Gli effetti della pandemia sulla produzione economia mediterranea: un Rapporto dell’Ismed

La pandemia ha influito significativamente sui movimenti dei fattori produttivi dell’intera area mediterranea. Lo rileva l’Ismed, l’Istituto di Studi sul Mediterraneo che, con il ricercatore Giovanni Canitano, ha inteso approfondire la questione nell’Almanacco del Cnr.

Il Mediterraneo è da sempre luogo di incontro-scontro tra realtà diverse tra loro: questa la premessa della riflessione. I suoi porti rappresentavano infatti veri e propri empori nei quali non solo si scambiavano merci, ma si diffondevano soprattutto nuove idee e costumi. Allo stesso tempo, ieri come oggi, il Mare nostrum è un’area che si rappresenta come scenario di grandi disuguaglianze e differenze economiche e demografiche, tra le sponde nord e sud ma anche all’interno dei suoi stessi Paesi e regioni.

“Nel linguaggio economico – dice Canitano -, si definisce mobilità dei fattori, la possibilità di un elemento della produzione, capitale, terra o lavoro, di essere trasferito da un impiego a un altro o da un’area geografica a un’altra. E i movimenti dei fattori produttivi comprendono tradizionalmente: mobilità internazionale del lavoro (migrazioni), trasferimenti di capitali finanziari attraverso prestiti internazionali, investimenti diretti esteri e imprese multinazionali”.

Da queste premesse è nato il Rapporto sulle economie del Mediterraneo (Mediterranean Economies) condotto dal Cnr-Ismed.

Originariamente, la ricerca si concentrava proprio sulla mobilità dei fattori come motore di crescita e prosperità. Poi, aggiunge Canitano: “il diffondersi dei contagi da Covid-19 ha spostato l’attenzione degli autori sull’impatto della pandemia sui Paesi dell’area. Un risultato emerso è che tale fenomeno ha confermato sul campo l’assunto teorico secondo cui la mobilità dei fattori e il commercio internazionale sono cruciali per sostenere la crescita in molti Paesi, in particolare nelle piccole economie aperte”.

In questo senso, “le economie mediterranee si sono rivelate particolarmente vulnerabili alle limitazioni del commercio internazionale, dei movimenti di capitali e di persone, beneficiando, invece, degli interventi tesi all’attivazione di una forte cooperazione multilaterale e di un’azione politica coordinata”.

Uno scenario che, con il diffondersi dei vaccini e degli interventi statali coordinati, ha fortunatamente potuto evidenziare nel corso dei mesi una certa ripresa economica. “A partire dal febbraio 2020 – spiega Canitano -, i governi di tutto il mondo hanno adottato una serie di misure volte a contenere la diffusione del virus, tra cui divieti di viaggio e blocchi di vario tipo. Le restrizioni dettate dall’emergenza sui viaggi hanno influenzato il commercio globale attraverso due canali principali: il calo della domanda di beni di consumo, dovuto alla chiusura della maggior parte delle attività economiche – tranne quelle riguardanti il cibo e altri beni di prima necessità – e l’interruzione delle catene di approvvigionamento, a causa delle misure protezionistiche (chiusura delle frontiere) e del blocco in quasi tutto il mondo occidentale.

Non solo: “Le aziende hanno sperimentato aumenti del costo delle forniture a seguito della crescita dei costi dei servizi logistici e le aziende di logistica svolgono un ruolo cruciale nel commercio globale fornendo servizi per la distribuzione di merci, semilavorati e materie prime, compresi il trasporto e lo stoccaggio”.

Un quadro globale, ove il settore del commercio globale ha subito duri contraccolpi, reagendo con modalità diverse, malgrado le misure di blocco siano state simili per quasi tutto il sistema economico europeo.

“L’analisi dei dati di esportazione espressi in ‘valore’ durante la caduta del 2020 e la ripresa del 2021 – prosegue Canitano – hanno evidenziato un andamento più irregolare per l’Italia rispetto a Germania e Olanda. Anche l’analisi dei tassi di crescita delle importazioni – sia calcolati in ‘valore’ sia in ‘quantità’ – ha evidenziato differenze sostanziali tra i Paesi euro-mediterranei e quelli del Nord Europa. Il risultato netto di tali tendenze delle importazioni per l’intero periodo di osservazione è stato che i Paesi euro-mediterranei hanno avuto una performance peggiore dei loro omologhi nordeuropei durante la pandemia.

Infine, un dato che presenta un segnale di aggancio all’attuale carenza di materie prime sofferta da tutta l’economia europea: “Analizzando i dati sulle importazioni per settore, è emersa chiaramente una marcata differenza tra l’import di prodotti manifatturieri e quello di materie prime: le importazioni di prodotti manifatturieri dei Paesi euro-mediterranei hanno quasi tenuto il passo con quelle del Nord Europa mentre, per quanto riguarda le importazioni di materie prime, la ripresa dei Paesi euro-mediterranei nei primi mesi del 2021 è stata largamente insufficiente a compensare le perdite dei mesi precedenti. In altre parole, durante la pandemia i sistemi produttivi euro-mediterranei hanno sperimentato una notevole riduzione delle importazioni di materie prime, rispetto a quelli del Nord Europa”.

