L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Diritti coperti, coscienze scoperte

di Alberto Filippi -


Non esiste un solo luogo nel mondo in cui essere donna significa valere meno di nulla. Purtroppo ce ne sono molti. Realtà in cui la vita femminile è compressa, sorvegliata, annullata. Contesti dove alcune interpretazioni religiose integraliste – in particolare quelle che applicano rigidamente la sharia – trasformano il corpo e la voce delle donne in colpe da nascondere e punire.

Ma se esiste oggi il peggior posto al mondo per nascere donna, questo è senza dubbio l’Afghanistan.

Lì la repressione non è episodica, non è sociale, non è culturale: è sistematica, totale, istituzionalizzata. Un capello fuori posto può costare la vita. Parlare in pubblico è vietato. Persino tra donne si può solo sussurrare, come se anche la voce fosse un reato. Per uscire di casa serve un accompagnatore maschio, studiare è proibito, guidare un’auto è impensabile. Le bambine vengono cancellate dal futuro prima ancora di poterlo immaginare.

E le conseguenze non sono solo simboliche. Vietare lo studio significa impedire la formazione di mediche, infermiere, professioniste. Così, quando una donna si ammala, spesso non c’è nessuna donna a curarla. E poiché non può essere visitata da un uomo, viene lasciata morire. Non per una malattia incurabile, ma per una legge disumana.

Dire che siamo tornati al Medioevo non è corretto. È peggio del Medioevo e certamente peggio dell’antica Roma. È peggio ancora di qualsiasi epoca precedente: non esiste un tempo storico in cui la condizione femminile abbia conosciuto un livello di annientamento simile a quello che oggi si vive in Afghanistan. Non è un ritorno al passato, è qualcosa di inedito nella sua brutalità.

E allora la domanda diventa inevitabile: dove sono le grandi voci dei diritti? Dove sono finite le femministe globali, i partiti che si definiscono progressisti, i militanti dell’indignazione permanente? Quelli sempre pronti a sfilare, ballare, colorarsi, trasformando ogni causa in un evento e ogni protesta in un lungo weekend alternativo? Qui non servono slogan, né folklore. Qui non basta sentirsi “dalla parte giusta”.

L’appello non è per i chiacchieroni. È per le persone serie. Per chi lavora dentro le istituzioni, per chi dispone di strumenti reali, canali diplomatici, peso politico. È un appello a Antonio Tajani e a Giorgia Meloni: usate la credibilità internazionale, le relazioni, la forza dell’Italia per riportare la tragedia afghana al centro dell’agenda globale. Non con proclami, ma con azioni. Non con slogan, ma con atti concreti.

A noi resta il dovere di non distogliere lo sguardo. Di continuare a ricordare che, tra mille emergenze, ce n’è una che grida senza poter parlare. Perché quando le donne vengono ridotte al silenzio, non è un problema lontano. È una sconfitta dell’umanità intera. E il silenzio, in questo caso, non è neutralità. È complicità.

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