Elezioni Suppletive per la Camera IL PALIO DI LETTA

Il prossimo autunno, tra il 15 settembre ed il 15 ottobre,  non ci saranno solo le elezioni amministrative (comuni e Regione Calabria) che interesseranno milioni di italiani, ma si voterà anche in due collegi uninominali della Camera rimasti vacanti per le dimissioni dei deputati qui eletti: si tratta del collegio Lazio 1 – Roma 11 (Primavalle) dove era stata eletta la grillina Emanuela Del Re e del collegio Toscana 12 (Siena), che nel 2018 aveva visto l’affermazione di Pier Carlo Padoan (Pd). I due parlamentari, in tempi diversi si sono dimessi per passaggio ad altri incarichi e quindi bisognerà tornare alle urne per eleggere chi li sostituirà. Sono entrambe elezioni importanti che serviranno a testare il grado di salute dei partiti, ma una particolare importanza riveste il risultato in quel di Siena. Qui, infatti scenderà in campo per il Pd Enrico Letta, il suo segretario nazionale, che ha deciso di entrare in Parlamento per meglio guidare il suo partito. La decisione di presentarsi alle suppletive senesi è stata abbastanza travagliata, ma alla fine è venuto il sì alle richieste pervenute dagli organi territoriali democratici sia di Siena che di Arezzo (nel collegio senese sono compresi anche 5 comuni aretini. Certamente, se la sua elezione fosse sottoposta a forti rischi, il leader del Pd non avrebbe deciso di candidarsi perché una sua eventuale sconfitta sarebbe letta non solo come una debacle personale, ma come uno schiaffo a tutto il partito, ma ciononostante, non si può nascondere che, rispetto ad anni fa, il collegio di Siena non è più un fortino inespugnabile e, quindi, qualche rischio è presente e da tenere in conto. In primis c’è da ricordare che nel voto del 23 marzo 2018 Padoan l’ha spuntata sul leghista Claudio Borghi con un vantaggio di quasi sette punti percentuali, una differenza senza dubbio netta, ma nel contempo non incolmabile nel nuovo turno elettorale di autunno. Letta dovrà in particolare vedersela con il candidato del centrodestra, che ha scelto una personalità della società civile, ovvero Tommaso Marrocchesi Marzi, imprenditore del settore vinicolo, nome poco noto al di fuori dei confini senesi, ma che ha una caratteristica che il segretario del Pd non può vantare: è senese mentre Letta è pisano. Ed in Toscana le origini contano. E contano molto. Altro aspetto non secondario della “disfida” di Siena è costituito dal fatto che la città toscana del giugno 2018 è governata da una coalizione di centrodestra, quindi non è più un “bastione rosso”. E’ ancora da formare poi, la  coalizione a sostegno del leader democratico. Il problema non è di poco conto. Il nuovo corso del M5S, che vede Giuseppe Conte alla guida del movimento pentastellato, da un punto di vista aiuta Letta (l’ex avvocato del popolo non ha mai nascosto le sue intenzioni di stringere alleanze con il Pd), ma nello stesso tempo è un intralcio per il no secco e più spesso reiterato dallo stesso ex presidente del Consiglio ad accordi con Matteo Renzi che lo ha defenestrato da Palazzo Chigi. Ora si dà il caso che nel territorio senese, alle regionali dello scorso anno in Toscana, Italia Viva ha colto una delle sue migliori affermazioni, conquistando quasi il sette per cento dei suffragi. 

E, come detto in precedenza, il 7% è appunto la differenza di voti del 2018 tra Padoan e Borghi. Ecco quindi che, senza Renzi, il collegio diventa a rischio sia pure con l’aiuto dei cinquestelle che dovrebbero rinunciare a presentare un proprio candidato. E da Iv è già arrivato un avvertimento al Pd. Se non sarà della coalizione, presenterà una candidatura di partito. C’è infine un altro aspetto da considerare. Letta, accettando la candidatura, ha anche detto che, se non sarà eletto, “ne trarrà le conseguenze”, ovvero che potrebbe lasciare la leadership del partito. Una cosa analoga aveva fatto Renzi, con il referendum costituzionale. L’allora premier e segretario del Pd, aveva affermato che in caso di sconfitta nel voto referendario, avrebbe lasciato la politica. Ai suoi avversari interni non è sembrato vero ed hanno fatto il possibile perché fosse battuto. E sappiamo come è andata: Renzi non ha lasciato la politica, ma la presidenza del Consiglio sì. Ed anche successivamente la guida del partito. Ora nel Pd delle correnti che Letta vuole cancellare ma che esistono, non tutti amano il nuovo corso politico. Sotto le ceneri di una diatriba interna cova ancora il fuoco della polemica tra le varie anime del partito (ne sono una riprova le discussioni sul ddl Zan). Potrebbe anche essere che sotto sotto, qualcuno si auguri la sconfitta del segretario per farlo tornare agli studi universitari di Parigi. E che quindi non si dia molto da fare per propiziare la sua vittoria. Staremo a vedere. Quello che è certo è che Letta sta correndo un suo Palio di Siena dove sa che potrebbe essere disarcionato.

