che tra cento anni il calcio non sarebbe più esistito.

E tu concordi con questa visione non certo ottimista?
Credo che … (Pizzul blocca la risposta per esultare al gol del pareggio del Giappone con la Germania ndr). Vede, facciamo discorsi giustamente seri, ma poi la partita ci inghiotte e diventiamo soltanto appassionati di calcio. Dunque, dicevo che io a differenza di Costacurta, sono dell’avviso, invece, che al calcio si continuerà a giocare. Ma ritengo anche che serva un calcio per così dire più controllato.

In che senso più controllato?
Che è necessario ritornare a un maggiore fair play soprattutto sotto il profilo finanziario. Questo fair play da anni non viene più applicato. Eppure, basterebbe una regola molto semplice: non si deve spendere più di quanto sono gli introiti. Ribadisco che sono regole semplici ma da tempo purtroppo disattese e i risultati sono questi. Vedi, mentre ti rispondeo alle domande continuo a guardare la partita ed è proprio questo il fascino di questo sport che ci risucchia.

Senti, l’Italia per la seconda volta consecutiva è stata estromessa dai mondiali. Pare evidente che non si tratti di una crisi fisiologica ma, a questo punto, strutturale. Tu come la vedi?
Mah, alla luce della recente partita con l’Austria credo non ci siano dubbi ad affermare che la crisi del nostro calcio è profonda. La radiografia dei nostri settori giovanili ne è la conferma. I nostri giovani non amano il calcio come una volta e poi, come si dice con una frase che può sembrare abusata ma che dà l’idea, non hanno più fame. E così al loro posto arrivano giovami stranieri, più determinati, più volitivi. Sono come i ragazzi italiani di tanti anni fa: motivati e grintosi. I nostri, purtroppo, vivono il calcio come un investimento, sognano di diventare ricchi e famosi. È chiaro che se queste sono le pre-condizioni qualcosa dovrà essere cambiato.

Tifi ancora Torino?
Ero tifoso del Torino perché era facile esserlo con quello squadrone. E poi, un giorno che il sacerdote lanciò la palla sul campo del ricreatorio, il gruppo di ragazzi più numeroso, tutti juventini, non ci fecero giocare. E il nostro tifo per il Torino si rafforzò.

Chi vincerà questi mondiali?
Non ho la sfera di cristallo anche se ne ho visti tanti e credo di avere una certa esperienza. Credo però che Francia e Spagna abbiano qualcosa in più.

“Nel calcio girano troppi soldi. I latini dicevano pecunia non olet, ma se il denaro non puzza molto spesso sporca”. Bruno Pizzul (che lo scorso 4 novembre è stato nominato commendatore dal Capo dello Stato), prima voce per la Rai degli incontri della nazionale italiana di calcio dal 1986 al 2002, ex giocatore professionista (Catania, Udinese, Cremonese) costretto a lasciare per un grave infortunio, laureato in Giurisprudenza, parla dei mondiali, dei mali del calcio e della nostra nazionale.

Posso definirti un buongustaio del calcio?
Se ti fa piacere…

Bene. E allora il Pizzul buongustaio del calcio ma soprattutto il cronista sportivo come racconterebbe questi mondiali, anomali per diversi aspetti?
Diure, e sarebbe stata una doverosa premessa, che i mondiali del Qatar sono caratterizzati, in maniera evidente a tutti, da componenti non strettamente legate alla “filosofia” del calcio, da episodi cioè che li hanno macchiati.

Ti riferisci ovviamente a quello che emerso in fase di preparazione di questa gigantesca macchina organizzativa?
Certamente! Questo perché la fase preparatoria ha portato alla ribalta diversi temi socialmente molto delicati. Mi riferisco ai diritti civili, alle migliaia di morti per realizzare gli stadi e quant’altro. Mi riferisco in generale alle condizioni di lavoro cui sono stati sottoposti migliaia e migliaia di migranti, che hanno lavorato in maniera forsennata senza tutele. Poi, però…

Però, cosa?
Poi, quando il pallone rotola sul tappeto verde, quando sugli spalti i tifosi fanno festa, quando lo stadio diventa una bolgia, quando l’arbitro dà il fischio d’inizio… beh, del calcio rimane soltanto il lato positivo che è quello della godibilità di uno sport meraviglioso.

Ma si sarebbe potuto fare di più?
Si può sempre fare di più. Ma il rischio, al di là della protesta dei giocatori iraniani che non hanno voluto cantare l’inno nazionale, è che poi scattino alcune esagerazioni. Le proteste vanno bene, ma nella misura in cui non devono inficiare la manifestazione.

