EUROPA: ITALIA PROMOSSA MA C’E UNA RISERVA

L’Italia – è larga e orgogliosa convinzione- è stata promossa a pieni voti dall’Europa per il programma di riforme e di progetti strutturali presentato alla Commissione. E’ vero, promozione piena con il massimo dei voti ma c’è un qualcosa di non detto che riguarda il fattore principale, la condizione perché riforme e progetti abbiano una coerente realizzazione. La condizione o se si vuole la “riserva” ha un nome: governabilità. Attualmente la garanzia si chiama Mario Draghi che da solo è in grado di rassicurare gli italiani e ancor di più i partner europei anche quelli più malmostosi come i sedicenti frugali. 

Tutto liscio? Sì e No perché  -ed è quello che non viene detto esplicitamente- ci si chiede cosa succederebbe se venisse meno Draghi. Considerando la frammentazione politica italiana c’è chi si interroga sull’ipotesi di un “promoveatur ut amoveatur”  prefigurando una nuova aggregazione di maggioranza politica (probabilmente di destra ed euroscettica) che si liberi di Draghi eleggendolo al Quirinale per impadronirsi del governo del paese. Detto così appare un po’ brutale ma non si può negare che l’ipotesi non sia del tutto fantasiosa. E tutto questo proprio nel momento in cui all’Italia, ancora molto per merito di Draghi,  sembra aprirsi la porta del “salotto buono” dell’Unione europea. E’ indubbio che l’Italia è sollecitata, specialmente dalla Francia ma anche dalle Germania, a condividere scelte non solo europee in senso stretto, ma anche in un quadro internazionale più ampio che è osteggiato di fatto dai paesi dell’est Europa e dagli onnipresenti frugali. La condivisione riguarda un ruolo più attivo dell’Unione che non si riduca a subire passivamente – politicamente ed economicamente- le strategie del confronto Usa-Russia-Cina. In sostanza saremmo di fronte ad una triangolazione che sarebbe il primo vero passo per un’Europa a due velocità o se si preferisce a geometria variabile. Quello che si chiede all’Italia –al di là di Draghi- è dunque una stabilità che renda certi gli impegni del nostro Paese e la sua collocazione. Ma qui si torna allora su una strada ben conosciuta e accidentata: quella di una riforma elettorale che da un lato esprima un governo e governabilità e dall’altro che eviti esiti autoritari e antidemocratici.

 Angelo Mina   

L’Italia – è larga e orgogliosa convinzione- è stata promossa a pieni voti dall’Europa per il programma di riforme e di progetti strutturali presentato alla Commissione. E’ vero, promozione piena con il massimo dei voti ma c’è un qualcosa di non detto che riguarda il fattore principale, la condizione perché riforme e progetti abbiano una coerente realizzazione. La condizione o se si vuole la “riserva” ha un nome: governabilità. Attualmente la garanzia si chiama Mario Draghi che da solo è in grado di rassicurare gli italiani e ancor di più i partner europei anche quelli più malmostosi come i sedicenti frugali. 

Tutto liscio? Sì e No perché  -ed è quello che non viene detto esplicitamente- ci si chiede cosa succederebbe se venisse meno Draghi. Considerando la frammentazione politica italiana c’è chi si interroga sull’ipotesi di un “promoveatur ut amoveatur”  prefigurando una nuova aggregazione di maggioranza politica (probabilmente di destra ed euroscettica) che si liberi di Draghi eleggendolo al Quirinale per impadronirsi del governo del paese. Detto così appare un po’ brutale ma non si può negare che l’ipotesi non sia del tutto fantasiosa. E tutto questo proprio nel momento in cui all’Italia, ancora molto per merito di Draghi,  sembra aprirsi la porta del “salotto buono” dell’Unione europea. E’ indubbio che l’Italia è sollecitata, specialmente dalla Francia ma anche dalle Germania, a condividere scelte non solo europee in senso stretto, ma anche in un quadro internazionale più ampio che è osteggiato di fatto dai paesi dell’est Europa e dagli onnipresenti frugali. La condivisione riguarda un ruolo più attivo dell’Unione che non si riduca a subire passivamente – politicamente ed economicamente- le strategie del confronto Usa-Russia-Cina. In sostanza saremmo di fronte ad una triangolazione che sarebbe il primo vero passo per un’Europa a due velocità o se si preferisce a geometria variabile. Quello che si chiede all’Italia –al di là di Draghi- è dunque una stabilità che renda certi gli impegni del nostro Paese e la sua collocazione. Ma qui si torna allora su una strada ben conosciuta e accidentata: quella di una riforma elettorale che da un lato esprima un governo e governabilità e dall’altro che eviti esiti autoritari e antidemocratici.

 Angelo Mina   

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