Giovanna e la Napoli anni ’90

Per crescere bisogna scoprire le bugie degli adulti. E’ attraverso il disincanto, la presa di coscienza di quante menzogne, ritenute verità per anni, ci sono state propinate da genitori e parenti che si supera l’adolescenza – quello scontro frontale con le autorità familiari – e ci si incammina verso l’età adulta. E’ questo il fil rouge della serie Netflix La vita bugiarda degli adulti, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante. Sei puntate scritte dalla stessa Ferrante (che come è noto è uno pseudonimo di un autore dall’identità segreta) con Laura Paolucci, l’ottimo Francesco Piccolo e il regista della serie Edoardo De Angelis. Sei capitoli di un romanzo di formazione che segnano la crescita/presa di coscienza della protagonista, Giovanna (la brava Giordana Marengo): Bellezza, Somiglianza, Amarezza, Solitudine, Amore, Verità. L’ultimo capitolo è giustamente l’epilogo della caccia alle menzogne, disseminate lungo la storia, che poi è la vita di Giovanna e della sua famiglia.
Si fa un gran parlare della serie, soprattutto delle location, della scelta di ambientarla nella Napoli degli anni ’90, dell’uso del dialetto. Un dato è certo: non siamo di fronte alla Napoli degli stereotipi, né alla città più nota, quella dei turisti e delle cartoline. Sono mostrate due Napoli, in effetti: quella verticale, dei benestanti, che stanno su al Vomero e su a Posillipo; quella orizzontale, dei poveri, del Pianto (che poi sarebbe il quartiere di Poggioreale). Il dialetto pure cambia: c’è quello sguaiato del popolo e quello più morbido dei radical chic, come i genitori di Giovanna. Entrambi professori, Andrea (Alessandro Preziosi, non molto convincente alle prese con l’intonation partenopea) e Nella (Pina Turco), sono comunisti, leggono L’Unità e vanno alla festa omonima (quella degli anni ’90, pre-Pd). Andrea e Nella (che vivono al Vomero) hanno una coppia di amici storici (che vive a Posillipo), con due figlie, amiche di Giovanna. Questo è il quadro familiare in cui cresce la protagonista (con tanto di capatine al centro sociale Officine 99). Fino a che non succede qualcosa.
Un giorno origlia i genitori e sente dire al padre, riferito a lei: “Sta facendo la faccia di Vittoria”. Vittoria (la strepitosa Valeria Golino, che sfoggia un dialetto da madrelingua) è la zia che non si può nominare, la nemica di Andrea, bandita dalla famiglia. Quanto basta per accendere la curiosità di Giovanna, che decide di conoscerla. L’incontro con la zia farà cambiare prospettiva alla protagonista nella percezione delle dinamiche familiari. Ma anche nei confronti delle amiche del cuore, della curiosità per l’altro sesso e per il sesso. L’indole ribelle di Giovanna si sposa perfettamente con il carattere di donna autonoma, libera e ultra pragmatico della zia. La quale sembra l’alter ego del padre – se il padre è portatore di menzogne, lei è custode della verità. Ma è veramente così?
Oggetto che racchiude simbolicamente la ricerca della verità sul perché il padre e la zia non si parlano più e su tanti altri fatti è un braccialetto. La cui misteriosa esistenza avrà un ruolo cruciale, dirimente nella storia.
Nel mezzo ci sono i rapporti con le amiche del cuore, con vari ragazzi che ci provano con lei, con un predicatore ideologo cristiano che si è trasferito a Milano. La sua ricerca della verità coincide anche con la sperimentazione della sessualità e con la ricerca di una identità sessuale. Altro elemento importante: i veri amici si riconoscono nelle prove più difficili, dentro e fuori i legami familiari. Viceversa, a volte l’amore sbandierato è vuoto. Di circostanza o di routine. Nel suo percorso Giovanna si misurerà anche con la fede, con i Vangeli e con la figura di Cristo. Dimostrando capacità di analisi con un taglio socio-politico non banale. Ciononostante verrà pure bocciata perché di studiare non se ne parla. Perché la scuola – questa è una verità banale – è l’istituzione più odiata, come si vuole in ogni romanzo di formazione che si si rispetti.
La serie, convincente, ha un paio di difetti: la colonna sonora originale – a differenza delle canzoni scelte, tutte appropriate e che sottolineano magnificamente alcune sequenze davvero ben riuscite – è sbagliata. E’ fastidiosa, distrae dalla visione, a volte la rende faticosa. Altro difetto, che poi al cinema non sarebbe tale: alcune sequenze senza dialoghi sono troppo lunghe per l’economia di una serie in streaming. Ma i pregi superano egregiamente i difetti.
