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Economia

Ecco perché la riforma della giustizia è necessaria per le imprese

Tra processi lumaca e lungaggini, quanto impatta sul Sistema Paese

di Maria Graziosi -


La riforma della giustizia, dal punto di vista delle imprese, è necessaria. Perché il tempo è denaro. E sciuparlo è un (doppio) costo che nessuno si può permettere. Eppure, ci vogliono 75 mesi, ovvero sei anni, per risolvere le procedure di insolvenza. A Milano, non a Timbuctù. La giustizia, per le imprese, diventa un costo. Che beffa. Perché come hanno riferito (giustamente) Confindustria, Coldiretti e le altre organizzazioni datoriali nel recente invito al voto verso il Referendum, la giustizia non dovrebbe essere l’ennesima burocrazia succhiatempo (e soldi). Ma dovrebbe rappresentare “un’infrastruttura produttiva”, centrale, come lo sono le reti di energia.

Riforma giustizia e imprese: i tempi dei processi

Non sono certo lusinghieri, purtroppo, i dati diffusi, a febbraio scorso, dalla Cgia di Mestre, nell’ambito di un’inchiesta sui costi della burocrazia per il tessuto economico e produttivo del Paese. Per risolvere una causa commerciale, in Italia, ci vogliono in media 600 giorni. Pari a venti mesi, poco più di un anno e mezzo. Se, poi, il processo pende di fronte al tribunale di Roma, potrebbe pure volerci ancora più tempo. Le stime “romane” parlano di ben 1.400 giorni. In pratica, quattro anni. Il tempo che ci vuole tra un’Olimpiade e l’altra, tra un Mondiale e il successivo. Chissà, magari si fa in tempo a (rivedere) l’Italia mentre i magistrati ancora decidono e pensano e pospongono udienze e sentenze. La durata dei processi gioca contro l’Italia e azzoppa il Sistema Paese.

La lentezza non assicura la tutela dei diritti

Nel 2024, in ambito civile, si è stimata una lunghezza media dei procedimenti pari a 947 giorni. E solo per una sentenza di primo grado: due anni e sette mesi. Senza condizionale. E poi c’è l’appello, e a quel punto i tempi s’allungano ulteriormente. E raggiungono, in media, la durata di 1008 giorni. Due anni e nove mesi. Aggravio di pena. Ma c’è sempre la Cassazione. E per chi può permettersi il lusso di adire gli Ermellini e di aspettare che il Palazzaccio si pronunci, dovrà pur mettere in conto che (in media) si sforerebbero abbondantemente i tre anni. Il tempo è denaro e se i numeri sono questi, è fin troppo facile comprendere quanto sia pesante l’impatto della giustizia lumaca sulla competitività italiana. Qualcuno ci ha provato a snocciolare cifre e numeri.

Il costo? Almeno il 2% del Pil

Fare una stima precisa al centesimo è impossibile. Per una questione matematica: si tratta di costi indiretti, di tempo perso e di occasioni mancate. Insomma, l’unica stima possibile è al ribasso. E quelle di Confindustria riferiscono che a causa di giustizia lenta e altri (poco) simpatici intoppi, il Paese paga un conto che definire salato è ancora poco. Il costo è pari a qualcosa come il 2% di Pil all’anno, suppergiù parliamo di quaranta miliardi di euro. Una somma che, messa sul tavolo, servirebbe a finanziare tre cantieri per altrettanti Ponti sullo Stretto di Messina. E, di miliardi, ne resterebbe fuori uno. Ecco la dimensione, ipotetica, dei costi salati di una giustizia che va riformata proprio perché fondamentale al corretto funzionamento del Sistema Paese. E, soprattutto, sulla sua attrattività. Convincere gli stranieri a investire qui se a ogni minima quisquilia bisogna mettere in conto attese lunghissime e dispendiose, è esercizio di pia illusione.


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