FRANCO MOSCHINO: il genio ribelle della Moda Italiana

25 anni fa ci lasciava Franco Moschino, l’enfant  terrible della moda italiana,  uno degli stilisti più  irriverenti, creativi ed ironici  della storia della moda. Il fenomeno Moschino esplode nel made in Italy negli anni ’80: con uno stile all’insegna del divertimento, della provocazione  e del surreale, Moschino  arriva al successo rivoluzionando d’un colpo  tutte le regole del buon gusto, della pubblicità e della passarella. Le sue creazioni estrose, gli slogan caustici sugli abiti, la sua parodia dell’industria della moda proposero un ideale di moda elegante ma anche gioiosa, colorata, vitale e dissacrante; dove gli abiti interagiscono col messaggio che veicolano, che parla di diritti umani, pacifismo, ecologia, rottura degli schemi convenzionali e lotta  “all’ovvietà”, di cui lo stilista si fece portatore.  “Le imposizioni sono bandite  – chiosava lo stilista –  quello che usavi lo scorso anno, se ti piace si userà pure quest’anno o l’anno prossimo; se ti senti più felice con scarpe belle ma strette, fai pure;  se sei ‘fashion victim’ e vuoi essere rassicurata dalle firme, fai pure; se credi  di avere buon gusto  e non ce l’hai continua come pare a te..”. E ancora: “non c’è creatività senza caos, il concetto Moschino consiste nel lasciare la più totale libertà  di scelta a coloro che desiderano vestirsi”.

Moschino, lo stilista-iconoclasta, reinterpreta così i modelli estetici del ‘900, riproponendoli in creazioni ironiche, imprevedibili e provocatorie: la giacca parodia del modello Chanel con girandole al posto dei bottoni, il tubino nero con prezzo ed etichette ricamate,  le gonne rivestite di cravatte, i top con raffigurati seni  in trompe-l’oeil, T-shirt con le scritte “Moschifo”, “No stress No dress”, “Stop the fashion system”, il tailleur classico rosa stampato come la Gazzetta dello Sport ed un pallone da calcio in testa alla modella, i vestiti fatti con sacchi della spazzatura. Anarchico della moda, come venne definito, trova motivo di provocazione in tutto: alle modelle fa percorrere la passarella a carponi, fa recapitare alle redattrici di moda degli slip  come invito ufficiale alle sue sfilate, per lanciare la sua linea d’Alta Moda pronta “Couture!” fotografa la sua faccia sopra un torso nudo non suo con al collo un nodo scorsoio o con una parrucca riccia in testa, interrompe una sfilata e manda tutti a casa gridando “chi sfila avvelena anche te, digli di smettere”, durante una sfilata per uomo fa irrompere in sala modelle in mutande e reggiseno seminando il panico tra modelli e  pubblico.

Franco Moschino nasce a Milano nel 1950, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera per diventare pittore ma in quegli anni comincia a lavorare come designer di moda free-lance e nel 1971 come illustratore per Gianni Versace. Quando si accorge che anche attraverso le stoffe e i tagli sartoriali si può fare arte, lascia l’Accademia dedicandosi alla moda, facendo dell’irriverenza una forma di arte. Nel 1983 presenta la prima collezione “Moschino”, nel 1986 esce la linea per l’uomo anche questa giocosa e provocatoria, poi nel 1988 la linea pret-a-porter “Moschino Cheap and Chic”, quindi la “Moschino Jeans” e a seguire una serie di accessori, lingerie, occhiali e profumi, tutti prodotti che ribaltano i cliché tradizionali. Eclettico ed irriverente, Moschino pertanto si pose sempre  in netto contrasto con il tradizionale sistema moda, criticandolo e sbeffeggiandolo con graffiante ironia. Negli ultimi anni, da animatore di sfilate-spettacolo, si trasformò in una sorta di “eremita” della moda: lo star system delle mannequin miliardarie lo annoiava, mentre i defilè gli sembravano una manifestazione superata, buona sola a gratificare la vanità degli stilisti. Moschino esce così dalle passerelle, per presentare le collezioni nel suo showroom di via Uberti a Milano, ricorrendo solo a qualche vestito appeso, a qualche video e a quattro chiacchiere con i compratori e la stampa. 