 Giuseppe Leone

 

Il prossimo autunno, tra il 15 settembre ed il 15 ottobre,  non ci saranno solo le elezioni amministrative (comuni e Regione Calabria) che interesseranno milioni di italiani, ma si voterà anche in due collegi uninominali della Camera rimasti vacanti per le dimissioni dei deputati qui eletti: si tratta del collegio Lazio 1 – Roma 11 (Primavalle) dove era stata eletta la grillina Emanuela Del Re e del collegio Toscana 12 (Siena), che nel 2018 aveva visto l’affermazione di Pier Carlo Padoan (Pd). I due parlamentari, in tempi diversi si sono dimessi per passaggio ad altri incarichi e quindi bisognerà tornare alle urne per eleggere chi li sostituirà. Sono entrambe elezioni importanti che serviranno a testare il grado di salute dei partiti, ma una particolare importanza riveste il risultato in quel di Siena. Qui, infatti scenderà in campo per il Pd Enrico Letta, il suo segretario nazionale, che ha deciso di entrare in Parlamento per meglio guidare il suo partito. La decisione di presentarsi alle suppletive senesi è stata abbastanza travagliata, ma alla fine è venuto il sì alle richieste pervenute dagli organi territoriali democratici sia di Siena che di Arezzo (nel collegio senese sono compresi anche 5 comuni aretini. Certamente, se la sua elezione fosse sottoposta a forti rischi, il leader del Pd non avrebbe deciso di candidarsi perché una sua eventuale sconfitta sarebbe letta non solo come una debacle personale, ma come uno schiaffo a tutto il partito, ma ciononostante, non si può nascondere che, rispetto ad anni fa, il collegio di Siena non è più un fortino inespugnabile e, quindi, qualche rischio è presente e da tenere in conto. In primis c’è da ricordare che nel voto del 23 marzo 2018 Padoan l’ha spuntata sul leghista Claudio Borghi con un vantaggio di quasi sette punti percentuali, una differenza senza dubbio netta, ma nel contempo non incolmabile nel nuovo turno elettorale di autunno. Letta dovrà in particolare vedersela con il candidato del centrodestra, che ha scelto una personalità della società civile, ovvero Tommaso Marrocchesi Marzi, imprenditore del settore vinicolo, nome poco noto al di fuori dei confini senesi, ma che ha una caratteristica che il segretario del Pd non può vantare: è senese mentre Letta è pisano. Ed in Toscana le origini contano. E contano molto. Altro aspetto non secondario della “disfida” di Siena è costituito dal fatto che la città toscana del giugno 2018 è governata da una coalizione di centrodestra, quindi non è più un “bastione rosso”. E’ ancora da formare poi, la  coalizione a sostegno del leader democratico. Il problema non è di poco conto. Il nuovo corso del M5S, che vede Giuseppe Conte alla guida del movimento pentastellato, da un punto di vista aiuta Letta (l’ex avvocato del popolo non ha mai nascosto le sue intenzioni di stringere alleanze con il Pd), ma nello stesso tempo è un intralcio per il no secco e più spesso reiterato dallo stesso ex presidente del Consiglio ad accordi con Matteo Renzi che lo ha defenestrato da Palazzo Chigi. Ora si dà il caso che nel territorio senese, alle regionali dello scorso anno in Toscana, Italia Viva ha colto una delle sue migliori affermazioni, conquistando quasi il sette per cento dei suffragi. 

E, come detto in precedenza, il 7% è appunto la differenza di voti del 2018 tra Padoan e Borghi. Ecco quindi che, senza Renzi, il collegio diventa a rischio sia pure con l’aiuto dei cinquestelle che dovrebbero rinunciare a presentare un proprio candidato. E da Iv è già arrivato un avvertimento al Pd. Se non sarà della coalizione, presenterà una candidatura di partito. C’è infine un altro aspetto da considerare. Letta, accettando la candidatura, ha anche detto che, se non sarà eletto, “ne trarrà le conseguenze”, ovvero che potrebbe lasciare la leadership del partito. Una cosa analoga aveva fatto Renzi, con il referendum costituzionale. L’allora premier e segretario del Pd, aveva affermato che in caso di sconfitta nel voto referendario, avrebbe lasciato la politica. Ai suoi avversari interni non è sembrato vero ed hanno fatto il possibile perché fosse battuto. E sappiamo come è andata: Renzi non ha lasciato la politica, ma la presidenza del Consiglio sì. Ed anche successivamente la guida del partito. Ora nel Pd delle correnti che Letta vuole cancellare ma che esistono, non tutti amano il nuovo corso politico. Sotto le ceneri di una diatriba interna cova ancora il fuoco della polemica tra le varie anime del partito (ne sono una riprova le discussioni sul ddl Zan). Potrebbe anche essere che sotto sotto, qualcuno si auguri la sconfitta del segretario per farlo tornare agli studi universitari di Parigi. E che quindi non si dia molto da fare per propiziare la sua vittoria. Staremo a vedere. Quello che è certo è che Letta sta correndo un suo Palio di Siena dove sa che potrebbe essere disarcionato.

 Giuseppe Leone

 

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