Per crescere bisogna scoprire le bugie degli adulti. E’ attraverso il disincanto, la presa di coscienza di quante menzogne, ritenute verità per anni, ci sono state propinate da genitori e parenti che si supera l’adolescenza – quello scontro frontale con le autorità familiari – e ci si incammina verso l’età adulta. E’ questo il fil rouge della serie Netflix La vita bugiarda degli adulti, tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante. Sei puntate scritte dalla stessa Ferrante (che come è noto è uno pseudonimo di un autore dall’identità segreta) con Laura Paolucci, l’ottimo Francesco Piccolo e il regista della serie Edoardo De Angelis. Sei capitoli di un romanzo di formazione che segnano la crescita/presa di coscienza della protagonista, Giovanna (la brava Giordana Marengo): Bellezza, Somiglianza, Amarezza, Solitudine, Amore, Verità. L’ultimo capitolo è giustamente l’epilogo della caccia alle menzogne, disseminate lungo la storia, che poi è la vita di Giovanna e della sua famiglia.
Si fa un gran parlare della serie, soprattutto delle location, della scelta di ambientarla nella Napoli degli anni ’90, dell’uso del dialetto. Un dato è certo: non siamo di fronte alla Napoli degli stereotipi, né alla città più nota, quella dei turisti e delle cartoline. Sono mostrate due Napoli, in effetti: quella verticale, dei benestanti, che stanno su al Vomero e su a Posillipo; quella orizzontale, dei poveri, del Pianto (che poi sarebbe il quartiere di Poggioreale). Il dialetto pure cambia: c’è quello sguaiato del popolo e quello più morbido dei radical chic, come i genitori di Giovanna. Entrambi professori, Andrea (Alessandro Preziosi, non molto convincente alle prese con l’intonation partenopea) e Nella (Pina Turco), sono comunisti, leggono L’Unità e vanno alla festa omonima (quella degli anni ’90, pre-Pd). Andrea e Nella (che vivono al Vomero) hanno una coppia di amici storici (che vive a Posillipo), con due figlie, amiche di Giovanna. Questo è il quadro familiare in cui cresce la protagonista (con tanto di capatine al centro sociale Officine 99). Fino a che non succede qualcosa.
Un giorno origlia i genitori e sente dire al padre, riferito a lei: “Sta facendo la faccia di Vittoria”. Vittoria (la strepitosa Valeria Golino, che sfoggia un dialetto da madrelingua) è la zia che non si può nominare, la nemica di Andrea, bandita dalla famiglia. Quanto basta per accendere la curiosità di Giovanna, che decide di conoscerla. L’incontro con la zia farà cambiare prospettiva alla protagonista nella percezione delle dinamiche familiari. Ma anche nei confronti delle amiche del cuore, della curiosità per l’altro sesso e per il sesso. L’indole ribelle di Giovanna si sposa perfettamente con il carattere di donna autonoma, libera e ultra pragmatico della zia. La quale sembra l’alter ego del padre – se il padre è portatore di menzogne, lei è custode della verità. Ma è veramente così?
Oggetto che racchiude simbolicamente la ricerca della verità sul perché il padre e la zia non si parlano più e su tanti altri fatti è un braccialetto. La cui misteriosa esistenza avrà un ruolo cruciale, dirimente nella storia.
Nel mezzo ci sono i rapporti con le amiche del cuore, con vari ragazzi che ci provano con lei, con un predicatore ideologo cristiano che si è trasferito a Milano. La sua ricerca della verità coincide anche con la sperimentazione della sessualità e con la ricerca di una identità sessuale. Altro elemento importante: i veri amici si riconoscono nelle prove più difficili, dentro e fuori i legami familiari. Viceversa, a volte l’amore sbandierato è vuoto. Di circostanza o di routine. Nel suo percorso Giovanna si misurerà anche con la fede, con i Vangeli e con la figura di Cristo. Dimostrando capacità di analisi con un taglio socio-politico non banale. Ciononostante verrà pure bocciata perché di studiare non se ne parla. Perché la scuola – questa è una verità banale – è l’istituzione più odiata, come si vuole in ogni romanzo di formazione che si si rispetti.
La serie, convincente, ha un paio di difetti: la colonna sonora originale – a differenza delle canzoni scelte, tutte appropriate e che sottolineano magnificamente alcune sequenze davvero ben riuscite – è sbagliata. E’ fastidiosa, distrae dalla visione, a volte la rende faticosa. Altro difetto, che poi al cinema non sarebbe tale: alcune sequenze senza dialoghi sono troppo lunghe per l’economia di una serie in streaming. Ma i pregi superano egregiamente i difetti.
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