Quasi contestualmente viene lanciata una provocatoria campagna pubblicitaria che rappresenta una presa di coscienza ecologica e morale “Stop the fashion system”, che scandalizza e risveglia le coscienze su temi scomodi come l’anoressia, l’AIDS, i diritti umani e l’ecologia; proprio in quegli anni comincia a fare indossare alle sue modelle pellicce ecologiche, inaugurando quello che diverrà un vero e proprio trend negli anni a venire.

Nel 1993 per i dieci anni di attività, mette in scena alla Permanente di Milano, la retrospettiva  “X anni di Kaos! 1983-1993”, significando con quella parola, depurata dall’accezione di stress ed angoscia, lo spirito creativo, il libero fluire del pensiero, l’esplosiva libertà espressiva. Una mostra con cui Moschino faceva calare il sipario sugli anni ’80, il decennio dell’ostentazione, del guadagno facile, del lusso sfrenato, dell’iperdecorazione da lui fortemente criticato, sebbene ne facesse parte: “Negli anni Ottanta – diceva Moschino a margine della mostra – molti si rivolgevano alla moda perché sentivano di avere delle carenze, erano insicuri ma non volevano farlo capire e per questo sceglievano delle cose molto ‘griffate’; ora si sono emancipati e possono mettere una giacca colorata per semplice divertimento”

In conclusione Franco Moschino – lo “stilista per caso” come qualcuno lo ha definito –  entrato pian piano nel mondo della moda in breve ne divenne un protagonista di primo ordine, dal talento visionario, geniale e dissacrante, influenzato dalle avanguardie del primo Novecento (Dada, Surrealismo) come pure dai grandi classici della moda tradizionale. Lui affermava sempre di non inventare nulla – “Io copio e dissacro gli stilisti altrui” –  e di limitarsi a riprendere e reinterpretare i fondamenti dello stile in modo contemporaneo, anticonvenzionale, audace e trasgressivo.  Al tempo stesso dentro e fuori la moda del suo tempo, Moschino con le sue sperimentazioni, seppe sfidare il sistema moda, accusandolo di strapotere, vanità e sprechi, riscuotendo grande acclamazione ma anche intensa opposizione, quando le sue doti di discusso comunicatore capitava trovassero più successo nell’acclamazione del pubblico che nelle recensioni delle sue sfilate.

 

Maria Giulia Gemelli

25 anni fa ci lasciava Franco Moschino, l’enfant  terrible della moda italiana,  uno degli stilisti più  irriverenti, creativi ed ironici  della storia della moda. Il fenomeno Moschino esplode nel made in Italy negli anni ’80: con uno stile all’insegna del divertimento, della provocazione  e del surreale, Moschino  arriva al successo rivoluzionando d’un colpo  tutte le regole del buon gusto, della pubblicità e della passarella. Le sue creazioni estrose, gli slogan caustici sugli abiti, la sua parodia dell’industria della moda proposero un ideale di moda elegante ma anche gioiosa, colorata, vitale e dissacrante; dove gli abiti interagiscono col messaggio che veicolano, che parla di diritti umani, pacifismo, ecologia, rottura degli schemi convenzionali e lotta  “all’ovvietà”, di cui lo stilista si fece portatore.  “Le imposizioni sono bandite  – chiosava lo stilista –  quello che usavi lo scorso anno, se ti piace si userà pure quest’anno o l’anno prossimo; se ti senti più felice con scarpe belle ma strette, fai pure;  se sei ‘fashion victim’ e vuoi essere rassicurata dalle firme, fai pure; se credi  di avere buon gusto  e non ce l’hai continua come pare a te..”. E ancora: “non c’è creatività senza caos, il concetto Moschino consiste nel lasciare la più totale libertà  di scelta a coloro che desiderano vestirsi”.

Moschino, lo stilista-iconoclasta, reinterpreta così i modelli estetici del ‘900, riproponendoli in creazioni ironiche, imprevedibili e provocatorie: la giacca parodia del modello Chanel con girandole al posto dei bottoni, il tubino nero con prezzo ed etichette ricamate,  le gonne rivestite di cravatte, i top con raffigurati seni  in trompe-l’oeil, T-shirt con le scritte “Moschifo”, “No stress No dress”, “Stop the fashion system”, il tailleur classico rosa stampato come la Gazzetta dello Sport ed un pallone da calcio in testa alla modella, i vestiti fatti con sacchi della spazzatura. Anarchico della moda, come venne definito, trova motivo di provocazione in tutto: alle modelle fa percorrere la passarella a carponi, fa recapitare alle redattrici di moda degli slip  come invito ufficiale alle sue sfilate, per lanciare la sua linea d’Alta Moda pronta “Couture!” fotografa la sua faccia sopra un torso nudo non suo con al collo un nodo scorsoio o con una parrucca riccia in testa, interrompe una sfilata e manda tutti a casa gridando “chi sfila avvelena anche te, digli di smettere”, durante una sfilata per uomo fa irrompere in sala modelle in mutande e reggiseno seminando il panico tra modelli e  pubblico.

Franco Moschino nasce a Milano nel 1950, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera per diventare pittore ma in quegli anni comincia a lavorare come designer di moda free-lance e nel 1971 come illustratore per Gianni Versace. Quando si accorge che anche attraverso le stoffe e i tagli sartoriali si può fare arte, lascia l’Accademia dedicandosi alla moda, facendo dell’irriverenza una forma di arte. Nel 1983 presenta la prima collezione “Moschino”, nel 1986 esce la linea per l’uomo anche questa giocosa e provocatoria, poi nel 1988 la linea pret-a-porter “Moschino Cheap and Chic”, quindi la “Moschino Jeans” e a seguire una serie di accessori, lingerie, occhiali e profumi, tutti prodotti che ribaltano i cliché tradizionali. Eclettico ed irriverente, Moschino pertanto si pose sempre  in netto contrasto con il tradizionale sistema moda, criticandolo e sbeffeggiandolo con graffiante ironia. Negli ultimi anni, da animatore di sfilate-spettacolo, si trasformò in una sorta di “eremita” della moda: lo star system delle mannequin miliardarie lo annoiava, mentre i defilè gli sembravano una manifestazione superata, buona sola a gratificare la vanità degli stilisti. Moschino esce così dalle passerelle, per presentare le collezioni nel suo showroom di via Uberti a Milano, ricorrendo solo a qualche vestito appeso, a qualche video e a quattro chiacchiere con i compratori e la stampa. 

Quasi contestualmente viene lanciata una provocatoria campagna pubblicitaria che rappresenta una presa di coscienza ecologica e morale “Stop the fashion system”, che scandalizza e risveglia le coscienze su temi scomodi come l’anoressia, l’AIDS, i diritti umani e l’ecologia; proprio in quegli anni comincia a fare indossare alle sue modelle pellicce ecologiche, inaugurando quello che diverrà un vero e proprio trend negli anni a venire.

Nel 1993 per i dieci anni di attività, mette in scena alla Permanente di Milano, la retrospettiva  “X anni di Kaos! 1983-1993”, significando con quella parola, depurata dall’accezione di stress ed angoscia, lo spirito creativo, il libero fluire del pensiero, l’esplosiva libertà espressiva. Una mostra con cui Moschino faceva calare il sipario sugli anni ’80, il decennio dell’ostentazione, del guadagno facile, del lusso sfrenato, dell’iperdecorazione da lui fortemente criticato, sebbene ne facesse parte: “Negli anni Ottanta – diceva Moschino a margine della mostra – molti si rivolgevano alla moda perché sentivano di avere delle carenze, erano insicuri ma non volevano farlo capire e per questo sceglievano delle cose molto ‘griffate’; ora si sono emancipati e possono mettere una giacca colorata per semplice divertimento”

In conclusione Franco Moschino – lo “stilista per caso” come qualcuno lo ha definito –  entrato pian piano nel mondo della moda in breve ne divenne un protagonista di primo ordine, dal talento visionario, geniale e dissacrante, influenzato dalle avanguardie del primo Novecento (Dada, Surrealismo) come pure dai grandi classici della moda tradizionale. Lui affermava sempre di non inventare nulla – “Io copio e dissacro gli stilisti altrui” –  e di limitarsi a riprendere e reinterpretare i fondamenti dello stile in modo contemporaneo, anticonvenzionale, audace e trasgressivo.  Al tempo stesso dentro e fuori la moda del suo tempo, Moschino con le sue sperimentazioni, seppe sfidare il sistema moda, accusandolo di strapotere, vanità e sprechi, riscuotendo grande acclamazione ma anche intensa opposizione, quando le sue doti di discusso comunicatore capitava trovassero più successo nell’acclamazione del pubblico che nelle recensioni delle sue sfilate.

 

Maria Giulia Gemelli

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