La pandemia ha influito significativamente sui movimenti dei fattori produttivi dell’intera area mediterranea. Lo rileva l’Ismed, l’Istituto di Studi sul Mediterraneo che, con il ricercatore Giovanni Canitano, ha inteso approfondire la questione nell’Almanacco del Cnr.

Il Mediterraneo è da sempre luogo di incontro-scontro tra realtà diverse tra loro: questa la premessa della riflessione. I suoi porti rappresentavano infatti veri e propri empori nei quali non solo si scambiavano merci, ma si diffondevano soprattutto nuove idee e costumi. Allo stesso tempo, ieri come oggi, il Mare nostrum è un’area che si rappresenta come scenario di grandi disuguaglianze e differenze economiche e demografiche, tra le sponde nord e sud ma anche all’interno dei suoi stessi Paesi e regioni.

“Nel linguaggio economico – dice Canitano -, si definisce mobilità dei fattori, la possibilità di un elemento della produzione, capitale, terra o lavoro, di essere trasferito da un impiego a un altro o da un’area geografica a un’altra. E i movimenti dei fattori produttivi comprendono tradizionalmente: mobilità internazionale del lavoro (migrazioni), trasferimenti di capitali finanziari attraverso prestiti internazionali, investimenti diretti esteri e imprese multinazionali”.

Da queste premesse è nato il Rapporto sulle economie del Mediterraneo (Mediterranean Economies) condotto dal Cnr-Ismed.

Originariamente, la ricerca si concentrava proprio sulla mobilità dei fattori come motore di crescita e prosperità. Poi, aggiunge Canitano: “il diffondersi dei contagi da Covid-19 ha spostato l’attenzione degli autori sull’impatto della pandemia sui Paesi dell’area. Un risultato emerso è che tale fenomeno ha confermato sul campo l’assunto teorico secondo cui la mobilità dei fattori e il commercio internazionale sono cruciali per sostenere la crescita in molti Paesi, in particolare nelle piccole economie aperte”.

In questo senso, “le economie mediterranee si sono rivelate particolarmente vulnerabili alle limitazioni del commercio internazionale, dei movimenti di capitali e di persone, beneficiando, invece, degli interventi tesi all’attivazione di una forte cooperazione multilaterale e di un’azione politica coordinata”.

Uno scenario che, con il diffondersi dei vaccini e degli interventi statali coordinati, ha fortunatamente potuto evidenziare nel corso dei mesi una certa ripresa economica. “A partire dal febbraio 2020 – spiega Canitano -, i governi di tutto il mondo hanno adottato una serie di misure volte a contenere la diffusione del virus, tra cui divieti di viaggio e blocchi di vario tipo. Le restrizioni dettate dall’emergenza sui viaggi hanno influenzato il commercio globale attraverso due canali principali: il calo della domanda di beni di consumo, dovuto alla chiusura della maggior parte delle attività economiche – tranne quelle riguardanti il cibo e altri beni di prima necessità – e l’interruzione delle catene di approvvigionamento, a causa delle misure protezionistiche (chiusura delle frontiere) e del blocco in quasi tutto il mondo occidentale.

Non solo: “Le aziende hanno sperimentato aumenti del costo delle forniture a seguito della crescita dei costi dei servizi logistici e le aziende di logistica svolgono un ruolo cruciale nel commercio globale fornendo servizi per la distribuzione di merci, semilavorati e materie prime, compresi il trasporto e lo stoccaggio”.

Un quadro globale, ove il settore del commercio globale ha subito duri contraccolpi, reagendo con modalità diverse, malgrado le misure di blocco siano state simili per quasi tutto il sistema economico europeo.

“L’analisi dei dati di esportazione espressi in ‘valore’ durante la caduta del 2020 e la ripresa del 2021 – prosegue Canitano – hanno evidenziato un andamento più irregolare per l’Italia rispetto a Germania e Olanda. Anche l’analisi dei tassi di crescita delle importazioni – sia calcolati in ‘valore’ sia in ‘quantità’ – ha evidenziato differenze sostanziali tra i Paesi euro-mediterranei e quelli del Nord Europa. Il risultato netto di tali tendenze delle importazioni per l’intero periodo di osservazione è stato che i Paesi euro-mediterranei hanno avuto una performance peggiore dei loro omologhi nordeuropei durante la pandemia.

Infine, un dato che presenta un segnale di aggancio all’attuale carenza di materie prime sofferta da tutta l’economia europea: “Analizzando i dati sulle importazioni per settore, è emersa chiaramente una marcata differenza tra l’import di prodotti manifatturieri e quello di materie prime: le importazioni di prodotti manifatturieri dei Paesi euro-mediterranei hanno quasi tenuto il passo con quelle del Nord Europa mentre, per quanto riguarda le importazioni di materie prime, la ripresa dei Paesi euro-mediterranei nei primi mesi del 2021 è stata largamente insufficiente a compensare le perdite dei mesi precedenti. In altre parole, durante la pandemia i sistemi produttivi euro-mediterranei hanno sperimentato una notevole riduzione delle importazioni di materie prime, rispetto a quelli del Nord Europa”.

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