Tardelli, nell’intervista che ha rilasciato ieri al nostro giornale, dice che questo mondiale è stato organizzato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. È d’accordo?
È una considerzione che va condivisa. E non è soltanto di Tardelli. È una critica che non emerge adesso, ma che era scoppiata quando fu scelto il Qatar. Le proteste riguardarono, appunto, sia la scelta di un Paese ospitante che poco aveva da spartire con la tradizione calcistica sia la scelta del periodo per la competizione che è in netto contrario con quasi tutti i principali campionati calcistici del mondo.

Ma perché allora si è ceduto?
Si è ceduto perché di fronte al denaro… Vedi, questi hanno riempito tutti di petroldollari tutti, senza distinzioni.

E torniamo così a uno dei mali del calcio di questi tempi, dove, più che in ogni altro sport girano soldi, tanti soldi, troppi soldi. È così?
Come sai bene, i latini ripetevano che pecunia non olet. Può essere vero, ma se non puzza di certo il troppo denaro sporca. Ci sono situazioni nella gestione dei singoli giocatori, dei singoli club, dei procuratori che conosciamo bene e che sono spesso fuori controllo. Ormai il denaro è diventato l’aspetto prevalente rispetto a tutto il resto. Il denaro e il business che sempre di più ruotano attorno al pallone, hanno fatto piazza pulita di molti “valori” calcistici. Due esempi? Eccoli: non esistono più i calciatori bandiera come sono stati, ad esempio, Rivera, Mazzola, Totti e soprattutto il lato, che io definisco romantico, orami non c’è più. Finito.

Ti sento perlomeno pessimista.
No, realista. Nel calcio di oggi, e non soltanto, c’è una fame di denaro che viene alimentata da un sistema che ruota attorno ai diritti televisivi, agli sponsor e quant’altro. E il paradosso è che quasi tutte le società calcistiche – e ovviamente non mi riferisco soltanto all’Italia – adesso sono oberate da debiti.

Senti, se ti chiedessero come sarà il calcio, che ne so, tra 30 anni, tu che cosa risponderesti?
Ti rispondo rispolverando una domanda analoga che fecero tanti anni fa a diversi giocatori. Eravamo nel 1999 e il quesito era il seguente: come sarebbe stato il gioco del calcio alla fine di questo secolo che stava per cominciare. Bene, Costacurta non ebbe neppure un attimo di esitazione e disse che tra cento anni il calcio non sarebbe più esistito.

E tu concordi con questa visione non certo ottimista?
Credo che … (Pizzul blocca la risposta per esultare al gol del pareggio del Giappone con la Germania ndr). Vede, facciamo discorsi giustamente seri, ma poi la partita ci inghiotte e diventiamo soltanto appassionati di calcio. Dunque, dicevo che io a differenza di Costacurta, sono dell’avviso, invece, che al calcio si continuerà a giocare. Ma ritengo anche che serva un calcio per così dire più controllato.

In che senso più controllato?
Che è necessario ritornare a un maggiore fair play soprattutto sotto il profilo finanziario. Questo fair play da anni non viene più applicato. Eppure, basterebbe una regola molto semplice: non si deve spendere più di quanto sono gli introiti. Ribadisco che sono regole semplici ma da tempo purtroppo disattese e i risultati sono questi. Vedi, mentre ti rispondeo alle domande continuo a guardare la partita ed è proprio questo il fascino di questo sport che ci risucchia.

Senti, l’Italia per la seconda volta consecutiva è stata estromessa dai mondiali. Pare evidente che non si tratti di una crisi fisiologica ma, a questo punto, strutturale. Tu come la vedi?
Mah, alla luce della recente partita con l’Austria credo non ci siano dubbi ad affermare che la crisi del nostro calcio è profonda. La radiografia dei nostri settori giovanili ne è la conferma. I nostri giovani non amano il calcio come una volta e poi, come si dice con una frase che può sembrare abusata ma che dà l’idea, non hanno più fame. E così al loro posto arrivano giovami stranieri, più determinati, più volitivi. Sono come i ragazzi italiani di tanti anni fa: motivati e grintosi. I nostri, purtroppo, vivono il calcio come un investimento, sognano di diventare ricchi e famosi. È chiaro che se queste sono le pre-condizioni qualcosa dovrà essere cambiato.

Tifi ancora Torino?
Ero tifoso del Torino perché era facile esserlo con quello squadrone. E poi, un giorno che il sacerdote lanciò la palla sul campo del ricreatorio, il gruppo di ragazzi più numeroso, tutti juventini, non ci fecero giocare. E il nostro tifo per il Torino si rafforzò.

Chi vincerà questi mondiali?
Non ho la sfera di cristallo anche se ne ho visti tanti e credo di avere una certa esperienza. Credo però che Francia e Spagna abbiano qualcosa in più.

Previous articleScozia infelix
Next articleGufi del Covid
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli